Nel Sud Sudan senza pace vengono bombardati anche gli ospedali

La denuncia di Medici senza frontiere: «Qui le cure dipendono per l’80% dalle Ong». Oltre 400mila pazienti privati dei farmaci salvavita
February 18, 2026
Nel Sud Sudan senza pace vengono bombardati anche gli ospedali
Un ambulatorio in Sud Sudan dove opera personale formato da Medici senza frontiere / Msf
Una crisi umanitaria dimenticata, una violenza che ha raggiunto picchi mai visti dal 2018, anno dell’accordo di pace che aveva fermato la guerra civile in Sud Sudan. Medici Senza Frontiere ha denunciato ieri la situazione drammatica del più giovane paese del mondo a 15 anni dall’indipendenza. Con la tensione politica alle stelle, gli attacchi delle forze armate alle strutture mediche e il collasso del sistema sanitario che ha lasciato oltre 400.000 persone senza accesso alle cure salvavita mentre la malnutrizione sta mettendo a rischio più di 800 mila bambini. Il Sud Sudan è alle prese con crisi multiple e da quasi tre anni ormai, la guerra nel vicino Sudan ha scatenato un'altra emergenza, costringendo un milione di persone a fuggire oltre confine in un Paese impreparato ad accoglierli. E dove l’assistenza sanitaria già precaria viene distrutta dalle bombe. «Solo 10 giorni fa – spiega Zakaria Mwatia, capomissione di Msf in Sud Sudan – siamo finiti nel mirino delle forze armate governative del presidente Salva Kiir. A Lankien, nello stato di Jonglei, hanno bombardato le nostre strutture mettendo a rischio l’assistenza sanitaria per 250mila persone».
Un attacco che ha messo in fuga 300mila persone, stima l’Unicef, per la maggior parte donne e bambini che rappresentano il 53% degli sfollati. Dal campo il team di Medici senza frontiere conferma l’escalation tra forze governative e di opposizione in questo inizio d’anno. E la chiusura del governo che vieta gli accessi agli operatori umanitari nelle aree controllate dall’opposizione. «I bombardamenti sui centri sanitari non sono eventi isolati – aggiunge Vittorio Oppizzi, direttore delle operazioni in Sud Sudan –, ma lo specchio di una situazione deteriorata. Solo nell’ultimo anno, Msf ha subito 11 attacchi mirati alle proprie strutture mediche e ha dovuto sospendere l’assistenza primaria e comunitaria . Ma il quadro è più complesso e vede violenze, sfollamenti, un ritorno delle epidemie e infine le inondazioni provocate dai mutamenti climatici stanno mettendo a dura prova intere comunità». 
Pesa ovviamente la crisi nel confinante Sudan, che ha superato i mille giorni. «Hanno attraversato in tre anni i l confine – conferma Oppizzi – un milione di profughi sudanesi e returnees, migranti nati in Sud Sudan, e in tutto costituiscono il 10% della popolazione. La malaria per carenza di farmaci è tornata a essere è il primo killer. Altro problema è il ritorno del colera». Il quadro generale che vede l’aumento dei bisogni in Sud Sudan è peggiorato dai tagli agli aiuti internazionali. «Tutto ciò accade – commenta Helen Richards, resposabile aiuti umanitari di Msf – in un Paese dove l'80% dei servizi sanitari essenziali dipende dal sostegno umanitario e dai donatori. In particolare aumentano i rischi per le donne e le ragazze a causa della riduzione dei servizi medici e di protezione».:
Ma perché le strutture di Msf sono nel mirino del governo? «In certe zone siamo gli unici presenti – risponde Sabrina Sharmin, viceresponsabile dei programmi in Sud Sudan –, il governo di Juba ci ha colpito perché stiamo fornendo assistenza sanitaria in tutte le aree del paese. Attacchi inaccettabili. Da dicembre il governo sta impedendo l’accesso agli operatori sanitari in aree controllate dall’opposizione e questa è una violazione del diritto internazionale. La popolazione sta morendo per malattie curabili come malaria e colera. Dobbiamo avere libero accesso a tutta la popolazione e poter fare il nostro lavoro ovunque ci sia bisogno. Chiediamo rispetto e protezione per gli operatori umanitari». Medici senza frontiere chiede anzitutto che si parli finalmente sui media della crisi sud sudanese e che la comunità internazionale si mobiliti con pressioni bilaterali e collettive con il governo di Juba per consentire gli accessi. E che infine cessino gli attacchi alle strutture sanitarie e agli operatori umanitari che aiutano donne, anziani e bambini.

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