Caregiver, fare in fretta. Perché ogni giorno conta
Dopo 10 anni di giri a vuoto, il tema è a un punto di svolta. Il ddl è alla Camera per la stesura definitiva. L'iter legislativo deve iniziare subito. Per i genitori che dedicano la vita a figli con disabilità; per i figli che accompagnano i genitori nella vecchiaia; per le sorelle e i fratelli che si prendono cura l’una dell’altro

Occorre fare bene, e per farlo serve tempo. Ma quando si parla di chi assiste ogni giorno un familiare, il tempo è la prima cosa che manca. Dopo dieci anni di giri a vuoto, il tema del supporto ai caregiver - chi si prende cura di un proprio caro non autosufficiente - sembra finalmente arrivato a un punto di svolta. Anzitutto con la riserva di una posta da 257 milioni di euro nella legge di bilancio. E poi soprattutto con il disegno di legge approntato dalla ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli, e approvato dal Consiglio dei ministri il 12 gennaio scorso. Passato più di un mese, il testo del ddl si è finalmente materializzato alla Camera e nei prossimi giorni verrà assegnato alla commissione nella sua stesura definitiva. L’iter legislativo è perciò ancora da iniziare con l’audizione delle associazioni interessate, l’eventuale armonizzazione con altre proposte di legge, la discussione degli emendamenti… Un percorso - come sempre lungo - per il quale la stessa ministra aveva auspicato tempi molto rapidi. Ma se non si comincia subito, il tempo a disposizione rischia di essere davvero poco. Non fosse altro perché a settembre deve partire la realizzazione del sistema informativo Inps per raccogliere le richieste di riconoscimento del ruolo di caregiver e per l’individuazione della platea dei beneficiari delle tutele. Passo fondamentale affinché sia possibile erogare i contributi dal gennaio 2027, così come prevede appunto il ddl Locatelli.
Dunque, il tempo è poco. Senza contare che - al di là dell’apprezzamento generale per aver sbloccato la situazione - le valutazioni sull’impianto normativo predisposto dalla ministra per le disabilità sono molto differenziate. In parte positive. Ma nella maggioranza dei casi (come testimonia anche il dibattito sulle nostre pagine) si sottolinea come il ddl rappresenti una risposta insufficiente per una platea davvero molto vasta: oltre 7 milioni di persone variamente impegnate nella cura di un familiare. Se ne denunciano i requisiti troppo ristretti per ottenere il beneficio economico: convivenza con la persona con disabilità, 91 ore di impegno settimanale, non più di 3mila euro di reddito personale e un valore Isee massimo di 15.000 euro. Si mette in discussione la cifra ipotizzata per il beneficio: 1.200 euro a trimestre. E si stima che comunque, con i 257 milioni per il 2027, la misura finirà per beneficiare non più di 52mila caregiver, meno dell’1% degli interessati. Infine, da parte di molte associazioni si lamenta l’assenza di benefici previdenziali e il mancato potenziamento dei servizi di supporto ai caregiver e di assistenza alle persone con disabilità.
Ce n’è abbastanza, insomma, perché si rischi di andare lunghi. E magari non farne nulla per difetto della norma o per eccesso di critica. Ma sarebbe l’ennesimo autogol esiziale per una moltitudine di persone: genitori che dedicano la vita a figli con disabilità, figli che accompagnano i genitori nella vecchiaia, sorelle e fratelli che si prendono cura l’una dell’altro. Uomini, donne soprattutto che spesso rinunciano al lavoro, a tante relazioni, a una vita “normale”. E che perciò hanno necessità di essere riconosciute e supportate nel servizio che svolgono. Che non è riducibile a un lavoro in senso stretto – altrimenti andrebbe applicato un contratto, come avviene ad esempio per le infermiere o le badanti – ma un atto di donazione di sé e dedizione all’altro spesso più impegnativo e totalizzante, un amore che non può essere “retribuito”, ma certo va incoraggiato, sostenuto e stimato. Per il suo valore intrinseco e per ciò che restituisce alla società: meno ricoveri, meno costi. Soprattutto: relazioni che tengono unite le generazioni, conservano il pregio di rapporti davvero umani.
Le necessità sono tante e differenziate: pensare di dare una risposta efficace subito a tutte insieme è pressoché impossibile. Meglio una legge imperfetta oggi che una perfetta mai. Andrebbe perciò immaginata una norma “modulare”, che inizi a fornire una base certa di tutele e possa poi essere “espansa”. Con altri “moduli” che aumentino i sostegni e li rendano, nel giro di qualche anno e con maggiori investimenti, davvero universali. Il primo passo, però, è cominciare subito a discuterne in Parlamento, che il tempo stringe. E tra appena sei mesi occorrerà già impegnarsi per trovare, nella prossima legge di bilancio, risorse aggiuntive per il 2028 e gli anni a venire. Sarà necessario spiegare e convincere che questa è una priorità. Non per una categoria di persone, non per una lobby da soddisfare, ma per tutti noi.
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