L’oro azzurro è rosa: quanto è bella la storia delle sorelle d’Italia
Il gradino più alto del podio 6 volte (e mezza) su 8 in questi Giochi è stato conquistato sinora dalle donne: 58 anni dopo il primo, molto è cambiato

Hanno nomi gli ori. Si chiamano Federica (due volte), Francesca (due anche per lei), Andrea e Marion, Lisa, Elisa e Arianna. Sei medaglie su otto consegnate sinora all’Italia sul gradino più alto del podio in questi Giochi sono esclusivamente femminili, e la settima (squadra mista) è in comproprietà. Mai successo prima nella storia del nostro sport.
I numeri quasi mai sono neutri, sono cifre di un'altra Italia, quella rosa, che tra sport e società non sempre ha viaggiato in prima classe. Brignone, Lollobrigida, Vötter e Oberhofer, Vittozzi, Fontana e Confortola: questi sono ori di donne, ragazze, atlete, campionesse, sempre pronte a buttarsi, a confrontarsi, a cadere e rialzarsi, ad andare controvento, testarde e vincenti. Quelle selvagge, istintive, irruenti. Quelle leggere, tecniche, intelligenti. Quelle che parlano e rispondono perfettamente in tre o quattro lingue, quelle che dicono “sì, sì” e poi fanno di testa loro. E magari sbagliano, ma quasi sempre anche no, smettendo di essere un progetto altrui per essere quelle che sono.
Mai così tante (93 su 196 atleti), ma non sono la maggioranza nella nazionale azzurra in questa spedizione olimpica. Però sono storia e coscienza, anche scanzonata, di un'Italia di discese ardite e di risalite, fatta di sorelle diverse, dai caratteri opposti, ma unite nel destreggiarsi tra i pregiudizi. E nella volontà di lasciarsi il mondo dietro, perché quando sei forte e vinci, non esiste sesso diverso. Lo ha detto Federica Brignone in questi giorni: «Discriminata per essere donna? Mai successo. Lo sci però è uno sport molto fisico, per certi versi più maschile. Ma nessuno mi ha mai fatto sentire diversa, o inferiore».
Storia, appunto. La stanno facendo, l’hanno già fatta. Come iniziò a costruirla prima di loro Ondina Valla, 90 anni fa, vincendo nell’atletica gli 80 ostacoli a Berlino 1936. Ha vent'anni quando se lo mette al collo, è di Bologna, è il primo oro olimpico femminile italiano. E’ scomparsa vent’anni fa Ondina, aveva un ricordo nitido di quel giorno tedesco: «Faceva freddo, avevo due maglie addosso, il massaggiatore per farmi coraggio mi diede una zolletta di zucchero imbevuta di cognac. Hitler mi parlò, ma io non capivo il tedesco…».
Lei forse avrebbe vinto anche prima, ma se fosse andata nel ‘32 a Los Angeles sarebbe stata la sola donna della comitiva azzurra. E non stava bene fare una trasferta in mare “con tanti uomini”. Così restò a casa: i maschi potevano, le femmine no: «Sarebbe stato un problema e nessuno voleva affrontarlo».
Così occorre aspettare altri 32 anni per il primo oro olimpico femminile in un’edizione invernale dei Giochi. A Grenoble nel 1968 Erika Lechner, 20 anni lei pure, di Maranza (Bolzano). Vince nello slittino, grazie alla squalifica della Germania Est che ha barato riscaldando i pattini.
A Sarajevo nell'84 Paoletta Magoni, 19 anni, di Selvino (Bergamo) si mette al collo il primo oro dello sci femminile italiano, vincendo lo slalom speciale. Dopo 13 edizioni olimpiche a quota zero, le donne rompono il tabù. «Dissi che andavo ai Giochi per vincere, non per partecipare. Mi guardarono tutti come se fossi pazza, la gente pensava mi fossi montata la testa…», racconterà poi.
Ad Albertville nel 1992 inizia invece l’epopea di Deborah Compagnoni con il primo dei suoi tre ori, nel SuperG, antipasto di quelli di Lillehammer 1994 (gigante) e di Nagano 1998 (ancora gigante): tre volte sul gradino più alto del podio in tre diverse edizioni dei Giochi. Mai successo prima a un’italiana, e nemmeno dopo. In mezzo, sempre ad Albertville, nello slalom, la caduta e il suo urlo di dolore, sentito in diretta tv, con la rottura dei legamenti.
Sì, perché la Brignone è stata solo l’ultima: anche le donne hanno sempre sofferto. E hanno sempre fatto fatica, come con gli ori conquistati nel fondo da Stefania Belmondo, 47 chili di ossa e tormento, nel 1992 nella 30 km a tecnica libera. Nel '94 a Lillehammer Stefania si ripete e Manuela Di Centa ne vince addirittura due, nella 15 e nella 30 km. Con l'aggiunta di quello di Gerda Weissensteiner, ultima di otto figli, ma prima nello slittino.
Oggi c’è un filo nemmeno tanto sottile che unisce le donne degli ori più clamorosi e celebrati, una sorta di “economia del gesto” suggerito dall’anagrafe. Nessuna improvvisazione, sono medaglie d’esperienza le loro, costruite nel tempo. Brignone, Fontana e Lollobrigida hanno tutte intorno ai 35 anni e vivono una fase in cui l’intelligenza applicata al fisico è diventata un fattore delle loro prestazioni. Non vincono per strapotere atletico puro, ma per una felice lettura della scena. Brignone per le linee millimetriche e le curve pennellate con leggerezza; Fontana per la capacità di sentire il ghiaccio e infilarsi in spazi invisibili; Lollobrigida per la gestione del battito cardiaco, e la precisione chirurgica nell’amministrare lo sforzo quando le gambe non c’erano più. Nessuna ha esultato rabbiosa, tutte avevano lo sguardo fiero.
Alla fine, ma ancora la fine non è arrivata, Milano Cortina 2026 decreta, 58 anni dopo il primo oro, il deciso sorpasso olimpico sugli uomini in un “made in Italy” dove il gradino più alto del podio è donna all’81,25 per cento. Federica, Francesca, Andrea e Marion, Lisa, Elisa e Arianna (in comproprietà): se vincono così, sbarazzandosi del mondo, significa che non sono ragazze interrotte, ma che hanno fiato, coraggio e volontà. Dopo che altre l’anno aperta, hanno sfondato una porta. Dove oggi e in futuro passeranno ancora in tante.
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