Il “come” stare nel Board of Peace ora sarà il vero banco di prova

La scelta fatta pone il governo Meloni su un difficile e precario crinale: si tratta di svolgere un vero ruolo, attento anche ai diritti umani, viceversa tanto vale restare a casa
February 18, 2026
Il “come” stare nel Board of Peace ora sarà il vero banco di prova
La premier Giorgia Meloni e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, al vertice di Sharm el-Sheikh (Egitto) per la pace a Gaza, nel 2025./ REUTERS
Starci da Paese che è un attore decisivo nel Mediterraneo, al di là del presunto ruolo da “osservatori” che nemmeno esisterebbe, e non da vassalli proni ai voleri di Donald Trump. Si giocano su questo difficile e precario equilibrio la credibilità e anche la dignità del Governo Meloni che ha deciso di aderire al “Board of peace” per Gaza, anche a costo delle ennesime capriole diplomatiche della premier. Un tema che ha esasperato una volta più i rapporti fra i partiti. Perché se discutibile è la scelta di aderire comunque a questo organismo “patinato” che, dietro la copertina, altro non è che un comitato d’affari, per di più emanazione non dell’amministrazione Usa ma della megalomania di Trump, va pure detto che suonano eccessivi i toni usati dalle opposizioni, che hanno parlato di spettacolo «indecente», di Italia «umiliata», di «pagina nera».Sulla stessa accusa di stare violando o eludendo la Costituzione ci sarebbe da discutere: di sicuro mancano “condizioni di parità” (come dice l’art. 11 della Carta) in un’entità che vede Trump presidente a vita, ma è arduo scorgere il rischio di vere cessioni di sovranità dietro la semplice scelta di “osservare”. È chiaro che l’iniziativa del capo della Casa Bianca è un attacco a quella dimensione multilaterale in cui siamo cresciuti e che rappresenta sempre, ancora oggi, l’orizzonte ideale da perseguire. Non si può, tuttavia, nemmeno ignorare che organismi come l’Onu sono in evidente crisi da lungo tempo, ben prima di Trump, e che un principio di “realpolitik”, fondato sul pragmatismo, può consigliare di andare a vedere tutto quello che si muove nel mondo. E questo offre, al momento, il quadro della politica mondiale.
Il punto sarà quello di non scambiare la “semplice” presenza per faciloneria o, peggio ancora, per piaggeria. È chiaro che non è particolarmente gratificante condividere la partecipazione al fianco di Stati come Bielorussia o Cambogia, in un’entità che in modo incredibile nemmeno prevede l’Autorità nazionale palestinese; e, in fondo, si poteva esaltare stavolta il ruolo dell’Europa rinunciando alla presenza diretta dato che già ci sarà, in ogni caso, un rappresentante della Commissione Ue (anche questa presenza dovrebbe imbarazzarci, allora?). Tuttavia, una volta deciso di andarci, a fare la differenza sarà il modo in cui ci saremo. Un conto sarà limitarsi ad assistere ("osservare", appunto) ai progetti immobiliari di Trump e del genero Jared Kushner, quasi come una presenza di “serie B” per compiacere il potente di turno. E in questo suona limitativa la frase del vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, sul fatto che «non possiamo restar fuori dalla ricostruzione» di Gaza. Per quello poteva anche bastare una qualche intesa commerciale. Stare in quel consesso avrà senso - e salverà l’onore di Meloni&C. - solo se servirà anche a dar voce a quei diritti umani che vanno garantiti a tutte le popolazioni, inclusa quella palestinese che invece a Gaza continua a subire le operazioni militari israeliane e in Cisgiordania la politica degli insediamenti. E ad amplificare le voci delle chiese cristiane, a partire da quella cattolica guidata dal cardinale Pizzaballa, che continua a spendersi per un’assistenza piena e per ricordare a tutti che è stata raggiunta una cessazione dei bombardamenti israeliani, non ancora la pace vera. Osservare non vuol dire solo stare a guardare o partecipare a qualche “business”. Se alla fine ci si limiterà a quello, tanto valeva restare a casa.

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