Dino Buzzati si vede e si legge alle Olimpiadi di Milano Cortina

Libri ripubblicati e una mostra, raccontano la passione per la montagna dello scrittore e giornalista che fu anche inviato per il "Corriere della Sera" ai Giochi invernali
February 17, 2026
Dino Buzzati si vede e si legge alle Olimpiadi di Milano Cortina
Lo scrittore e giornalista Dino Buzzati (1906-1972) nel suo studio con alle spalle un quadro che rappresenta la sua visione de "La piazza del Duomo di Milano"
«Tutti i cittadini che lavorano conoscono il tranvai che li porta all’ufficio e che li riconduce a casa due volte al giorno, come un vecchio amico; non solo sanno a memoria le case, i negozi e tutti gli aspetti della via che esso percorre, ma hanno anche imparato la sua particolare fisionomia e i segni con cui si manifesta». Così scriveva il 23enne Dino Buzzati (1906-1972) in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 17 luglio 1929. Uno dei tanti “racconti milanesi” che compongono un mosaico messo insieme dalla preziosa e infaticabile curatela del buzzatiano doc Lorenzo Viganò nel volume Scusi da che parte per Piazza del Duomo? (Mondadori). In questi pezzi di memoria meneghina si comprende il rapporto viscerale e al contempo estremamente critico, pur sempre nella sua cifra ironica e visionaria, nei confronti della Città in cui dopo essere nato a San Pellegrino, alle porte di Belluno, Buzzati visse tutta la sua intensa esistenza di uomo che per brevità definiremmo “Artista”. Con la sua «carrozza di tutti», il tram, tornato prepotentemente attuale in queste Olimpiadi Invernali di Milano Cortina, a cominciare dalla cerimonia di inaugurazione di San Siro in cui Marco Balich, il direttore creativo, ha introdotto nella narrazione quel tranvai per una notte, il pluricampione della MotoGp Valentino Rossi e il suo passeggero speciale, il Presidente della Repubblica, “l’olimpico” Sergio Mattarella. Idealmente, in quella scena, che rimarrà la più iconica di queste Olimpiadi milanesi, si avverte forte la presenza dello scrittore che “rivive” nella mostra Dino Buzzati e l’Aldilà. Milano e le montagne, da “Poema a fumetti” al film “Orfeo” (curata da Viganò e Virgilio Villoresi, aperta fino al 6 aprile al Laboratorio FAAM di via Marco Formentini 10). Una mostra in cui si ritrova in maniera immersiva il Buzzati pittore, poeta, drammaturgo, librettista, scenografo, costumista, oltre che grande giornalista e scrittore immenso. Da far conoscere ogni sua opera, specie alla “Z generation”, dai romanzi Un amore, ai “montani” Bàrnabo delle Montagne, Il segreto del bosco vecchio e Il deserto dei Tartari.
Narratore di città e di montagna, prediligendo le sue amate e natie Dolomiti elette “Patrimonio dell’Umanità” molto prima del riconoscimento Unesco. Probabilmente se fosse ancora al suo posto nella redazione di via Solferino lo avremmo visto aggirarsi per le piste di Cortina e del Trentino e le Ice Arena milanesi, aggiornando così la splendida raccolta, anche questa a cura di Lorenzo Viganò, Dino Buzzati. I fuorilegge della Montagna (Mondadori). Altra selezione di pezzi giornalistici di alta scuola e in alta quota che si leggono con la stessa scioltezza con cui il doppio oro olimpico dello sci Federica Brignone affronta la discesa. Buzzati è stato un fuoriclasse in ogni ambito in cui si è cimentato e quella capacità di mimetizzare la sua scrittura all’argomento prescelto o dettato dalle esigenze, prima redazionali e poi editoriali, si ritrova anche negli scritti sugli sport invernali, in virtù dell’«essere sempre sulla notizia al legame diretto, personale, poetico e atletico, con le cime», sottolinea in prefazione Viganò che ci accompagna in questo fantastico viaggio sulle orme impresse sulla neve dal “cronista olimpico”. In quei pezzi c’è tutta la storia di una passione, cominciata con le scalate e la vocazione da alpinista. «Io sono diventato alpinista. Ho fatto il Pizzocco (2187) di cui ti ho parlato e la Marmolada (3344) la “Regina delle Dolomiti”», confida orgogliosamente il 13enne Buzzati all’amico di una vita, Arturo Brambilla. Dal 1920 fino a sei anni prima della morte, continuerà ad arrampicarsi sulle rocce e l’ultima ascensione «all’amata Croda del Lago» la farà nel 1966, il giorno del suo 60° compleanno (il 16 ottobre) assieme alla cordata dei fedelissimi Lino Lacedelli e Rolly Marchi.
L’amico geniale Rolly, giornalista, scrittore e anche lui alpinista, ideatore della 3-Tre, la mitica pista di Madonna di Campiglio e organizzatore del “Trofeo Topolino”, gara di selezione internazionale dei talenti del futuro. Nella lunga lista degli amici di cime festose da scalare di Buzzati non possiamo dimenticare Gabriele Franceschini «con cui arrampica ogni estate dal 1948 al 1956» e l’amico “Piro”, Giuseppe Pirovano, guida alpina e inventore dell’ “Università dello sci”, al Passo dello Stelvio. Nell’anno olimpico di Cortina ’56 Buzzati alle rocce cominciò ad anteporre lo sci. Alla fatica dello scalatore sostituì la confortevole «sete di discesa» dello sciatore. Le risalite poi, dalla metà degli anni ’30, beneficiarono delle comode sciovie e gli impianti brillavano come gli ori sui podi olimpici di Cortina 1956. La “Perla delle Dolomiti” con le nuove piste ridisegnava quel paesaggio policromo fatto di fole e di «rocce rosse, minuscole caverne, nidi di gnomi forse scavate negli apicchi; lugubri strisce di antichi stillicidi; cicatrici di un candore quasi osceno». Bagaglio poetico atto a celebrare i Giochi di Cortina che Buzzati portò con sé anche in quelli di Innsbruck dove, dopo il Giro d’Italia del 1949 (“romanzo sportivo” senza eguali) venne spedito a “fare il colore”. Nella gara di sci di fondo della 15 km allo stadio Seefeld dove la sua penna diafana accompagna in una cronaca accalorata gli azzurri De Dorigo, Rodeghiero, De Florian, per poi attendere la prova di Nones nella 30 km, con il campione di Castello di Fiemme che quattro anni dopo a Grenoble ‘68 sarà il primo storico oro del fondo italiano. Ma lì a Innsbruck era ancora tempo del dominio assoluto dei nordici. Per Buzzati invece il primato assoluto spetterà sempre alla bellezza di quelle «tetre pareti incrostate di vitrei ghiacci verdi» che solo ad osservarle ne provava piacere e ai posteri spediva questa cartolina per il tempo che viviamo e quello che verrà: «Perché se è bello che l’uomo vinca la natura, guai se la natura viene sottomessa fino in fondo. Allora scompare ogni mistero e insieme ogni suo incanto».

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