Guerre e disuguaglianze: se la salute è una vittima collaterale
Spostare gli investimenti riducendo le risorse già limitate e insufficienti come quelle destinate alla sanità, alla ricerca e allo sviluppo indica una mancanza di lungimiranza. Come ha ricordato lunedì Leone XIV rivolgendosi alla Pontificia Accademia per la Vita, vanno indagate le cause strutturali

La malattia e la guerra non sono due regioni autonome della storia dell’uomo, dei popoli e delle nazioni. Come si intrecciano nelle pagine del grande romanzo storico Guerra e pace di Lev Tolstòj, attraverso i personaggi del principe Bolkonskij e di Anatolij Kuragin, feriti in combattimento, e dei malati di tifo tra i soldati e i civili, così ai giorni nostri è riaccaduto – e sta ancora accadendo – a Gaza, in Ucraina e nelle altre parti del mondo lacerate dai conflitti che non lasciano morti e feriti solo sul campo di battaglia, ma in numero crescente nelle città e tra le case. Nel secolo scorso si sono contati oltre 190 milioni di morti legati ai conflitti. Ma se nella Prima guerra mondiale solo 1 su 7 di questi era un civile, con la Seconda i civili erano saliti a due terzi dei deceduti. Oggi, pur nell’incertezza dei dati disponibili, circa il 90% dei morti è da annoverare alla popolazione delle zone di guerra. A questi bisogna aggiungere gli invalidi da bombardamenti, gli ustionati da ordigni incendiari, gli intossicati da materiali inquinanti prodotti dalle armi non convenzionali, e i malati non curati negli ospedali distrutti dagli attacchi (in particolare i bambini: la morbilità e mortalità pediatrica tra i palestinesi e nelle terre d’Africa interessate da conflitti endemici è elevatissima). Vi è anche un effetto indiretto sulla vita e la salute derivante dall’uso delle armi nelle controversie tra i popoli, ed è quello del dirottamente di quote del bilancio pubblico – altrimenti riservate alla cura e promozione della salute dei cittadini – per alimentare «i conflitti, che consumano enormi quantità di risorse economiche, tecnologiche e organizzative, investite nella produzione di armi e altri tipi di equipaggiamento militare», come ha ricordato lunedì Leone XIV rivolgendosi alla Pontificia Accademia per la Vita, in occasione dell’annuale Assemblea generale.
La dimensione politica della vita, della salute e della loro cura non può limitarsi alla pur necessaria promulgazione di leggi di carattere socio-sanitario e all’emanazione di decreti per l’organizzazione più efficiente dei servizi sul territorio e nelle istituzioni cliniche. Occorre andare alla radice delle diseguaglianze scandalose tra fasce sociali, popolazioni, regioni e Stati nell’allocazione delle risorse sanitarie, che sono sempre limitate rispetto al bisogno. Ma, proprio per questo, devono essere impiegate secondo giustizia distributiva e responsabilità verso tutti. «La nostra responsabilità – ha sottolineato il Papa – non consiste solo nell’adottare misure per curare le malattie e garantire un equo accesso all’assistenza sanitaria, ma anche nel riconoscere come la salute sia influenzata e promossa da una combinazione di fattori, che devono essere esaminati e affrontati nella loro complessità. Infatti, nelle questioni che riguardano i sistemi sanitari e la salute pubblica, si tratta, da un lato, di comprendere i fenomeni e, dall’altro, di individuare specifiche azioni politiche, sociali e tecnologiche che incidono sulla famiglia, sul lavoro, sull’ambiente e sulla società nel suo complesso».
Come diversi osservatori politici hanno evidenziato, spostare gli investimenti riducendo le risorse già limitate e insufficienti come quelle destinate alla salute, alla ricerca e allo sviluppo indica una mancanza di lungimiranza ed espone al rischio di aggravare ulteriormente le carenze e le disuguaglianze nel benessere di intere collettività e, in particolare, ancora una volta, per alcune fasce della popolazione. Per esempio, gli effetti sulle donne e sulla gravidanza sono trasversali alle generazioni. Le conseguenze di una nutrizione inadeguata nei primi anni di vita condizionano l’intero arco dell’esistenza e hanno un impatto sull’inserimento sociale e lavorativo di giovani e adulti. La salute mentale va curata sin dalla nascita e durante lo sviluppo. L’effetto dei conflitti sulla salute mentale di militari e civili è ben conosciuto, sebbene sia spesso ignorato. «Si dice spesso che la vita e la salute siano valori ugualmente fondamentali per tutti – ha concluso il Pontefice nel suo discorso agli accademici – ma questa affermazione è ipocrita se, allo stesso tempo, ignoriamo le cause strutturali e le politiche che determinano le disuguaglianze». Un’esortazione detta a loro ma rivolta a tutti. In particolare a chi queste «cause strutturali» non può dimenticare nell’azione politica, che è servizio al bene di tutti e di ciascuno.
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