La crisi di Cuba è così seria che i vescovi rinviano la visita al Papa

di Lucia Capuzzi, inviata all'Avana
Padre Ariel Suárez fa appello ai governi di Washington e l'Avana. Di fronte all'aggravarsi della situazione i pastori hanno chiesto al Papa di rinviare la visita ad limina in programma questa settimana
February 17, 2026
Un gruppo di bambini in uniforme scolastico cammina per il centro dell'Avana fra edifici malridotti per la mancanza di manutenzione
Senza trasporto pubblico, i bimbi devono camminare per raggiungere le classi/Reuters
«Non distogliete lo sguardo dal dolore del popolo cubano. Guardatelo, ascoltato il suo grido, fate il possibile per alleviarlo». Più che un messaggio è una supplica quella di padre Ariel Suárez, segretario della Conferenza episcopale locale, ai governi dell’Avana e di Washington. Per l’isola è l’ora più buia, nel senso letterale del termine: dal 9 gennaio, quando è attraccato l’ultimo cargo messicano, le forniture di petrolio sono interrotte. La produzione interna copre a malapena il 40 per cento del fabbisogno quotidiano di elettricità e combustibile. E non ci sono riserve. Già prima che Donald Trump bloccasse l’export da Caracas e minacciasse di imporre dazi ai Paesi disposti a sostituire il Venezuela, i blackout s’erano moltiplicati. Un campanello d’allarme della recessione generale in atto fin dalla prima Amministrazione del tycoon e causata dalla stretta Usa e dal fallimento delle riforme interne. Ora la crisi energetica s’è fatta carestia. In seguito al razionamento imposto dal presidente Miguel Díaz-Canel, Air Canada e varie compagnie canadesi insieme a quelle russe – nazioni da cui proviene la maggior parte dei sempre meno viaggiatori presenti – hanno dovuto sospendere i voli per mancanza di carburante. Un colpo durissimo per il turismo su cui si regge la traballante economia dell’isola. Il Paese caraibico è sull’orlo del baratro, come ha denunciato l’Onu. Il Messico ha inviato aiuti umanitari ma non petrolio, per non irritare Trump. Cile e Russia hanno promesso di fare altrettanto. Addirittura, una coalizione di movimenti ha annunciato una “flottilla” internazionale per portare soccorsi. Nel frattempo, i cubani sono allo stremo. Di fronte al precipitare della situazione, che genera instabilità e incertezza, i vescovi dell’isola hanno chiesto a papa Leone XIV di posticipare la visita ad limina in programma questa settimana.
Padre Ariel qual è il senso del restare a Cuba ora?
È un momento molto difficile. Il peggioramento riguarda ogni ambito della vita della nazione. Non è la stessa cosa la partenza di un singolo vescovo o quella dell’intera Conferenza episcopale. I pastori hanno pregato e compreso che è il tempo di stare al fianco del gregge: pregando, accompagnando, servendo.
Cosa intende per «peggioramento»?
Il trasporto pubblico e privato è fermo: l’autostrada nazionale è deserta. L’orario scolastico e quello lavorativo sono stati abbreviati. In ogni caso, tanti non riescono a raggiungere lezioni e impieghi. La paralisi del turismo lascerà disoccupate migliaia e migliaia di persone. L’assistenza medica è ridotta all’essenziale: si fanno solo gli interventi salvavita. Aumentano i vulnerabili e i senzatetto. Insieme al numero di quanti non riescono a comprare cibo e medicine. Di quanti non hanno acqua perché i camion-cisterna – che portano forniture idriche alle zone dove non c’è – non riescono a circolare. Cresce l’inflazione e la moneta si svaluta. L’impatto psicologico è enorme.
Come si manifesta?
Con un sentimento diffuso di tristezza, angustia, disagio. Con l’aumento esponenziale della sofferenza già grande e prolungata. Spesso si sente di dire per strada: «Così non si può vivere».
Il 31 gennaio i vescovi cubani hanno denunciato, in un messaggio, il rischio reale di caos sociale e violenza in seguito all’eliminazione di qualunque possibilità di ricevere petrolio. C’è il timore di un’escalation?
In condizioni estreme, le reazioni abituali sono lo sgomento o la violenza. Speriamo non accada. Ma i cubani hanno paura che ci sia morte e sangue. Di non essere capaci di uscire dal pantano e costruire una Cuba rinnovata in cui vivere in modo degno e felice. Di ritrovarsi nel mezzo di cumulo di macerie, come dopo un conflitto. Alcuni parlano già di «guerra psicologica permanente» che colpisce tutti, a partire dai più fragili.
Nello stesso scritto, si dice che Cuba ha necessità di cambiamenti ogni giorno più urgenti ma non di più angustia o dolore. Quali sono questi cambiamenti?
Abbiamo necessità di riconoscere e accettare che la pluralità di pensiero, idee, opzioni politiche è una ricchezza e non una minaccia. Abbiamo necessità di ambiti di realizzazione umana in cui sviluppare progetti personali e familiari. Abbiamo necessità di rispettarci fra noi senza escludere né stigmatizzare alcuno. Abbiamo necessità di poterci esprimere e vivere con libertà, impegno e coerenza. Abbiamo necessità di unire l’autentica libertà con la responsabilità. Abbiamo necessità di mettere il bene comune di Cuba prima degli interessi di parte. Abbiamo necessità di produrre e godere dei frutti del nostro lavoro. Abbiamo necessità di ricostruire tante cose ormai danneggiate a livello di infrastrutture, strade, mezzi di trasporto, industrie, forze e relazioni produttive. Abbiamo necessità di approfittare dell’enorme capitale umano e di tanta bontà presente nei cubani, molti dei quali sono andati via o vogliono farlo. Abbiamo necessità e desiderio che la famiglia cubana possa rincontrarsi, unirsi, trovarsi.
Due settimane fa, al temine dell’Angelus, papa Leone si è unito all’appello dei vescovi cubani... Sono trascorsi dodici anni da quando, grazie al lavoro del suo predecessore, Washington e l’Avana avviarono un processo di normalizzazione. Il dialogo è ancora possibile?
Voglio credere che sia così. Papa Leone ha parlato di un dialogo «serio e efficace», due aggettivi importanti. Col dialogo si vince sempre. Con lo scontro si perde perché si creano ferite difficili da guarire, come l’odio, la rabbia, la vendetta. Non sono un politico né un sociologo né un economista. Sono un sacerdote. Quando parlo ho in mente quello che vedo ogni giorno: il pensionato che non ce l’ha più, l’affamato, il detenuto ingiustamente, la madre sola perché i suoi figli sono emigrati, il malato senza medicine, l’adolescente dipendente da droghe, il prete che non riesce a raggiungere i fedeli perché non ha combustile, la gente senza speranza. Alla comunità internazionale dico: mettete fine a tutto questo dolore.

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