Ermal Meta: «A Sanremo per i bimbi vittime di tutte le guerre»

All'Ariston canta il dramma di Gaza in "Stella stellina", una ninna nanna che racconta una bambina morta sotto le bombe. «La paternità ha cambiato il mio sguardo»
February 22, 2026
Ermal Meta: «A Sanremo per i bimbi vittime di tutte le guerre»
Il cantautore Ermal Meta in gara al Festival di Sanremo con "Stella stellina"
Una ninna nanna per una bimba morta sotto i bombardamenti, dal testo poetico e straziante, sostenuta da un ritmo mediorientale inconfondibile. Con Stella stellina Ermal Meta torna in gara tra i Big della 76ª edizione del Festival di Sanremo, al via martedì prossimo, con una denuncia chiara dell’uccisione di tanti piccoli palestinesi a Gaza, ma anche di tutti i bambini innocenti vittime delle guerre, sostenuta però da un finale di speranza. Meta torna all’Ariston dopo cinque anni da papà della piccola Luna e di due ragazze adottate in Albania insieme alla compagna Chiara e si candida già al Premio della critica. Il brano, prodotto con Dardust, sarà contenuto nel nuovo affascinante disco Funzioni vitali, in uscita il 27 febbraio, e diventerà anche un libro illustrato in uscita il 6 marzo. In estate il cantautore sarà maestro concertatore della Notte della Taranta e dal 29 aprile partirà da Perugia un tour nei club.
Ermal Meta, da dove nasce Stella stellina?
«Sono stato attraversato da delle scosse vedendo le immagini di questi bambini senza un presente. Qualche ora dopo, mentre suonavo per mia figlia, la canzone è stata “vomitata” in un quarto d’ora, senza un retropensiero».
Perché ha scelto di non nominare Gaza nel testo?
«Non ho utilizzato il termine “Gaza” perché ci sono tanti altri riferimenti e non volevo circoscrivere, nel risultato finale, quello che sto raccontando. L’ispirazione è stata chiaramente quella: il brano nasce dopo aver visto sui social gli occhi di una bambina palestinese fra le macerie di Gaza, un’immagine che non riuscivo a togliermi dalla testa. Vuole essere una canzone che parla di guerra. Anche perché lì non è una guerra: la guerra prevede due eserciti che si affrontano, lì non è così».
È una canzone politica?
«Quello che sta accadendo in Palestina è sotto gli occhi di tutti, è un’emergenza e una catastrofe umanitaria. Lungi da me dal fare politica, io affronto le cose sempre da un punto di vista umano. Sento la responsabilità nei confronti di me stesso: non voglio allontanarmi da quello che provo e soprattutto non lo voglio mascherare. Se poi questo porta a una riflessione, ne sono contento. Quello che mi muove è uno sguardo su ciò che mi circonda: guardo il mondo e cerco di tradurlo in musica».
Si aspetta polemiche a Sanremo?
«Io penso che un cantautore abbia un compito principale: raccontare esattamente quello che sente e non filtrarlo. Quando ti esponi, ti esponi a tutto e devi essere in grado di difendere quello che fai. Io, quando vado su un palco importante, sono pronto a qualsiasi cosa. La Costituzione mi garantisce il diritto di parola e io questo diritto lo voglio utilizzare, perché un conto è quando ti mettono un bavaglio, un conto è che te lo metta da solo. Io non lo faccio».
Se vincesse, andrebbe all’Eurovision?
«Ci ho riflettuto abbastanza e penso che ci siano diversi modi di protestare. Con il messaggio che ha Stella Stellina, sarebbe sbagliato non andare, in caso di vittoria, a Eurovision, per il messaggio che porta la canzone: devo cantare proprio in quel posto, per amplificare il messaggio».
Nel disco c’è anche un altro brano, Droni: ancora sull’infanzia e sulla guerra?
«Ho immaginato un futuro distopico, questo cielo oscurato dai droni e dei bambini totalmente incapaci di decifrare quello che accade. Questi droni portano doni o portano qualcos’altro? In realtà non è detto che portino bombe, perché io non le nomino nella canzone. “Andiamo a vedere se è vero”: c’è un punto di domanda».
