Scontro totale sul Board of Peace: cos'è successo in Parlamento

Il ministro degli Esteri alla Camera per le comunicazioni in vista del primo vertice del consesso voluto da Washington: «Non possiamo restare fuori. Non ci sono alternative al piano Usa»
February 17, 2026
Scontro totale sul Board of Peace: cos'è successo in Parlamento
Non è Giorgia Meloni, tanto meno Donald Trump. Solo – si fa per dire – il rappresentante designato per marcare presenza al Board of peace del presidente Usa. Ma non per questo le opposizioni risparmiano Antonio Tajani. Anzi, è al suo indirizzo che girano gli attacchi destinati alla premier e al commander in chief, assieme ai più vari epiteti con cui richiamano il nuovo consesso internazionale targato Washington: «strumento coloniale», «comitato d’affari», «tavolo di autocrati e tiranni», perfino «club del golf». Il ministro degli Esteri tiene botta, rivendica, argomenta, sciorina i numeri dell’impegno italiano per i palestinesi: gli aiuti umanitari, i programmi di studio, il progetto Food for Gaza. La maggioranza puntella la strategia e contrattacca. Ma non basta a evitare che il livello dello scontro sconfini al di là della prassi istituzionale, con botta e risposta diretti tra il capo della Farnesina e diversi esponenti del campo largo. È l’esito di un pomeriggio concitato, iniziato con le comunicazioni alla Camera del capo della Farnesina in vista del viaggio a Washington e concluso con l’informativa sullo stesso argomento davanti alle commissioni Esteri e Difesa del Senato. Nel mezzo il voto sulla risoluzione della maggioranza, passata con 183 voti a favore e 122 contrari. Bocciato, invece, il testo unitario delle opposizioni, che andava in direzione diametralmente opposta a quella segnata dal centrodestra.
Tajani non aggiunge molto rispetto a quanto anticipato lunedì: Roma, anche se solo in qualità di osservatore, sarà della partita perché «non ci sono alternative al piano di Trump per il futuro della Striscia». Non esserci vorrebbe dire «restare ai margini del processo di pace» e, poiché in gioco c’è la stabilità dell’area mediterranea, l’assenza dell’Italia «sarebbe non solo politicamente incomprensibile, ma anche contraria alla lettera e allo spirito dello stesso articolo 11 della nostra Costituzione, laddove sancisce il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie». Nulla di nuovo, insomma, a cui si aggiungono informazioni di contesto, come l’approdo alla «fase due» del piano di Trump, che contempla «il disarmo di Hamas, la smilitarizzazione di Gaza e l'avvio della ricostruzione». Poi gli argomenti più forti: il fatto che la decisione del Governo è in accordo con la risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (che affida al Board il compito di monitorare il processo di stabilizzazione), e la partecipazione dell'Unione europea, «con la presidenza di turno cipriota e un rappresentante della Commissione». Senza contare la presenza «di Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Qatar, Indonesia e altri partner regionali». Dunque, incalza Tajani, «come potrebbe l'Italia non essere presente dove si discute e si costruisce la pace in Medio Oriente alla presenza di tutti i principali attori regionali?».
Potrebbe in molti modi, ribattono le opposizioni in replica. Tanto per cominciare, come puntualizza, Davide Faraone, andare a Washington in qualità di «guardoni» non garantisce a Roma un ruolo da protagonista. E poi, attacca Riccardo Ricciardi del M5s, accettare l’invito di Trump significa «delegittimare tutti gli organismi internazionali» e portare il disegno della destra internazionale «da Minneapolis a Gaza». Per Elly Schlein l’esecutivo è divenuto il «cavallo di Troia» del presidente americano in Europa, con l’obiettivo di «frenare il salto in avanti di integrazione necessaria alla sopravvivenza dell'Unione» e l’aggravante di voler «aggirare la Costituzione». Riccardo Magi di Più Europa è il più caustico, quando accusa il Governo di «scodinzolare davanti a Trump». Troppo per Tajani, che in replica non può fare a meno di ribattere: «A proposito di scodinzolare, non siamo stati noi a scodinzolare attorno alla signora Merkel, sotto voce, al bar, a dire: «Ci penso io a tenere buoni gli altri». Il riferimento è al noto colloquio tra l’allora premier, Giuseppe Conte e l’ex cancelliera tedesca, e alle rassicurazioni del leader 5s sulla Lega, al tempo principale alleato di Governo.
Da segnalare, fuori dal perimetro dell’opposizione, il commento dell’ex premier e senatore a vita Mario Monti, per il quale, nonostante «una finalità lodevole», partecipando al Board «l'Italia si mette a servizio non della nazione italiana o europea, ma di una particolare incarnazione di quella americana, che tradisce già il non rispetto dell'eguaglianza, di America first». Anche l’Associazione italiana Ong (Aoi) boccia in toto il consesso trumpiano che, accusa, «concepisce la pace come una transazione, legittima la concentrazione di potere, umilia le Nazioni Unite e mina i diritti fondamentali della popolazione palestinese».

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