I nonni con la valigia: perché dal Sud stanno fuggendo anche gli anziani
Il Mezzogiorno è vittima di un doppio esodo. A partire non sono solo i giovani, ma pure gli anziani. Tutti i numeri (e le spiegazioni) contenuti in un Report della Svimez presentato in collaborazione con Save the Children. Eccoli

Paola e Andrea vivevano entrambi a Torino. Lei è di Caltanissetta. Si è trasferita al Nord per studiare. Nella sua regione non aveva futuro. Lui invece è cresciuto in Piemonte. Dopo la laurea in ingegneria le loro strade si sono divise. Sono stati contattati entrambi da un’azienda del territorio. Ma Andrea non ha accettato. Cercava uno stipendio più alto. Così è andato a lavorare in una società con sede a Londra. Paola, invece, ha deciso di firmare il contratto, rimanendo in Italia. E negli anni si è costruita una famiglia, grazie al supporto di numerosi servizi educativi e formativi, molti dei quali assenti in Sicilia. E anche grazie ai suoi genitori, che dopo essere andati in pensione, hanno deciso di trasferirsi a Torino per starle vicino e per assicurarsi un’assistenza sanitaria migliore. Le storie di Paola e Andrea sono una fotografia di quello che sta accadendo nel nostro Paese. In primis con il Mezzogiorno, che si sta svuotando alla velocità della luce. Ad andarsene, però, non sono solo i giovani (dal 2002 al 2024 quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Sud in direzione del Centro-Nord), ma anche gli anziani. Che conservano la residenza al Sud ma raggiungono figli e nipoti emigrati nelle regioni settentrionali. Negli ultimi ventidue anni, i numeri dei cosiddetti “nonni con la valigia” sono quasi raddoppiati, passando da 96 mila a oltre 184mila unità.
Questi i principali dati del Report della Svimez “Un Paese, due emigrazioni”, presentato ieri, a Roma, in collaborazione con Save the Children. Un lavoro che non dimentica anche i giovani costretti ad abbandonare il Nord per l’estero. Sempre tra il 2002 e il 2024, sono 154mila i laureati che sono fuggiti via dall’Italia. Il fenomeno ha raggiunto il picco nel 2024, con il trasferimento di 21mila giovani laureati under 35, un valore doppio di quello del 2019 (circa 10mila). Una perdita che però non scalfisce le regioni settentrionali, che compensano ampiamente le proprie partenze proprio grazie ai flussi dal Mezzogiorno. È il Sud, insomma, ad avere la peggio. Nello stesso periodo, la quota di laureati tra i migranti meridionali tra i 25 e i 34 anni è triplicata: dal 20% del 2002 a circa il 60% nel 2024. Ai flussi migratori interni, si affianca la crescente scelta della rotta Sud-estero: tra il 2002 e il 2024 oltre 63mila under 35 laureati meridionali hanno lasciato il Paese. Al netto dei rientri, la perdita complessiva per il Sud è di 45mila giovani qualificati. Il fenomeno delle migrazioni intellettuali, inoltre, è fortemente femminile: dal 2002 al 2024 sono emigrate 195mila donne laureate dal Sud al Centro-Nord, 42mila in più degli uomini. E la quota di qualificati tra i migranti meridionali diretti al Centro-Nord è cresciuta soprattutto tra le donne: dal 22% nel 2002 a quasi il 70% nel 2024, contro un aumento dal 14,6% al 50,7% tra gli uomini.
Un fenomeno complessivo che si traduce in una dispersione dell’investimento pubblico. La Svimez quantifica in 6,8 miliardi di euro l’anno il costo associato alla mobilità interna dei giovani laureati dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord: un trasferimento di risorse pubbliche a favore delle aree più forti del Paese. A questo si aggiunge il costo delle migrazioni estere: per il Sud la perdita di investimento formativo è stimabile in 1,1 miliardi di euro annui, mentre il Centro-Nord registra una perdita superiore ai 3 miliardi di euro l’anno per l’emigrazione all’estero dei profili più qualificati. Una fuga, sottolinea il rapporto, che inizia ancora prima della laurea. Nell’anno accademico 2024/2025, quasi 70mila studenti meridionali – su circa 52mila – hanno studiato in un ateneo del Centro‑-Nord: oltre il 13% del totale, con picchi del 21% nelle discipline Stem. Una scelta che sembra dare ragioni ai giovani. Meno del 70% dei laureati negli atenei meridionali, infatti, trova occupazione nei territori di origine. Anche se negli ultimi anni sono da registrare segnali in controtendenza.
Altra questione centrale nel lavoro di Svimez, sono i salari e i divari retributivi territoriali e di genere. A tre anni dal conseguimento del titolo, i laureati italiani che lavorano all’estero guadagnano tra 613 e 650 euro netti in più al mese rispetto a chi resta in Italia. All’interno del Paese, il Mezzogiorno registra la retribuzione media più bassa (1.579 euro), contro i 1.735 euro del Nord‑Ovest. La differenza salariale tra una laureata del Sud e un laureato del Nord-Ovest è di 375 euro mensili, a vantaggio del secondo. «Servono politiche pubbliche, adeguatamente finanziate, affinché i più giovani possano pensare di rimanere», ha esortato Antonella Inverno, la responsabile analisi e ricerche di Save the Children. Le ha fatto eco Luca Bianchi, direttore di Svimez, che ha proposto «l’introduzione, a livello europeo, di un Graduate Staying Premium, basato su una detassazione parziale dei redditi da lavoro dei giovani laureati neoassunti nei primi cinque anni di attività nelle regioni europee collocate nella trappola dei talenti». La misura, ha spiegato, «consentirebbe di aumentare il salario netto di ingresso, riducendo il divario rispetto alle aree più forti e rendendo concretamente più praticabile il diritto a restare». Non solo per interrompere l’esodo, ma per trasformarlo in un’occasione per ripartire.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