La paternità ha cambiato il suo sguardo?
«Ha cambiato tutto: improvvisamente il livello di sensibilità è aumentato e forse la mia pelle si è assottigliata ulteriormente, perché fai spazio ad altre persone dentro di te. Senti di più tutto: non è tanto il senso di protezione, è il senso di impotenza. Come racconti loro cosa è successo? Come racconti che cos’è il male? Forse non va raccontato che cos’è il male, ma va raccontato cos’è il bene. Non so che padre voglio essere, ma voglio soltanto esserci: esserci quando cadono, esserci quando si rialzano. Esserci».
Il mondo di oggi la preoccupa per le sue figlie?
«Hanno fatto un lavoro straordinario nel dividere le persone in fazioni, ma la vera divisione non è destra-sinistra o buoni-cattivi: è alto-basso, il potere, chi ce l’ha e chi non ce l’ha. Le canzoni fanno paura perché sono verticali, riescono ad abbattere muri invisibili. Penso che il mondo sia in mano a dei pazzi: sono preoccupato per i miei figli, sono preoccupato per i figli di tutti, sono preoccupato per noi. Eppure ho fede nell’essere umano e nella sua capacità di rigenerarsi. Ma una cosa è certa: finché vivremo passivamente tutto quello che accade, la nostra sopravvivenza è messa seriamente in pericolo».
Il suo album Funzioni vitali è un viaggio nel tempo. Si impara qualcosa dal tempo che è passato?
«Canto il tempo come nostalgia, come fedeltà nei confronti di quello che sei stato, ma anche come inganno. Perché il tempo rappresenta una versione di te diversa rispetto a quella che è stata. Il passato cambia a seconda di quello che decidi di mettere in risalto, quindi non dargli troppo ascolto: occorre andare avanti ed agire».
Fra le sue azioni concrete c’è anche l’adozione. Da dove nasce la scelta di adottare due ragazze in Albania?
«Da anni sostengo la Casa famiglia “Rozalba”, gestita dalle suore della Congregazione delle Maestre Pie Venerini a Gjader, che accoglie ragazze dai 10 ai 18 anni con problemi familiari, di violenza, di abuso, di disagio e di estrema povertà. Sono andato per una raccolta fondi e da lì sono tornato ribaltato, non sono riuscito a pensare ad altro per giorni. Queste ragazze le ho conosciute che avevano 15 anni e ora che ne hanno 18 siamo riusciti ad adottarle. Non so se siamo noi che abbiamo accolto loro o loro che hanno accolto noi: le abbiamo sentite parte di noi inspiegabilmente. Era impossibile pensare diversamente e non ci sentiamo degli eroi. Abbiamo fatto una scelta con tutta la consapevolezza del mondo ma con la voglia di stare insieme. Il viaggio della vostra vita non è iniziato con noi, ma può continuare insieme. È una cosa molto naturale».
La sua coscienza civile nasce anche dall’infanzia in Albania sotto la dittatura?
«Probabilmente sì. L’Italia è una bella terra per cui il 99 per cento della popolazione non ha dovuto combattere; se lo andiamo a chiedere ai nostri nonni, la loro coscienza civile era così grande perché hanno dovuto combattere per la propria terra e per i loro diritti. Se lo vedi quando sei piccolo ti resta dentro. L’Albania per 47 anni ha vissuto sotto il tallone d’acciaio della dittatura comunista e non potevi protestare apertamente, perché finivi fucilato o impiccato. C’era un altro modo per protestare ed era il silenzio, informarsi in modo diverso, ma anche lì se ti beccavano finivi nei campi di concentramento, o meglio di “rieducazione politica”. Nell’89 è caduto il muro di Berlino e delle teste si sono levate senza avere la paura di essere staccate, come è accaduto a mio nonno a soli 30 anni. Poi è arrivato il ’90 e i movimenti studenteschi si sono sollevati insieme. Tutto è partito da Tirana, io c’ero: se quel giorno non ci fossero state le persone in piazza non avremmo raggiunto la libertà».

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