«La mobilità di oggi la definisco “malata”, tante le partenze ma pochi i ritorni in Italia»

L'intervista a Delfina Licata, sociologa di Fondazione Migrantes: «I motivi per cui si va via dall’Italia sono gli stessi che attraggono verso gli altri Stati, ossia sistemi abitativi più accessibili, welfare familiare strutturato, servizi più efficienti»
February 18, 2026
«La mobilità di oggi la definisco “malata”, tante le partenze ma pochi i ritorni in Italia»
«Il nostro è sempre stato un Paese delle mobilità. Il problema non è il fatto che molti partono, ma che non ci sia il movimento contrario. Per chi va via, non c’è chi torna», così la sociologa Delfina Licata, studiosa dei fenomeni migratori della Fondazione Migrantes, legge il presente del Paese, condividendo con Avvenire alcuni degli argomenti al centro del suo intervento di ieri a Firenze durante il Seminario internazionale di studi europei, organizzato dal Movimento Cristiano Lavoratori e dedicato alle sfide dell’espansione urbana, dello spopolamento delle aree rurali, e all’analisi delle dinamiche sociali che spingono i giovani italiani a lasciare il Paese.
Come si intreccia la mobilità giovanile con le dinamiche di aree interne e urbane?
C’è sia un movimento verso l’estero che tra regioni, prevalentemente dal Sud al Nord. Nel rapporto del 2025 abbiamo rilevato che la metà di chi si è trasferito ufficialmente all’estero nell’ultimo anno ha tra 18 e 34 anni, il tutto in un Paese già segnato da fragilità demografiche. Le aree interne, che attraversano tutto il territorio nazionale, vedono servizi fondamentali tagliati proprio perché interessano un numero minore di persone, ossia scuole sempre più lontane, medici di famiglia accorpati, uffici postali che chiudono, trasporti insufficienti. Questo incide profondamente sulle scelte di vita. Le aree metropolitane, invece, attraggono per opportunità di lavoro e sociali. Tuttavia, anche le città stanno diventando sempre più invivibili: i costi alti spingono verso le periferie. Quando nemmeno queste aree riescono a dare risposte adeguate, il salto successivo diventa quello oltre il confine.
Che cosa spinge davvero i giovani a partire?
Nelle interviste che conduciamo ogni anno, otto giovani su 10 parlano di formazione, di realizzazione esistenziale. Dentro questa parola, “esistenza”, ci sono il lavoro e una migliore retribuzione, ma anche la crescita personale e professionale che in Italia non trovano. E negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia, emerge sempre più il desiderio di realizzazione familiare: maternità, paternità, progettualità di vita a lungo termine, che all’estero vengono visti più realizzabili.
Dove vanno e che cosa trovano che qui manca?
Oltre il 72% si reca in Paesi europei. E non parliamo solo di giovani single: il 12% di chi si trasferisce sono minori. Questo significa che partono nuclei familiari interi. I motivi per cui si va via dall’Italia sono gli stessi che attraggono verso gli altri Stati. Le destinazioni sono scelte perché offrono sistemi abitativi più accessibili, welfare familiare strutturato, servizi più efficienti. Lì trovano, inoltre, un “ascensore sociale”, che in Italia non si può prendere più, la possibilità di realizzarsi, di progettare il futuro con un contratto che valorizzi il lavoro, dia stabilità e possibilità di rispondere all’attuale costo della vita. Non è solo una questione economica, dunque, si tratta di poter essere autonomi, di contare su scuole, asili e trasporti efficienti, più congedi di paternità e maternità.
Si parla di “fuga dei cervelli”. È davvero così?
Il 33% di chi parte ha un titolo di studio medio-alto, mentre il 67% ha un titolo medio-basso. La retorica dell’emigrazione altamente qualificata perde senso se guardiamo i numeri. La mobilità è trasversale. È interessante notare, inoltre, che le regioni protagoniste delle migrazioni all’estero, a eccezione della Sicilia, sono soprattutto quelle del Nord. Ma chi parte da questi luoghi è soprattutto chi veniva già da un’esperienza di migrazione dal Sud al Nord del Paese.
Quasi l’11% di chi è partito nell’ultimo anno è un adulto maturo: cosa lo spinge?
Si vedono motivazioni previdenziali, ma soprattutto il cosiddetto fenomeno dei “nonni babysitter”, che in alcuni casi decidono di trasferirsi definitivamente per supportare i figli quando arrivano i nipoti, specie al momento della pensione. Esiste però parallelamente il desiderio degli adulti di rientrare quando i genitori rimasti in Italia invecchiano. Ma spesso il rientro non è sostenibile, per motivi professionali e per i percorsi scolastici dei figli. Si pensi per esempio a bambini abituati alle scuole plurilingue o a professionisti di determinati ambiti scientifici, praticabili solo nelle grandi città: l’opzione sarebbe di tornare in aree interne che non offrono le stesse opportunità e questo limita fortemente le possibilità di scelta.
La mobilità continuerà in questi termini anche nel 2026?
È presto per avere dei dati, ma è sicuro che continuerà. In particolare, c’è un revival della mobilità per studio. Non riguarda solo le università e l’Erasmus, ma anche le scuole superiori, sia tra le regioni che verso l’estero. E sappiamo che mobilità chiama mobilità: più presto si sperimenta un’esperienza fuori, più aumenta la propensione a restare lì, se non ci sono le buone occasioni per motivare un rientro. Il nodo, dunque, resta questo: la mobilità in sé è positiva, perché dà opportunità formative e di crescita. Fa parte del nostro Dna, tanto che è richiamata anche nell’art. 35 della Costituzione, che tutela il lavoro italiano all’estero. Il processo migratorio “perfetto”, però, è quello circolare, in cui alle partenze corrispondono i ritorni. Oggi, invece, viviamo una mobilità che definisco “malata”, perché è unidirezionale, spesso proprio per mancanza di scelte.

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