«Io, psicologa a Kabul, entro nelle menti delle donne che i taleban vogliono spegnere»

Maryam Majidi, 25 anni, è un'eccezione nell'Afghanistan dell'apartheid di genere. Lavora, sebbene sotto tutela maschile, e ascolta i traumi e il dolore delle donne
February 17, 2026
«Io, psicologa a Kabul, entro nelle menti delle donne che i taleban vogliono spegnere»
La psicologa Maryam Majidi / Nove Caring Humans
Quando esce di casa per incontrare le sue pazienti, deve essere sempre accompagnata da un mahram: un uomo di famiglia che segua i suoi passi, un tutore che garantisca per lei, che badi a non farla parlare con estranei di sesso maschile. L’Afghanistan è una prigione a cielo aperto per le donne. E la mente può essere una prigione ancora più dolorosa di quella imposta dai taleban. Maryam Majidi ha 25 anni e nel Paese che teorizza e applica l’apartheid di genere e che ha un tasso di disoccupazione del 40 per cento è una eccezione. Anzi, doppia eccezione: perché lavora pur essendo donna e perché è tra le pochissime ad avere accesso alla mente di decine di donne traumatizzate dalla violenza, dalla sottomissione, dalla mancanza di futuro. Volto dai lineamenti perfetti, carnagione chiara, occhi appannati da una profonda e invincibile tristezza, Maryam, classe 2000, è una giovane psicologa che ha avuto la ventura di aver completato gli studi prima del 15 agosto 2021, prima cioè che i fanatici integralisti islamici instaurassero l’Emirato nel Paese e proibissero alle ragazze gli studi superiori e universitari. Da due anni lavora per un ente del terzo settore (Ets) italiano, Nove Caring Humans, supportando le decine di donne traumatizzate, soprattutto vedove, che ricevono aiuti nell’ambito del progetto Healing Circle e i 35 bambine tra i 6 e i 14 anni ospitate nell’orfanotrofio Future Hope, nella capitale Kabul, l’unico femminile del Paese.
Ma cosa vuol dire essere una psicologa oggi in Afghanistan, un Paese in cui il disagio mentale, soprattutto femminile, cresce di pari passo con i divieti e le costrizioni? La prima osservazione è che lei non potrebbe mai avere pazienti uomini, non è consentito: la confidenzialità “mista”, anche se professionale, non è contemplata in Afghanistan. «Nel mio Paese non c’è nessuno che ascolti il dolore delle donne. Io lo faccio e per me non è solo un lavoro ma una missione. Le donne con le quali lavoro sono per la maggior parte capofamiglia – risponde in un inglese perfetto, con un video collegamento su WhatsApp precario a causa della intermittenza nell’erogazione di elettricità che da giorni impedisce di ricaricare completamente il cellulare -. Portano sulle spalle violenze gravi, stress prolungati, ansia, depressione, mancanza di risorse economiche e di cure adeguate. Queste donne hanno bisogno di sentirsi comprese, accolte e ascoltate con empatia e senza giudizio. Ascolto ragazze fuori dalla scuola, e giovani con disabilità: è difficile per tute, per loro ancora di più. Il percorso di sostegno che intraprendo, sia individuale sia di gruppo, attraverso laboratori, workshop e meditazione, offre loro strumenti per contenere l’ansia e la depressione e gestire meglio i bisogni quotidiani e il lavoro di cura verso i figli».
