La discesa agli inferi passaggio (rimosso) della risurrezione
E' il segno che la vita nasce dove tutto sembra perduto. L’abisso (il male ostinatamente voluto e il bene ostinatamente respinto) è dibattuto nella teologia cattolica, esiste come possibilità di libertà. Per scongiurarlo, la rivelazione dell’amore di Dio

Nel credo cristiano il mondo nuovo della risurrezione inizia con la discesa agli inferi di Gesù, un passaggio che in genere si ignora. Eppure, nella iconografia dell’Oriente cristiano l’icona della risurrezione fissa l’immagine di Gesù che libera dagli inferi Adamo ed Eva, l’umanità intera: è la discesa nello sheòl – l’abisso dell’attesa infinita delle creature dimenticate – per svuotarlo, non per sigillarlo una volta per tutte. La “discesa agli inferi” continua ad essere la via della risurrezione, l’inizio della realizzazione del regno di Dio. È il compito anche della Chiesa di tutti i tempi: scendere negli inferni del mondo, per svuotarli. Il tema dell’inferno – il male ostinatamente voluto e il bene ostinatamente respinto – è dibattuto nella teologia cattolica. Alcuni si chiedono se esiste una simile ostinazione, capace di resistere a Dio e allo sguardo di Dio in eterno. È realmente alla portata della mente e del cuore umano resistere a Dio in maniera così radicale? La teologia, di fronte a questo mistero, cerca di intendere l’insieme di tutti questi elementi con qualche nuova interpretazione.
L’inferno esiste, dicono alcuni, ma è vuoto. Esiste, certo, perché l’immagine umana di Dio e la dignità morale della creatura umana – un paradosso! – ne impongono il concetto, ne giustificano l’immagine. L’uomo è creatura in grado di porsi davanti a Dio e, nella sua libertà, capace anche di rifiutare il Suo amore. Esiste. Si potrebbe anche dire che l’inferno è anzitutto una sconfitta di Dio, ancor prima che dell’uomo. E noi possiamo – dobbiamo, come credenti! – sperare che nessuna creatura umana giunga a sigillare sopra di sé una irrevocabile distanza dall’amore di Dio, di questa portata. Per questo, ossia per scongiurare questo abisso, c’è la rivelazione di un amore – quello di Dio – che supera ogni cattiveria. È bene riflettere, con timore e tremore, sul mistero del male. Nelle Sacre Scritture e nella tradizione della fede c’è, eccome. Tuttavia, anche nella storia del dogma, ci sono indizi forti della cautela con cui la Chiesa stessa si pronuncia al riguardo. Un esempio: ci sono “cause di beatificazione” eterna, sulle quali la Chiesa si pronuncia per sostenere la nostra fede e la nostra speranza, ma non ci sono “cause di dannazione” eterna sulle quali la Chiesa si senta di dire l’ultima parola. La Chiesa non cessa di pregare per tutti i peccatori del passato e del presente, aggrappandosi precisamente alla forza della misericordia di Dio, che ha inviato il Figlio per salvare tutti: «Non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo” (cf. Gv 12, 47). È una parola del Signore. Dio solo scruta i cuori e conosce la fede di ciascuno. Nessuno, nella storia, può sostituirsi al giudizio di Dio nel definire l’impossibile redenzione di una creatura.
La “discesa agli Inferi” di cui parla il credo, che porta forza alla fede nella redenzione dei peccatori e nella risurrezione dei morti, riapre il Regno dei cieli anche per coloro che, agli occhi degli uomini, sono sembrati perduti. È una tappa del cammino della risurrezione, non il sigillo tombale sulle morti “a perdere”. Piuttosto, rovescia la pietra dei sepolcri, per quanto grossa e pesante possa sembrare. Insomma, la catechesi popolare potrà anche essere stata eccessivamente sbrigativa e disinvolta nel minacciare perdizione eterna ad ogni piè sospinto. Ma la storia del dogma rimane affilata come un bisturi e non consente semplificazioni inaccettabili della rivelazione. Dobbiamo uscire dalla disinvolta simmetria degli opposti, che assegna a Dio un ruolo “neutrale” nei confronti della salvezza e della perdizione dell’uomo. Dio non è affatto neutrale, in questo senso. Dio ha promesso fin dall’inizio alla sua creatura – presuntuosa, diffidente, peccatrice – la vittoria del genere umano sul serpente maligno. E negli ultimi tempi, la promessa è stata onorata con uno “sbilanciamento” dell’amore di Dio che – diciamolo – non ci lascia mai abbastanza attoniti. (Noi credenti, per primi).
