Patton: «Così la Via Crucis passa attraverso le ferite di un mondo in guerra»
Custode di Terra Santa dal 2016 al 2025, ha ricevuto dal Papa l’incarico di scrivere i testi per la processione che il Venerdì Santo si tiene al Colosseo. «Pasqua ci dice che il male non ha l’ultima parola»

La Via Crucis? «Passa anche oggi tra le ferite del mondo». Padre Francesco Patton – che oggi risiede al Santuario del Monte Nebo, in Giordania – ha percorso durante il suo servizio alcune delle Vie Dolorose più dure del nostro tempo: guerre, tensioni in Medio Oriente, la pandemia, la diaspora di comunità cristiane costrette a resistere o a partire. Nato a Trento, biblista e teologo, padre Patton è stato custode di Terra Santa dal 2016 al 2025, guidando la presenza dei frati minori francescani nei Luoghi Santi. A lui Leone XIV ha chiesto di stendere i testi per la Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo, presieduta oggi dallo stesso Pontefice.
Padre Patton, lei ha definito la Terra Santa una «Via Crucis quotidiana». Cosa significa oggi questa immagine?
«Dopo anni vissuti a Gerusalemme, la Via Crucis per me è molto concreta: assomiglia alla vita reale delle persone. Non si svolge in un clima raccolto, ma in mezzo a tensioni, grida, conflitti. È più vicina, paradossalmente, alla Via Crucis storica di Gesù, che camminava tra ostilità e violenza. Questo rende il Vangelo attuale e, direi, persino scomodo: la sofferenza non va spiritualizzata, ma guardata in faccia».
«Dopo anni vissuti a Gerusalemme, la Via Crucis per me è molto concreta: assomiglia alla vita reale delle persone. Non si svolge in un clima raccolto, ma in mezzo a tensioni, grida, conflitti. È più vicina, paradossalmente, alla Via Crucis storica di Gesù, che camminava tra ostilità e violenza. Questo rende il Vangelo attuale e, direi, persino scomodo: la sofferenza non va spiritualizzata, ma guardata in faccia».
Che significato assume in particolare la Via Crucis del Venerdì Santo?
«Diventa uno specchio del presente e un esame di coscienza collettivo. Nei testi ho riflettuto su temi come il potere ingiusto, la sofferenza delle madri, la dignità calpestata, la disumanizzazione, la tortura. La Via Crucis non è devozione: è rivelazione di come Dio entra nei meccanismi più oscuri della storia umana senza sottrarsi. E ci chiede: da che parte stiamo?».
«Diventa uno specchio del presente e un esame di coscienza collettivo. Nei testi ho riflettuto su temi come il potere ingiusto, la sofferenza delle madri, la dignità calpestata, la disumanizzazione, la tortura. La Via Crucis non è devozione: è rivelazione di come Dio entra nei meccanismi più oscuri della storia umana senza sottrarsi. E ci chiede: da che parte stiamo?».
Quanto è importante aiutare i fedeli a riconoscere Cristo nelle sofferenze di oggi?
«È decisivo. La Passione rivela insieme l’amore infinito di Cristo e la dignità infinita dell’uomo. Se il Figlio di Dio accetta di morire per l’uomo, allora nessuna vita è “scartabile”. Riconoscere Cristo nel dolore del mondo significa anche lasciarsi convertire: cambiare sguardo, passare dall’indifferenza alla compassione, che è sempre anche responsabilità. Ho sempre avuto davanti a me soprattutto i volti. Le madri: israeliane e palestinesi, quelle di Gaza o della Siria, accomunate da un dolore che non ha più parole. Ho negli occhi storie di ferite che però non cancellano la dignità. La Via Crucis è abitata da questi volti».
«È decisivo. La Passione rivela insieme l’amore infinito di Cristo e la dignità infinita dell’uomo. Se il Figlio di Dio accetta di morire per l’uomo, allora nessuna vita è “scartabile”. Riconoscere Cristo nel dolore del mondo significa anche lasciarsi convertire: cambiare sguardo, passare dall’indifferenza alla compassione, che è sempre anche responsabilità. Ho sempre avuto davanti a me soprattutto i volti. Le madri: israeliane e palestinesi, quelle di Gaza o della Siria, accomunate da un dolore che non ha più parole. Ho negli occhi storie di ferite che però non cancellano la dignità. La Via Crucis è abitata da questi volti».

A Gerusalemme la Settimana Santa si vive quest’anno tra limitazioni e tensioni... Permesse le celebrazioni, ma senza fedeli.
«Resta l’essenziale. E l’essenziale è Cristo. I frati vivono e celebrano nei Luoghi Santi a nome di tutta la Chiesa: anche di chi non può essere presente. Questo dà alle liturgie un carattere ancora più profondo: ogni preghiera è portata a Dio anche per chi è assente, per chi soffre, per chi non ha voce. Da secoli i frati francescani vivono all’interno della basilica del Santo Sepolcro. Le loro giornate sono interamente ritmate dalla preghiera, dalle celebrazioni all’alba fino agli uffici notturni, in una continuità che non si interrompe mai. La loro voce diventa quella del mondo intero. Il Sepolcro non è solo un luogo: è la memoria viva della Pasqua. Custodirlo vuol dire garantire una presenza orante giorno e notte, quasi a “tenere accesa” la fede della Chiesa».