Maryam Majidi vive a Kabul con i genitori e tre fratelli. Lei, al momento, non pensa a una famiglia sua, perché madre e padre sono senza lavoro e il suo stipendio serve per offrire loro una vita dignitosa e per consentire al fratello più piccolo di continuare a studiare. Lui è anche il suo maharam, l’accompagnatore necessario a una donna per uscire di casa, e talvolta deve saltare le lezioni per consentire a lei di lavorare. In un Paese in cui il 60 per cento delle famiglie affronta difficoltà nell’approvvigionamento di bene essenziali e il 73% della popolazione non gode di cure mediche adeguate, l’assistenza psicologica può sembrare un lusso. Ma non è così: il dolore non può rimanere sempre senza voce. «Cerco di parlare loro di speranza, spiego come possono contenere la rabbia e la mia responsabilità più grande è di fare quello che posso per convincerle a non arrendersi. Alle giovani estromesse dall’istruzione dico che non è importante non andare a scuola, ma continuare a imparare, a formarsi. Alcune di loro riescono a seguire corsi online, a lavorare in casa. Non è facile. Tra le donne che Nove Caring Humans aiuta con il suo progetto di sostegno, ho seguito una giovane donna che veniva regolarmente picchiata dal marito tossicomane. Rimasta vedova, ha iniziato a replicare comportamenti violenti nei confronti delle tre figlie. Era sempre triste, aveva gli incubi. Dopo diversi incontri, le ho fatto capire che non era l’unica ad affrontare una situazione simile, che la violenza subìta apparteneva al passato e ora doveva concentrarsi sul presente e sul futuro perché la sua famiglia aveva bisogno di lei e viceversa. Parlando con me si è sentita capita, ed è stato sufficiente».
All’orfanotrofio femminile di Kabul, dove si svolge l’altra metà del suo impegno, il lavoro con le bambine e le ragazze è altrettanto duro. Di solito hanno tutte un familiare rimasto in contatto, una madre o una sorella o un fratello che non può prendersi direttamente cura di loro. «Un caso che mi ha profondamente colpita è quello di una giovane cresciuta in circostanze molto difficili. La sua famiglia viveva in una stanza piccola e affollata, e anche soddisfare bisogni primari come il cibo era una lotta quotidiana. Suo padre soffriva di dipendenza, il che causava instabilità finanziaria e portava a violenze fisiche ed emotive nei confronti della madre, rendendo l'ambiente familiare insicuro e pieno di paura. Ha vissuto in una situazione di costante incertezza; dopo anni di difficoltà, sua madre ha dovuto prendere la difficile decisione di mandare lei e la sorella minore in un orfanotrofio, dove almeno i loro bisogni primari e l'istruzione potevano essere soddisfatti. Nonostante tutte queste difficoltà, questa ragazza sogna ancora un futuro migliore e spera un giorno di poter condividere la sua storia di speranza e resilienza con altri bambini».
Anche per Maryam non è facile. Tante volte è stata vicina al burn out, all’esaurimento. Ascoltare quotidianamente storie di disperazione e di isolamento non è facile da sopportare, soprattutto quando si è ancora così giovani. «Molte volte ho pensato di smettere. Quando ascolto le sofferenze delle donne, penso che la vita sia molto ingiusta con loro. Allora prendo del tempo per me, mi dedico agli amici o alla mia famiglia, cammino. E poi ricomincio a prendermi cura degli altri».
Maryam per questa sua dedizione ha ottenuto dal blog del Sole 24 ore Alley Oop una menzione speciale nella lista delle donne di “eccezionale normalità” del 2025. «Lavorare è una questione molto complessa e pesante per me. Da un lato, sono felice di poter essere utile e fare la differenza per tante donne e bambine, ma dall'altro lato, la situazione in Afghanistan e ciò che vedo ogni giorno mi rendono molto stanca e triste. A volte questa responsabilità mi sembra significativa e incoraggiante, ma altre volte portare il dolore di così tante donne afghane è molto pesante. Sapere che la situazione potrebbe cambiare o addirittura peggiorare in qualsiasi momento mi fa apprezzare ancora di più ogni momento che ho a disposizione per lavorare e aiutare». Cosa spera per le donne afghane? «Spero che un giorno ogni donna abbia il diritto di imparare, di studiare, di essere indipendente. Abbiamo conosciuto molti tempi difficili, in questo Paese, ma quello che sta accadendo ora è troppo crudele. Davvero troppo».

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