Più veleni che sorrisi: sotto il podio in tanti non si sopportano

Antipatie e vecchie ruggini: da Goggia e Brignone a Vittozzi e Wierer, passando per Fontana contro tutti. Ma quello che conta alla fine è sempre il "codice Velasco"
February 16, 2026
Più veleni che sorrisi: sotto il podio in tanti non si sopportano
Pietro Sighel (primo a sinistra) e Arianna Fontana (terza da destra) dopo la medaglia a squadre nello Short Track / REUTERS

Diario dai Giochi/11

Diaboliche Olimpiadi: abbracci e sorrisi sul podio, ma sotto c’è brace viva. Sembrano tutti amici, compatti e solidali nel celebrare il trionfo altrui e a consolare chi perde. Bugia enorme. Bastava guardare la faccia di Sofia Goggia quando la Brignone ha vinto il suo secondo oro: una maschera grigia, complimenti zero, anzi nemmeno una parola per lei, sembrava che le fosse morto il gatto. Idem qualche giorno prima, quando Federica ha vinto il Super G. Certo, Sofia era incavolata nera per la sua prova, ma qualche maligno dice che ha forzato ed è caduta in quella gara soprattutto perché sapeva che in testa c’era l’altra. Circostanza insopportabile da digerire.
Mai state amiche: rispetto sì, ma poi finisce lì. E la cosa dura da anni: la rivalità è una brutta bestia se non la sai (o non la vuoi) gestire. Il discorso vale anche al contrario tra le due, e con interferenze pure di Ninna Quario, mamma della Brignone. Una che ha vinto tanto sugli sci, ma che del riccio ha gli aculei senza, a volte, averne l’eleganza.
Lo sport d’altronde è pieno di pollai dove due galli insieme non sono compatibili ma questi Giochi apparentemente spalmati di miele, tra gli azzurri hanno una percentuale di acidità superiore alla media. E fin dall’inizio, se è vero - come mi assicura chi l’ha vista in tv - che Stefania Belmondo durante la cerimonia inaugurale ricordando i successi azzurri nel fondo ha fatto i salti mortali per riuscire a non pronunciare mai il nome della Di Centa, altro binomio di nemiche storiche. A proposito di colleganza invece, più che delle medaglie, per giorni in tv si è parlato del comunicato con cui i giornalisti della Rai hanno sfiduciato il loro direttore, ripetuto più o meno ogni tre minuti. Abbiamo capito, grazie.
C’è altro probabilmente da raccontare. Restando in tema veleno e dintorni, ad esempio, la tensione perenne tra Lisa Vittozzi e Dorothea Wierer: hanno vinto l’argento nel biathlon stando nella stessa squadra, ma chi le conosce bene assicura che si detestano cordialmente da anni. Oppure la vicenda extra sportiva di Arianna Fontana, 13 medaglie olimpiche in 20 anni di carriera, che non gode di ottima stampa per quell’aroma di sottile antipatia che si porta dietro i pattini. Opinione personale: come ha scritto il bravissimo Stefano Olivari, chi ha carattere spesso ha un brutto carattere, e già questo basta a rendermela simpatica. Ma la ragazza da sempre non raccatta particolare favore nemmeno tra gli altri atleti azzurri, per antiche questioni arrivate fino ai tribunali sportivi. Pietro Sighel, suo compagno di Nazionale e di staffetta mista nello short track, ha riassunto il tutto in un’intervista a Repubblica chiarendo cosa pensa di Arianna (“E chi la conosce? Da otto anni si allena all’estero, con lei non siamo squadra”) e che bel clima si respira sul ghiaccio azzurro.
Nessuna sorpresa, comunque. Si dice che gli atleti siano esseri umani come gli altri, ma non è vero. Gli atleti della domenica, i dilettanti e i mediocri forse sì, ma questi campionissimi da medaglia vivono in una dimensione inimmaginabile di sacrifici, di fatica, di narcisismo, di dedizione ossessiva, di adulazione spudorata quando vincono. E di depressione inconsolabile quando perdono. In un mondo che misura il trionfo e la sconfitta in centesimi di secondo, i ritmi della vita e dei sentimenti non sono gli stessi che noi conosciamo. Non lo sono quando si amano, e non lo sono neppure quando non si sopportano tra loro. Il "codice" Velasco ("per vincere occorre fare squadra, essere amiche non serve") resta comunque l'unico che vale.

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