«Resta l’essenziale. E l’essenziale è Cristo. I frati vivono e celebrano nei Luoghi Santi a nome di tutta la Chiesa: anche di chi non può essere presente. Questo dà alle liturgie un carattere ancora più profondo: ogni preghiera è portata a Dio anche per chi è assente, per chi soffre, per chi non ha voce. Da secoli i frati francescani vivono all’interno della basilica del Santo Sepolcro. Le loro giornate sono interamente ritmate dalla preghiera, dalle celebrazioni all’alba fino agli uffici notturni, in una continuità che non si interrompe mai. La loro voce diventa quella del mondo intero. Il Sepolcro non è solo un luogo: è la memoria viva della Pasqua. Custodirlo vuol dire garantire una presenza orante giorno e notte, quasi a “tenere accesa” la fede della Chiesa».
La liturgia del Triduo pasquale a Gerusalemme ha momenti decisamente particolari...
«Certo. Uno è il cosiddetto “funerale di Gesù” del Venerdì Santo. È una celebrazione che unisce parola e gesto in modo straordinario: il corpo di Cristo viene deposto dalla croce, avvolto, portato alla pietra dell’unzione, incensato e poi deposto nel sepolcro. Non è teatro, è memoria incarnata. Ma direi che tutta la liturgia del Santo Sepolcro ha una profondità unica: ogni giorno i frati percorrono, anche fisicamente, i luoghi della Passione, morte e Risurrezione. La processione quotidiana diventa una sorta di “Vangelo vissuto”, in cui spazio e tempo si intrecciano. E poi c’è la Veglia pasquale celebrata al mattino del Sabato Santo, per via dello Status quo: è un paradosso solo apparente. In realtà dice che la luce della Risurrezione irrompe nella storia quando ancora è buio. Il Sepolcro non è più solo il luogo della morte, ma il grembo da cui nasce una creazione nuova».
«Certo. Uno è il cosiddetto “funerale di Gesù” del Venerdì Santo. È una celebrazione che unisce parola e gesto in modo straordinario: il corpo di Cristo viene deposto dalla croce, avvolto, portato alla pietra dell’unzione, incensato e poi deposto nel sepolcro. Non è teatro, è memoria incarnata. Ma direi che tutta la liturgia del Santo Sepolcro ha una profondità unica: ogni giorno i frati percorrono, anche fisicamente, i luoghi della Passione, morte e Risurrezione. La processione quotidiana diventa una sorta di “Vangelo vissuto”, in cui spazio e tempo si intrecciano. E poi c’è la Veglia pasquale celebrata al mattino del Sabato Santo, per via dello Status quo: è un paradosso solo apparente. In realtà dice che la luce della Risurrezione irrompe nella storia quando ancora è buio. Il Sepolcro non è più solo il luogo della morte, ma il grembo da cui nasce una creazione nuova».
In Terra Santa, in un contesto dove la religione rischia di essere strumentalizzata, quale esperienza ha maturato?
«La fede può essere usata per dividere, ma il Vangelo spinge nella direzione opposta. I cristiani in Terra Santa continuano a lavorare per la pace, spesso in silenzio. È una testimonianza fragile ma ostinata. E ci ricorda che la pace non è solo un ideale: è una costruzione concreta che passa da giustizia, verità, libertà e amore. La pace è come la salute: ci si accorge davvero del suo valore solo quando viene a mancare, quando si vive dentro la sua assenza, quando le persone care sono immerse nella sofferenza, nella paura, nell’instabilità. I cristiani, ma tutti i leader religiosi, come ci ha insegnato papa Francesco, devono proclamare la pace come un bene essenziale e insostituibile».
«La fede può essere usata per dividere, ma il Vangelo spinge nella direzione opposta. I cristiani in Terra Santa continuano a lavorare per la pace, spesso in silenzio. È una testimonianza fragile ma ostinata. E ci ricorda che la pace non è solo un ideale: è una costruzione concreta che passa da giustizia, verità, libertà e amore. La pace è come la salute: ci si accorge davvero del suo valore solo quando viene a mancare, quando si vive dentro la sua assenza, quando le persone care sono immerse nella sofferenza, nella paura, nell’instabilità. I cristiani, ma tutti i leader religiosi, come ci ha insegnato papa Francesco, devono proclamare la pace come un bene essenziale e insostituibile».
Quale speranza nasce da questa Pasqua a Gerusalemme?
«La Pasqua dice che il male non ha l’ultima parola. Il muro dell’inimicizia è già stato abbattuto sulla croce, anche se la storia fatica a riconoscerlo. Al cuore della Pasqua c’è anche questo mandato preciso: Cristo “è la nostra pace” perché, donando la vita, ha fatto di tutti i popoli un solo popolo. La Risurrezione non è solo una memoria da celebrare, ma una realtà da vivere: chiede ai credenti di riconoscersi fratelli, di superare divisioni e ostilità, e di lasciarsi riconciliare per costruire relazioni nuove, fondate sulla una dignità riconosciuta e condivisa».
«La Pasqua dice che il male non ha l’ultima parola. Il muro dell’inimicizia è già stato abbattuto sulla croce, anche se la storia fatica a riconoscerlo. Al cuore della Pasqua c’è anche questo mandato preciso: Cristo “è la nostra pace” perché, donando la vita, ha fatto di tutti i popoli un solo popolo. La Risurrezione non è solo una memoria da celebrare, ma una realtà da vivere: chiede ai credenti di riconoscersi fratelli, di superare divisioni e ostilità, e di lasciarsi riconciliare per costruire relazioni nuove, fondate sulla una dignità riconosciuta e condivisa».
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