Così i piccoli Comuni progettano il "controesodo": casa e servizi per chi torna

di Diego Motta, inviato a San Benedetto Val di Sambro (Bologna)
A San Benedetto Val di Sambro, nel Bolognese, il municipio è uno snodo cruciale di prossimità. «Dal Covid alle emergenze ambientali, siamo noi i primi interlocutori delle famiglie»
February 20, 2026
Così i piccoli Comuni progettano il "controesodo": casa e servizi per chi torna
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Nel mondo dei piccoli Comuni, le risorse sono importanti ma non sono tutto. Contano i progetti, le persone e una certa idea di futuro. Possibilmente condiviso, visto che la competizione tra centri con meno di 5mila abitanti è accesa e non da oggi. «L’importante è avere un disegno, poi sta a noi sindaci fare lo sforzo di remare tutti nella stessa direzione» spiega Alessandro Santoni, coordinatore nazionale Anci dei piccoli Comuni. Il primo cittadino di San Benedetto Val di Sambro, «che è un Comune grande tra i piccoli, visto che conta 4.300 abitanti e diverse frazioni», ha scritto con i suoi colleghi l’Agenda Controesodo, un piano in 15 punti per rilanciare il Paese dei borghi e delle piccole comunità. Saranno pure a rischio oblìo da parte della politica nazionale, eppure basterebbe dare un’occhiata ai numeri per capire che non è possibile dimenticare questo microcosmo, fatto di 5.500 realtà e 12 milioni di abitanti, oltre a tanti problemi simili: spopolamento, inverno demografico, invecchiamento, ridimensionamento dei servizi.
«Vogliamo uscire dalla nostra comfort zone e ascoltare sempre di più i bisogni delle comunità, portando in giro le nostre idee nei diversi territori» spiega Santoni, evocando la “Lettera aperta al Governo e al Parlamento” messa a punto dai vescovi delle aree interne nell’agosto scorso. «La loro agenda è la nostra agenda – sottolinea -: prima si parte dal coraggio di restare in questi luoghi, che per noi sono sinonimo di storia e comunità, poi bisogna individuare le iniziative necessarie per valorizzare chi c’è e quindi immaginare nuove vie di sviluppo».
Cercare di fare sistema, tra piccoli, non è scontato. L’Unione delle comunità montane ha recentemente ricordato che, su 1.179 progetti di riqualificazione messi a bando per questi paesi, solo 144 hanno ottenuto il via libera, per un importo complessivo di 172 milioni. «Il bando ha messo tutti contro tutti – è stata la critica di Uncem -, proprio come già avvenuto con il Pnrr. E i 144 progetti finanziati dimostrano che si doveva agire in modo diverso». Il rischio, si scriveva nel testo messo a punto dalla Chiesa italiana l’estate scorsa, è quello di «consolidare la distribuzione di finanziamenti secondo logiche politico-elettorali, mettendo spesso le piccole realtà in contrasto tra loro e finendo per considerare come progetti strutturali piccoli interventi stagionali».
Vista da Anci, la sfida adesso «è andare oltre la mera logica quantitativa. È meglio dare meno, ma indirizzarlo meglio. Usciamo da una fase di programmazione straordinaria, in cui chi è stato bravo è riuscito a ricevere fondi importanti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, così come dai fondi comunitari e dalle leggi di bilancio. Eppure i conti dei Comuni rimangono a rischio, per il taglio cronico dei trasferimenti dallo Stato centrale e per il contemporaneo aumento delle spese dei servizi di base».
Restare sospesi tra il già (visto) e il non ancora (realizzato) può rappresentare però una pesante ipoteca: se si sta fermi, oggi, si può finire anche travolti. Le priorità vanno messe in fila, allora. «Primo: la casa. Le grandi città hanno tante persone e poche case. Nei piccoli paesi, al contrario ci sono tante case e poche persone. Bisogna riuscire a far incrociare questi dati in modo virtuoso». Il fenomeno in parte è già in corso, sull’Appennino bolognese: con il Covid diverse famiglie sono venute via da Bologna e si sono stabilite qui. «Lo hanno fatto per una scelta di vita legata a ritmi e qualità, che sono tipiche delle comunità più piccole. In alcuni casi, anche perché i figli possono studiare e i genitori lavorare da remoto, risparmiando sugli spostamenti». Fare degli alloggi il perno di una nuova fase è un passo obbligato. «Qui abbiamo parte del nostro patrimonio immobiliare sfitto, parte non pronto e da ristrutturare. Al netto di grandi trovate pubblicitarie, come offrire abitazioni a un euro, penso si debbano garantire gli investimenti dei proprietari, attraverso una serie di incentivi» spiega Santoni. Il secondo punto di una possibile nuova strategia dal basso è conseguente e cruciale: il rapporto con i cittadini. «Tutto ciò che abbiamo vissuto nell’ultimo decennio in questo territorio, che si trova a 600 metri d’altezza, dalle nevicate eccezionali del 2015 e 2017 alla pandemia fino alla grande frana che ci ha colpito, dice che siamo davvero vissuti dagli abitanti come i veri presìdi di comunità: le famiglie si rivolgono a noi perché vogliono risposte ai loro bisogni. A noi tocca trovare soluzioni efficaci in tempi brevi, confrontandoci con le Regioni e lo Stato centrale». Al terzo posto, nella graduatoria delle priorità, ha fatto capolino il turismo. «Nel nostro piccolo, abbiamo visto aumentare le presenze, un po’ a sorpresa: crescono forme di turismo lento, di turismo esperienziale, di turismo dei cammini. Così si dà lavoro ad alberghi, ristoranti, B&b» dice il sindaco di San Benedetto Val di Sambro.
A essere decisive, come sempre, sono le buone pratiche. Da imitare, quando possibile. Il coordinatore dell’Anci per i piccoli Comuni cita la provincia di Trento e la rete Comuni amici della famiglia tra i modelli virtuosi che hanno fatto da ispirazione a una serie di progetti, così come la collaborazione con le Acli di Bologna. Quanto all’interlocuzione con Roma e con i livelli centrali della pubblica amministrazione, dovrebbe rientrare nell’ordinaria amministrazione. «In particolare, i ministri Foti e Roccella sono presenti e si sono mostrati recettivi rispetto alle nostre richieste, ma adesso ci aspettiamo un passo in più».
Lo sguardo in particolare si sofferma su quel dato, “uno a tre”, che sta sconvolgendo tante realtà locali: a San Benedetto Val di Sambro, ci sono in media 30-40 nuovi nati all’anno, contro 90-120 decessi, anche se il trend demografico non è in calo, per via dei nuovi arrivi, di italiani e stranieri. Di fatto, però, l’invecchiamento della popolazione è una costante e per questo bisogna evitare che si inneschi il dibattito politico, in cui venne chiamato in causa anche il governo tempo fa, su una presunta ineluttabilità della situazione, quasi che il declino di queste terre di confine vada considerato irreversibile. «Non è così – osserva Santoni – ma occorre una forte volontà politica. Noi sindaci, come sempre, faremo la nostra parte».
Alessandro Santoni, sindaco di San Benedetto Val di Sambro
Alessandro Santoni, sindaco di San Benedetto Val di Sambro

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