Il bob della Giamaica non è più solo un film

La nazione caraibica si è qualificata per la nona volta ai Giochi nello sport meno tropicale che esista grazie ai risultati conquistati sul campo
February 15, 2026
Il bob della Giamaica non è più solo un film
Mica Moore durante le prove del bob a 2 / Reuters/Athit Perawongmetha
Reggae e ghiaccio, l’hanno fatto ancora. Bob Marley da lassù approverà. Ma questo non è più solo un film, c’è una regia diversa, piani più studiati, e forse anche un altro finale. Quel che conta è che loro sono qui, sorridenti e convinti in attillatissima tuta gialloverde.
Quasi quarant'anni dopo l'esordio leggendario di Calgary 1988 che ispirò il celebre film Cool Runnings, prodotto dalla Disney, che da noi uscì con il titolo “Quattro sotto zero”, la nazionale di bob della Giamaica si è qualificata per un’altra Olimpiade, segnando la nona partecipazione del Paese caraibico ai Giochi.
Li ricordiamo per il bob capovolto, e gli atleti che scendono lungo la pista a piedi tra gli applausi per averci provato. L’idea di arrivare a disputare un’Olimpiade nacque per strada. Negli anni ’80, a Kingston, George Fitch, addetto commerciale dell’ambasciata americana, vede una gara di carretti spinti a braccia e ha un’intuizione: quei movimenti, in fondo, erano gli stessi del bob. Fitch coinvolge William Maloney e Ken Barnes, ufficiale dell’esercito giamaicano. Poi arriva la parte più difficile: trasformare quel pensiero nato sotto il sole in una squadra da portare sulla neve. Provano a convincere i velocisti che si preparano per Seul ’88, ma quasi nessuno li prende sul serio. Allora organizzano provini, soprattutto nell’esercito: emergono i primi nomi, Mike White, Devon Harris, Dudley Stokes (pilota di elicotteri). Si unisce Sam Clayton Junior. In pochi mesi il progetto passa dal “non si può fare” a “ok, proviamoci davvero”.
Fitch mette soldi di tasca propria per creare un team che ha l'ambizione di arrivare a Calgary ’88. Ingaggia due allenatori: l’americano Howard Siler e l’austriaco Sepp Haidacher. Studiano regole e qualificazioni, imparano una tecnica che non appartiene al loro mondo. Poche discese vere, provate quasi tutte in Nord America, e tanto lavoro a secco in Giamaica. È un percorso che assomiglia più a una startup che a un programma sportivo tradizionale: poche risorse, molta improvvisazione, tantissimo allenamento fuori contesto, tra palme e rum.
A Calgary vanno in pista nel doppio maschile, poi provano anche il “quattro” che, nella terza prova, parte troppo forte. Si cappottano rovinosamente. Per un attimo sembra finita. Ma ne escono illesi e attraversano il traguardo a piedi, con il pubblico che li spinge con la voce.
Quell’immagine fa il giro del pianeta. Nel 1994 arrivarono quattordicesimi ai Giochi di Lillehammer, e da lì la Giamaica del bob inizia a strutturarsi con una Federazione, è protagonista di spot commerciali (celebre quello con Fiat, replicato proprio in questi giorni) e l’avventura olimpica viene replicata in altre edizioni.
Da allora molto è cambiato. Oggi sono in sei gli iscritti, si chiamano Dacres, Fearon, Harris, Moore, Pitter e Tracey: non li vedremo di certo sul podio, ma non sono venuti fin qui solo per fare colore. A fine 2025 hanno vinto una storica medaglia d’oro a Whistler nella Coppa del Nord America, e la qualificazione ai Giochi è arrivata per meriti sul campo.
Ieri l’equipaggio del bob a due è sceso per le quinta e la sesta prova di allenamento sulla pista leggendaria dedicata a Eugenio Monti, quella che nessuno voleva e che è stata ricostruita in soli 13 mesi ma il team gareggerà anche nel monobob femminile, e nel bob a quattro maschile. Ora puntano a essere presi sul serio dal cronometro, non solo dalla cultura pop.
Il movimento, guidato dal presidente della federazione Christian Stokes (che gareggiò nel bob a quattro proprio a Calgary), ha compiuto un salto di qualità agonistico senza precedenti. La spedizione dei “Reggae Sledders” è formata da un gruppo di atleti con belle storie alle spalle, un mix di talento giamaicano puro ed esperienza internazionale. L’uomo copertina è Shane Pitter. Fino a pochi anni fa, era un pescatore che pubblicava vlog di pesca e catture di granchi su YouTube. Entrato nel programma quasi per gioco, in soli tre anni è stato definito da Stokes come “il pilota più talentuoso mai visto”. La sua ascesa fulminea lo ha portato a guidare il bob verso l’oro di Whistler, diventando un simbolo positivo per l’isola dopo l’uragano che l'ha colpita lo scorso ottobre.
Poi c’è Tyquendo Tracey, un nome che va veloce. Ex campione nazionale giamaicano dei 100 metri (con un personale di 9,96), Tracey ha corso al fianco di Usain Bolt. La sua esplosività in spinta è il punto di forza della squadra. Joel Fearon invece è l'uomo dell'esperienza. Ex velocista britannico lui pure, con un personale sotto i 10 secondi, Fearon ha già vinto una medaglia di bronzo olimpica, a Soci nel 2014, ma con la Gran Bretagna. Ora mette la sua classe a disposizione della Giamaica come atleta e mentore. L’altro talento è donna, Mica Moore, la protagonista del monobob femminile. Nata in Galles ma con radici giamaicane, ha lasciato il team britannico per abbracciare la bandiera caraibica, portando una solidità tecnica fondamentale.
Nonostante i successi, il cammino verso Cortina è stato frenato da un ostacolo critico: il budget. Gestire una nazionale che vuole emergere in uno sport tecnologico come il bob, partendo dai Tropici, richiede risorse enormi. La Federazione così ha lanciato un'accorata raccolta fondi globale per coprire logistica e viaggi. E soprattutto per acquistare scafi e pattini di ultima generazione. Senza una pista in patria, il team deve vivere e allenarsi in Nord America o in Europa, e anche questo problema è stato arginato con la colletta internazionale.
L’appuntamento olimpico rappresenta comunque un’incognita per tutti: essendo la pista nuova, nessuno ha il vantaggio della memoria storica. E in questo contesto di “adattamento totale”, i giamaicani - maestri storici nel reinventarsi - potrebbero trovare il terreno ideale per non sfigurare.
Come dice Shane Pitter, «non siamo più qui per partecipare, siamo qui per fare la storia». La Giamaica non corre più per finire la gara a piedi tra gli applausi; corre per restare sul ghiaccio e dimostrare nulla è impossibile. Loro comunque sono ancora qui, e già questo è un ritmo che suona molto bene.

© RIPRODUZIONE RISERVATA