Franzoni: «Ancora non ci credo, ma brucia non aver vinto l’oro»

Intervista al talento dello sci italiano, argento olimpico in discesa
February 15, 2026
Franzoni: «Ancora non ci credo, ma brucia non aver vinto l’oro»
Giovanni Franzoni con la sua medaglia d'argento / Reuters/Angelika Warmuth
L’argento olimpico della discesa ha la luce delle imprese improvvise. Ma parlando a tu per tu con Giovanni Franzoni, a Casa Italia a Livigno, si capisce che per il ventiquattrenne gardesano improvviso non è sinonimo di casuale. C’è una traiettoria dietro quella medaglia, un percorso diverso, come si è tatuato sulla pelle, che parte da lontano.
Giovanni, da sabato 7 febbraio la sua vita è cambiata?
«Niente di inaspettato, tutto come pensavo. Dopo Kitz mi avevano scritto un sacco di persone, quindi anche i messaggi di Sinner e Jacobs li avevo già vissuti. Ho fatto il mio recupero, il mio allenamento in palestra, ho mangiato e riposato bene. All’Hotel Genzianella di Bormio mi hanno trattato da papa».
Che effetto le ha fatto questa Olimpiade?
«Fa un po’ strano, ripensando a tutto quello che è successo. A inizio stagione partivo indietro in discesa e adesso mi trovo con una medaglia d’argento in questa specialità, che mai mi sarei aspettato se guardo indietro di cinque o sei anni. Sono entrato in squadra per il gigante, poi mi sono evoluto per il superG. Non tanti credevano nella libera come una cosa immediata e invece sono riuscito a fare lo step».
Una crescita più tecnica o mentale?
«Sono migliorato nelle parti scorrevoli e nella gestione della pressione. Alle Olimpiadi in casa arrivavo quasi da favorito dopo l’ultimo mese. Se uno pensa tanto al risultato e dice “voglio la medaglia a tutti i costi”, ti metti addosso una tensione che non riesci a gestire. Invece quando sei lì e pensi a come devi sciare, come devi riscaldarti, come devi arrivare preparato mentalmente, come devi riposare, è un insieme di cose che ti tiene occupata la testa e ti toglie la pressione del risultato».
Ha realizzato il valore dell’argento che le batte sul petto?
«Sono in un flusso di cose che stanno succedendo e non me rendo ancora conto. Quando quest’estate sarò sotto il sole a correre ci penserò di più e capirò quanti sacrifici ci sono stati per prenderla».
È consapevole che, fuori dal mondo dello sci, l’Olimpiade è il punto più alto.
«Per chi non segue lo sci la medaglia olimpica vale molto di più di qualsiasi altra cosa. Ma è stata l’intera stagione che non mi sarei aspettato. Devo ringraziare le persone che mi sono vicine: lo skiman, il preparatore atletico. Hanno fatto un lavoro incredibile per farmi arrivare qui in queste condizioni».
Il podio ai Giochi vale più del trionfo sulla Streif?
«Se avessi vinto sì, col secondo posto no. Quello che mi dà fastidio di non aver preso l’oro è che so quanto è difficile arrivare a un’edizione olimpica dove puoi essere competitivo su un certo tipo di pista e in una precisa forma fisica e tecnica. Quando il treno passa bisogna salirci in tutti i modi. L’argento fa da ciliegina a una stagione non ancora finita».
Nella prossima ballerà in tre specialità?
«L’obiettivo dei 500 punti serviva per partire meglio in gigante e non pensavo sarebbe arrivato così presto. Il lavoro estivo sarà molto intenso, con un volume alto per sostenere una stagione con tante gare. L’allenamento sarà incentrato molto sul gigante, gareggerò a Sölden e in America, poi vedremo».
Quali sono le sue passioni?
«Musica di qualsiasi tipo, dal rock al rap alla leggera italiana, nelle orecchie dalla mattina alla sera. In estate faccio surf e kite, dove sento la stessa sensazione che ho sugli sci, ma senza rischiare troppo. In passato facendo downhill in mountain bike mi sono fatto male».
E il suo rifugio mentale?
«I cartoni animati giapponesi. È un modo per caricarmi e staccarmi dalla realtà quando vivo in un ambiente dove le tensioni sono altissime. Mi fa stare in pace con la testa».
Cosa rappresentano i segni sul suo braccio?
«Ho un tatuaggio dedicato a Matteo Franzoso: è il tempo del suo ultimo intermedio prima di cadere. L’ho fatto a settembre. E poi ho la frase, in latino, “percorso diverso”, che mi sono inciso dopo l’infortunio».
Come inizia il suo percorso diverso?
«Mi confrontavo con quelli della mia età e vedevo arrivare prima norvegesi e svizzeri. Quando mi sono fatto male, il preparatore mi mandò un documentario su Marvin Hagler. Diceva che non era fortissimo da giovane, ma sentiva una voce che gli diceva: “Non è ancora il tuo momento, ma arriverà tutto a tempo debito. Il tuo è un percorso diverso”. Mi è rimasta impressa. È stata la mia filosofia nella riabilitazione».
La velocità è una cosa che allena o è istintiva?
«L’ho sempre avuta dentro. Da piccolo ero iperattivo. Prendevo un boccone e mangiavo camminando per la casa. Poi andavo sui go-kart. È un modo di sfogarsi ed esprimersi».
Chi erano gli idoli dell’infanzia?
«All’inizio Ted Ligety, che ho conosciuto qui. Poi Kristoffersen dal punto di vista tecnico. Volevo diventare uno slalomista».
Cosa legge?
«Autobiografie sportive e libri sul mindset. Sono molto riflessivo e non ho rinunciato alla scuola per lo sport. Un po’ di cultura non fa mai male».
Le piacerebbe laurearsi?
«Sarebbe bello, ma al momento ho altre priorità. Non sento il bisogno di dire ho la laurea in mano, preferisco informarmi su quello che mi interessa».
Scierebbe con Sinner?
«Se ha voglia, sono disponibile».

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