Il Figlio si fece uomo, per sempre. Il Figlio accettò la croce, per noi. Il Figlio è risorto nel corpo della creatura umana alla quale si era consegnato come “primogenito di molti fratelli”. La parola cristiana sulla destinazione della creatura, oltre la morte, incomincia di qui. E deve sempre far capire chiaramente che non può accettare nulla che contraddica questa promessa, che soltanto Dio può mantenere e della cui corrispondenza solo Dio può giudicare. Per il resto, il nostro compito è quello di impedire, con tutte le nostre forze e a costo della vita, che l’abisso del male inghiotta gli uomini e li renda complici della sua potenza distruttiva. Il discepolo del Signore è mandato nel mondo affinché sia scongiurata la perdizione. Noi siamo al mondo per impedire che l’inferno del male, che in mille modi insidia la vita e contraddice l’amore di Dio, diventi eterno. Noi dobbiamo fare di tutto, invece, perché diventi eterno il nostro abitare nell’amore di Dio. L’inferno è già una dura esperienza di questa vita terrena: l’inferno è là dove c’è solitudine e abbandono, dove regnano ingiustizia e violenza, dove il Male continua la sua azione di distruzione dell’intera creazione. Dobbiamo avere una consapevolezza più chiara di questa prospettiva. Molto più chiara di quel purtroppo si registra. Il patriarca Athenagoras – uno dei più sapienti promotori dell’ecumenismo del secondo Novecento – saggiamente avvertiva che «il paradiso e l’inferno sono dentro di noi», e Anastasio, arcivescovo d’Albania, come a continuare tale indicazione, affermava: «Il contrario della pace non è la guerra, ma l’egocentrismo». Ecco perché l’appuntamento per la trasformazione del mondo è la liberazione dal demone dell’idolatria dell’Io, pena il blocco di ogni processo storico di rinnovamento.
L’inferno e il paradiso si giocano già nel cuore di ciascun uomo e di ciascuna donna, a seconda se si è schiavi della propria solitudine o se si accoglie l’amore per gli altri. L’amore che si fa prossimo agli altri è la grande forza storica che cambia il mondo. La sua assenza è all’origine dei tanti inferni presenti nel mondo. A volte interi popoli sono costretti a vivere in luoghi in preda alle fiamme, segnati dall’abbandono, accecati dall’oscuramento di Dio. L’inferno esiste. E ne conosciamo molti. Non sono forse un inferno le traversate dei barconi nel Mediterraneo, flussi della disperazione in controtendenza rispetto a quelli degli antichi predatori, che un tempo approdarono alle terre d’oltremare senza chiedere nessun permesso di soggiorno? E non sono inferni i luoghi distrutti dalle guerre? E non sono inferni i luoghi della solitudine? E purtroppo si continuano ad aprire nuovi larghi spazi per uomini che si trasformano in diavoli: gettano nel fuoco, incalzano con i forconi, sogghignano del piacere perverso della sofferenza altrui.
E così, l’icnografia “infernale” è veramente completa. Uomini che scoprono la facilità della perversione che dissolve tutti i freni inibitori: con una scioltezza che loro stessi non immaginavano così spontanea. Vendere corpi, espiantare organi, mercanteggiare schiavi, forzare al sesso gli adolescenti, addestrare all’omicidio i bambini. La fantasia popolare dell’inferno sembra essere largamente superata dalla realtà abissale dell’orrore. Il quadro è di tali proporzioni da diventare un segno dei tempi. È in gioco l’umanità del mondo. Questi inferni vanno smascherati, impedendo che diventino eterni. E ogni volta che si riesce a sottrarre anche uno solo dei piccoli e indifesi condannati – pensiamo ai bambini, ai poveri, ai malati, ai disabili, ai soli e ai disperati, ai reclusi nella mente e nella psiche, agli ostaggi della criminalità e della corruzione, agli scartati dalla linea maestra dell’evoluzione – si sta edificando il regno di Dio, il paradiso, già qui, sulla terra. I credenti – di tutte le fedi - e gli uomini di buona volontà non possono chiudere gli occhi, non possono cavarsela con i giochi di parole, assorbendo questi innumerevoli inferni della terra nel calcolo dei delitti e delle pene. C’è bisogno di un nuovo slancio di amore. Appunto come Gesù ha fatto subito dopo la morte, con la discesa agli inferi. Anche oggi dobbiamo seguire Gesù nella discesa agli inferi per iniziare la risurrezione.
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