«Basta hikikomori»: nella scuola di Dalmine che ha deciso di non lasciare più soli i ragazzi
di Marco Birolini, Dalmine (Bergamo)
In Italia 200 mila casi di giovani “socialmente ritirati”. All’Istituto Marconi di Dalmine ce ne sono almeno 7. Il preside Chiappa: «Sono la punta dell'iceberg: avvieremo un campus per allenare i ragazzi a stare insieme»

I dati ufficiali parlano di 50-60 mila casi. Ma gli hikikomori italiani, ovvero gli adolescenti che vivono in uno stato di isolamento volontario, sono molti di più. «Noi siamo in contatto con 5-10mila nuclei familiari di giovani hikikomori e la nostra stima ammonta a 200mila casi: il problema è molto radicato anche in Italia» spiega lo psicologo Guido Crepaldi, presidente dell’associazione che si occupa del fenomeno nato in Giappone e ormai dilagante anche nel nostro Paese. Le relazioni sociali degli under 18 sono sempre più risucchiate dai social, fino a troncare – nei casi estremi – ogni contatto personale. Numeri importanti e preoccupanti, che tracciano uno scenario di fronte al quale è necessario e urgente fare qualcosa di concreto. La richiesta viene anche dal “nuovo Piano per l’infanzia e l’adolescenza”, adottato di recente dal ministero dell’Istruzione, che prevede il coinvolgimento attivo delle famiglie, delle scuole, dei servizi educativi e sanitari, in un lavoro di rete che tenga conto delle specificità territoriali. A Dalmine, in provincia di Bergamo, sta per partire un progetto pionieristico: nel prossimo anno scolastico l’Istituto industriale Guglielmo Marconi, frequentato da più di mille studenti, si trasformerà in un “campus” dove, oltre alle competenze didattiche, saranno sviluppate anche quelle emotive e relazionali. Una mossa decisa da Maurizio Chiappa, preside illuminato con laurea in Fisica, nel momento in cui si è reso conto dell’emergenza in corso. Il Marconi è un istituto all’avanguardia, sfoggia in bacheca diversi premi per l’innovazione didattica, collabora con 700 aziende. Organizza corsi di yoga «contrastare il burnout degli insegnanti», vanta il 76% di inserimenti lavorativi entro 6 mesi dal diploma. Eppure anche questa apparente isola felice è assediata dal disagio giovanile.
«Abbiamo almeno 7 casi di hikikomori – spiega Chiappa – ma è solo la punta dell’iceberg. Tante famiglie mi chiamano perché i loro ragazzi sono in “ritiro sociale”. Non escono da casa, alcuni nemmeno dalla loro cameretta. Come il primo caso che si verificò circa 4 anni fa. Arrivò da noi uno studente da un’altra scuola, trasferitosi perché aveva subito atti di bullismo. Però io non l’ho mai visto, si è iscritto senza mai trovare la forza di venire a lezione. Ovviamente ha abbandonato, e oggi lo trovi su youtube a fare video sui videogame. Sempre più studenti rischiano di fare questa fine: niente scuola, niente lavoro. Ma così il loro futuro viene compromesso». Secondo Chiappa, i ragazzi oggi «sono ansiosi, hanno una gran paura di confrontarsi con gli altri. Non sono allenati a stare insieme. Perché la loro socialità si svolge su questi aggeggi - dice impugnando il telefonino –. Quando tornano a casa passano i pomeriggi in balia di se stessi, sui social, perché i genitori lavorano entrambi e tornano la sera». Chiappa vuol provare a fermare la spirale. Lo farà proponendo 8 ore settimanali di attività varie, dal teatro allo sport, dall’arte ai club di lettura. Per guardarsi dentro e maturare come persone, oltre che come studenti. Senza distrazioni. «Si arriverà alle 8.30 e si chiuderà lo smartphone nell’armadietto fino alle 16.30. L’abuso di questo strumento è definitivamente esploso con il Covid, e oggi ne paghiamo le conseguenze». Fatiche confermate dalla psicologa d’istituto, Eleonora Tischer: «Hanno difficoltà a gestire ansia e rabbia, spesso l’una causa dell’altra. Sono sempre “connessi” tra loro, ma in modo superficiale. In realtà si sentono soli, non riescono a esprimere le loro emozioni anche perché non trovano qualcuno che li ascolti davvero, né tra gli amici né in famiglia. Nessuno si ferma per chieder loro: come stai? A volte basta quello per sentirsi capiti».
Una delle conseguenze più immediate è l’abbandono scolastico. «Si ritirano perché sentono di non farcela, hanno paura del giudizio degli altri più che dei voti. E così si chiudono in casa. Oggi i ragazzi si fanno molte domande, ma purtroppo spesso non trovano risposte». Come se ne esce? «Cercando di costruirsi una propria identità, accettando ciò che si è. Ma tocca anche agli adulti aprire un canale diretto che serva a capirsi e fidarsi a vicenda. Non è facile: anche i genitori sono spaventati perché affrontano pericoli che non conoscono, cioè i social e il cyberbullismo». Uscire dalla trappola virtuale per tornare alla vita reale è anche lo scopo del progetto Reconnect, lanciato in Toscana dal Consorzio Co&co, con la partecipazione dell’associazione Hikikomori Italia. Sarà realizzata una piattaforma di gioco online “etica”, pensata sia per gli adolescenti in ritiro sociale sia per gli adulti di riferimento. La piattaforma offrirà «uno spazio digitale sicuro di dialogo, confronto e sperimentazione, in cui le dinamiche ludiche si integrano con percorsi educativi strutturati, favorendo motivazione, partecipazione e la costruzione di relazioni significative». In sostanza, alcuni educatori professionali si caleranno nel Web per provare a recuperare i giovani “ritirati” tramite percorsi che li spingano a uscire dal guscio in cui si sono rinchiusi. Entreranno insomma virtualmente nella loro cameretta, per convincerli a riaprire quella porta rimasta chiusa troppo a lungo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






