Quell'infinito tuffo nel vuoto dei nemici della gravità
Silenzio, concentrazione, nessuna paura. Le sensazioni e i gesti di una delle prove più spettacolari: il salto con gli sci dal trampolino olimpico

Diario dai Giochi/12.
Adesso che le loro gare sono finite, posso smettere di trattenere il fiato e le dita sulla tastiera. Prima no, avevo paura di disturbare quel silenzio irreale e assoluto che precede il salto. Perché c'è un mondo lassù che deve andare giù, come accade a quelli che tornano dallo spazio. Ma gli astronauti salutano prima di salire sulla navicella che li porterà in alto. Non qui, non su questa terra bianca: i saltatori sugli sci non lo fanno. Non ci sono voci, chiacchiere, familiarità. C'è solo la concentrazione a guidare i nemici della gravità. Prima di affrontare il vuoto, una vertigine su cui scorrere e scivolare lontano.
Il trampolino olimpico è una specie di ascensore per il patibolo. Sali al piano che sta a 140 metri d’altezza, aspetti il tuo turno. Come hanno fatto Domen e Nika Prevc, sloveni, 27 e 21 anni, fratello e sorella. Una sola famiglia storicamente vincente, quella dei Prevc, che da questi Giochi ha portato a casa complessivamente tre ori, un argento e un bronzo. Al trampolino di Predazzo erano arrivati con i primati di volo più lungo, stabiliti un anno fa: 254,50 metri per Domen, per capirci sono più di due campi di calcio. E 236 per Nika. Lui è rimasto in aria per poco più di sei secondi, un tempo che sembra non finire mai.
Il salto con gli sci è questo: è come quando butti una foglia da un grattacielo. Solo che quella foglia è una persona. E si butta da sola, a 90 km orari. Senza tremare. Lassù, prima del volo, c'è la camera di chiamata che sembra un'incubatrice: c'è chi aspetta con il casco in mano, chi sulla testa, chi si riscalda i muscoli, chi nasconde i pensieri, chi chiude gli occhi e ripassa. Bisogna essere veggenti, capire qualcosa che ancora non c'è: l'atterraggio alla fine del salto. Memorizzare gesti, sensazioni, traiettorie. E possibilmente pesare poco, perché anche i pensieri portano i loro grammi.
Il corpo deve diventare trasparente, non deve resistere, ma invogliare forza e velocità, trovare l'angolo, fidarsi del nulla. E calcolare il vento, al contrario. Perché qui quello che soffia davanti è favorevole, ti tiene in alto. Quello che arriva da dietro invece è cattivo, ti ostacola.
Fuori magari c'è vento e bufera, lì dentro c'è una cuccia, c'è un tepore: la quiete prima della tempesta. Poi il contasecondi, il rumore che improvvisamente si fa vivo, la testa che non ha più gesti da ricordare, c'è solo da farsi ingoiare dal cielo. Un salto nel vuoto. Il più difficile. Perché poi indietro non si torna.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






