Riscoprire Garibaldi oltre la leggenda

Dai Mille al suo rifugio a Caprera, tra sacerdoti armati, mulini innovativi e amore per gli animali emerge da due romanzi una figura plurale, reale e visionaria
February 19, 2026
Riscoprire Garibaldi oltre la leggenda
Giuseppe Garibaldi
Nel romanzo Mille (Marsilio, pagine 380, euro 19,00) Lorenzo Pavolini si affida, per raccontare Garibaldi, all’epopea risorgimentale, a quella spedizione in cui si cominciò a fare l’Italia senza che mai - è questa l’idea dello scrittore - si arrivasse alla meta. Lo fa - e qui sta la sua originalità - scegliendo come protagonista Giovanni Pantaleo di Castelvetrano, solo all’apparenza figura di seconda fila. A pagina 86 c’è un’immagine - il loro corredo è un’altra qualità del libro -, Fra Pantaleo benedice Garibaldi, ricavata dalla Storia illustrate della vita di Garibaldi per Antonio Balbiani (1860), che dice tanto. Pantaleo diventerà il cappellano della spedizione, unitosi alle camicie rosse a Salemi, per poi seguire l’Eroe dei due mondi in tutte le sue imprese, sino alla battaglia di Digione del 1871. Si pensi soltanto, per capire la singolarità del personaggio, al fatto che Garibaldi gli affidò, prima di attraversare lo Stretto per raggiungere l’Aspromonte, la missione «avventurosa e delicata» del reclutamento, che si concretizzò nella formazione di «una falange di sacerdoti armati», perdendosi però «di un soffio lo scontro fratricida». E non mancano incursioni nel presente dell’autore stesso sin dal primo capitolo: la voce della vicina Michelle, il suo cane; la suora del convento di fronte «che sale al tramonto sul balcone» e «fuma una sigaretta sulla sedia» davanti «al bucato sventolante, asciutto, bianco». Il Garibaldi di Pavolini, occorre sottolinearlo, acquista in queste pagine il ruolo di un uomo-popolo: «è un organismo dove il sangue circola spinto da più cuori. Non ha un solo centro». Ne viene fuori l’immagine d’una figura plurale, dalle mille risorse e dai mille intenti, proprio la stessa su cui si concentrerà Virman Cusenza nel suo L’altro Garibaldi. I “Diari” di Caprera (pagine 210, euro 20,00), da oggi in libreria per i tipi di Mondadori (utilissimi Cronologia e Bibliografia finali). L’altro Garibaldi, appunto: fattivo e impegnatissimo in numerose attività, ma anche privato e introspettivo, quello degli anni di Caprera (acquistata nel dicembre del 1855), i più misteriosi, ma decisivi per accreditare la sua leggenda. Per inciso: da anni raccolgo materiale, anche iconografico, che - ne sono sicuro - prima o poi utilizzerò.
Che cosa sia Caprera e perché valga davvero come un crittogramma del suo destino, ce lo dice Garibaldi stesso nel Prologo intitolato Autoscatto: «Perché Caprera? Sì, certo, bella e selvaggia, comoda per salpare in fretta e di fretta tornare: è l’unica casa come me che potessi concepire». Caprera «non è un esilio», è tutto: «È la mia Nizza, la mia Roma, è soprattutto me». E poi: «Non si capisce proprio nulla di me, senza Caprera. È ruvida come so essere in battaglia, semplice come voglio nei rapporti con gli altri, selvaggia come i miei istinti primordiali». Per una conclusione non poco amara, quella di chi, malgrado Vittorio Emanuele II, continua a definirsi «repubblicano», ma, malgrado Mazzini, non rinnega le sue scelte di «realista»: «Il mio destino, in fin dei conti, è sempre stato questo: combattere per una causa per poi vedermi scippare il frutto della conquista a cose fatte. È accaduto con i successi in Uruguay, si è ripetuto con i Mille a Teano, stessa sorte a Bezzecca richiamato dal re, copione simile in Francia». Ma torniamo a Caprera, là dove Garibaldi può finalmente e pienamente vivere il suo «amore viscerale per piante e animali che oggi definiremmo ante litteram». Caprera è una «fattoria modello», il fourieriano falansterio d’un uomo solo. Non per niente Cusenza si appoggia ai pochissimo noti Diari agricoli del generale: «un quadernone che per ordine e meticolosità assomiglia al libro mastro di un commerciante o al registro degli esperimenti di uno scienziato». Davanti a noi non c’è «un militare in meditazione», un «ideologo» pronto ad autocelebrarsi. C’è un «agronomo che affronta la battaglia nella sua tenuta con lo stesso piglio con cui si prepara ad attaccare i francesi sul Gianicolo».
Muratore, allevatore, agricoltore, Garibaldi sperimenta e innova di continuo: costruisce due mulini all’avanguardia che producono «energia eolica non solo per macinare grano e cereali»; fa arrivare sull’isola macchinari modernissimi; con intelligenza di imprenditore popola il suo rifugio di vacche, buoi e tori, pecore, capre, capretti, polli, cavalli, cani, nonché muli e asini; impianta un numero incredibile di viti, circa quattordicimila; fonda la Società Reale di Protezione degli Animali; riceve con grande cordialità la «fiumana» di visitatori (amici, vecchi compagni d’avventura, politici e futuri presidenti del Consiglio, intellettuali); scrive, riflette e fantastica sulle ali d’una insopprimibile disposizione all’utopia. Quasi impossibile restituire qui le tante sollecitazioni di Cusenza, le molte riletture della venturosa vita del condottiero, che però non cessò mai di sentirsi un marinaio: e dove altro poteva approdare un marinaio, se non su un’isola? Basti pensare al suo complesso rapporto con l’universo femminile, che spinge Cusenza ad affermare che in lui fosse «già presente il concetto di “matria” accanto a quello, tutto figlio dei suoi tempi, di patria», per quel «suo insistere sul ruolo accogliente e inclusivo della donna». Oppure, di diversa temperie, al capitolo (Garibaldov) sull’incontro con Bakunin. E che dire dell’Appendice al mio testamento ove, con doviziosa attenzione per ogni particolare, dà indicazioni sulla sua cremazione e su tutta la cerimonia funebre vergate come fossero «istruzioni militari»? Strazianti le pagine dedicate alla morte della sedicenne Anita jr («bella, selvaggia e fa tutto di testa sua») e ai sensi di colpa d’un padre che dice di non averla saputa amare. Sentite qua, in un foglio «che doveva restare privato»: «Povera Anita! Neppure una parola d’amore io ho saputo inviarti! Povera mia figlia! (…) Io, vecchio sofferente e inaridito, non ebbi per te che parole severe, aspre, inurbane, tetre come lo stato dell’anima mia».

© RIPRODUZIONE RISERVATA