Solo meno Europa salverà l’Europa: la provocazione di Yuk Hui
Per il filosofo, docente all’Università Erasmus di Rotterdam, il continente ha bisogno di vivere una sorta di decolonizzazione interna, se vuole produrre nuovo pensiero

Quale futuro per il Vecchio Continente in un mondo che sembra sempre più post-europeo? È la questione che insegue Yuk Hui, docente all’Erasmus University di Rotterdam e uno dei più interessanti filosofi contemporanei, in Post-Europa (pagine 154, euro 17,50) da pochi giorni in libreria grazie all’editore Castelvecchi.
Potrebbe spiegare, professore, cosa significa per lei in un mondo post-europeo?
«Che l’Europa non sia più una potenza mondiale centrale è stato affermato da molti pensatori europei dopo la Seconda guerra mondiale. Per quanto mi riguarda, io mi riferisco in particolare al lavoro del fenomenologo Jan Patočka. Penso però che tale formulazione sia troppo semplicistica, poiché anche se l’Europa ha cessato di essere una potenza mondiale, situazione resa ancora più esplicita dai mass media che presentano solo Usa, Russia e Cina come le tre grandi potenze, l’Europa non è comunque solo un concetto geografico. L’europeizzazione o modernizzazione è avvenuta per secoli e secoli, e i paesi non europei hanno subito una trasformazione radicale, al punto da non poter essere separati dall’eredità europea. Solo assumendo questo punto di partenza possiamo affrontare il mondo post-europeo».
Perché la tecnologia, in questo contesto, è la questione centrale?
«Dicevamo che l’europeizzazione appartiene a quella che potremmo chiamare planetarizzazione che include colonizzazione, modernizzazione, globalizzazione, e così via. Essa è stata resa possibile dall’uso delle tecnologie che andavano dalle innovazioni in ambito militare, e in particolare nella potenza navale, allo sviluppo della rete di comunicazione digitale».
I paesi asiatici hanno spesso commesso l’errore di considerare la tecnologia come uno strumento neutrale. Perché questa visione è un’illusione pericolosa, e quali assunzioni epistemologiche europee sono effettivamente incorporate nella tecnologia moderna?
«Fu un’osservazione fatta da Arnold J. Toynbee negli anni ‘60, quando si chiese perché i paesi dell’Estremo Oriente rifiutassero gli europei nel XVI secolo, aprendosi invece a loro nel XIX secolo. Secondo lo storico britannico, nel XIX secolo gli europei esportavano solo la tecnologia ma non la religione e gli asiatici ritenevano che avrebbero potuto padroneggiarla, considerandola uno strumento neutrale. Ma queste tecnologie erano latrici, ad esempio, di una particolare relazione tra umano e ambiente, soggetto e oggetto, e quindi mettevano in discussione facilmente la relazione umano-ambiente invalsa in precedenza».
Se l’Europa deve “de-europeizzarsi” per sopravvivere come arrivare a una sua nuova “individuazione del pensiero”?
«Non solo l’Europa ma anche le altre culture dovrebbero de-essenzializzarsi per aprirsi a un nuovo futuro globale. L’Europa è speciale poiché il processo di europeizzazione ha imposto, nei secoli passati, ai paesi non europei valori quasi universali, e questo rappresenta il tema centrale della decolonizzazione. L’individuazione del pensiero impone di riconoscere l’incompatibilità tra pensieri diversi ma fa sì che queste tensioni lavorino per produrre nuovi pensieri. Il concetto di individuazione deriva da Gilbert Simondon, che lo descrive come un processo in cui, quando le tensioni superano un cero limite, la vecchia struttura si dissolve e ne emerge una nuova capace di preservare quelle tensioni e promuovere una metastabilità. I filosofi Mou Zongsan e Nishida Kitaro sono esempi di questo processo».
Lei pensa che per facilitare una nuova individuazione non bastino dei “Google o Facebook europei”…
«La questione della sovranità tecnologica è centrale nelle discussioni geopolitiche. In un altro mio libro, Machine and Sovereignty, cerco di affrontare la questione attraverso una reinterpretazione di Hegel e Schmitt, tra gli altri. Tuttavia temo che la discussione attuale sull’IA sovrana non sia solo una “non soluzione” al problema globale ma sia ciò che alimenta i conflitti e le competizioni, senza dimenticare che la persona che ha coniato questo termine è un produttore di microchip. Certo che è possibile duplicare Google o Facebook come è successo in Cina con Baidu e WeChat. Tuttavia, così facendo, non vediamo le questioni insite nella tecnologia stessa. Per dirla in modo semplice, qualsiasi prodotto tecnologico porta con sé un insieme di presupposti, ignorati dagli stessi ingegneri. Ad esempio cosa sia un utente, un gruppo o una relazione sociale, nei social, è già predefinito. Per questo è legittimo mettere in discussione questi presupposti e ideare progetti diversi da Google o Facebook. Penso sia il modo opportuno di parlare di innovazione».
Lei propone una “terza via” per superare il dilemma tra la nostalgia reazionaria del passato e lo sradicamento globale...
«Ci sono diversi livelli da cui muovere, ad esempio filosofia ed economia, ambiti che non sono completamente separabili. Tornare a casa, l’etimologia da cui proviene la parola “nostalgia”, è il modo più intuitivo per gestire il problema, come si trattasse di una semplice immunologia basata sull’opposizione tra sé e l’altro. Se rimuovi l’altro, tutto tornerebbe a funzionare. Naturalmente, questo non è solo pericoloso, ma anche falso. È innegabile che la globalizzazione abbia creato una nuova configurazione nell’economia locale o nazionale ma, al tempo stesso, bisogna riconoscere che sono mancati programmi per prendersi cura delle vittime. Ed è qui che occorre intervenire. Averlo trascurato spiega il fallimento della sinistra, altrimenti, le vittime della globalizzazione, sarebbero facilmente attratte dall’agenda della destra e dell’estrema destra, come è successo negli Stati Uniti».
Per questo diventa centrale la questione della “proletarizzazione” nel capitalismo industriale e consumistico.
«La questione è stata affrontata vent’anni fa da Bernard Stiegler in Constituer l’Europe. Per lui l’Europa avrebbe bisogno di una nuova economia politica adeguata allo sviluppo tecnologico attuale. Proletarizzazione significa qui la perdita di valore della conoscenza acquisita dai lavoratori che rimangono disoccupati a causa del trasferimento delle fabbriche dall’Europa alla Cina. I disoccupati dovranno fare qualcos’altro per vivere ma non potranno beneficiare delle conoscenze acquisite nel corso della loro esperienza lavorativa precedente. L’ascesa del consumismo nel XX secolo contribuisce a questo processo di proletarizzazione attraverso la manipolazione dello psico-potere, che nel XXI secolo avviene attraverso la manipolazione di dati e algoritmi. Il 27 gennaio 2026 c’è stata una causa legale contro Meta e YouTube per aver causato dipendenze ai giovani. È un caso giudiziario molto importante poiché è la prima volta che si cercano i responsabili della dipendenza dai social network, che sono anche la principale fonte dei dati che processano e del loro reddito».
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