Il ragazzino colpito dall'Idf, il mancato soccorso, la morte: perché nessuno è intervenuto?
Il fatto risale a quattro mesi fa ed è accaduto in Cisgiordania: la Bbc ha ricostruito con un'inchiesta ciò che è accaduto in strada. Jad Jadallah, questo il nome della vittima, alza il braccio dopo essere stato colpito da un proiettile ma i militari non fanno nulla. Erano ordini superiori?

Sta già calando l’attenzione sul video della Bbc da un villaggio della Cisgiordania, rapidamente sommerso da troppo altro sul web. Ma sentite la storia. Circa quattro mesi fa tre ragazzini si trovano in un vicolo fra le case a Al-Far'a, terra palestinese occupata da Israele. Sembra aspettino che si allontani una pattuglia di soldati, per uscirne. I soldati però tornano indietro: due ragazzi fuggono, il terzo non ce la fa, viene colpito da un proiettile.
Nel video si vede il ferito accasciato a terra che muove un braccio verso gli uomini dell'Idf, come a chiedere aiuto. Ha 14 anni, un ragazzino. Ciò che atterrisce è che nessuno dei militari attorno a lui, una decina, si muova per soccorrerlo. In particolare uno col volto coperto dal passamontagna, il più vicino, resta immobile. L’agonia di Jad Jadallah dura quasi 45 minuti. Un paramedico di un’ambulanza palestinese arriva, e gli viene impedito di avvicinarsi. Compare anche una donna, probabilmente la madre, anche lei viene allontanata. Infine il ragazzo viene caricato su un mezzo israeliano e portato via, ormai inerte. Il suo corpo non è stato restituito alla famiglia. Come del resto i corpi di oltre 700 palestinesi, definiti terroristi da Israele.
Certo, ne vengono uccisi ancora ogni giorno, di palestinesi. Noi non li vediamo. Questa volta però la Bbc ha svolto una puntigliosa indagine, recuperando anche i video delle telecamere di strada. Stava forse lanciando una pietra contro i soldati, Jad? Nel video questo non si vede. In ogni caso, un colpo di fucile al petto.
Ciò che atterrisce però è quanto succede dopo. Il ragazzo a terra che si volta, muove un braccio: crede che lo soccorreranno, domanda aiuto. I soldati attorno non si muovono. Non se ne distinguono le facce: giovani di leva o padri di famiglia richiamati al fronte? Padri, magari, di coetanei di quel ragazzo accasciato a terra? E quello col passamontagna, che neppure si china mentre Jad a terra lo cerca con lo sguardo, chi sarà? Magari nella vita borghese un professore, o un bancario. Una persona onesta e rispettabile.
Sono ordini dall’alto, che comandano di non assistere i feriti? Possibile? O è l’ordine del capo di quel manipolo di uomini, quel mattino? Non si riesce a credere che nessuno abbia avuto l’impulso di soccorrere un ragazzo. Che lo abbiano lasciato morire a terra, come un cane.
Comunque finisca la guerra, quando i soldati israeliani torneranno a casa non tutto sarà come prima. Non tutti torneranno come prima. Certi ricordi, certe immagini, restano indimenticabili. Non si può “obbedire agli ordini”, se così è, e poi dimenticarsene: la memoria dell’uomo è una, e ogni uomo sa ciò che ha fatto.
Quel ragazzo rantolante e abbandonato è una immagine con cui la coscienza di Israele dovrebbe fare i conti. Chiedendosi: che cosa siamo diventati, sotto la guida di Netanyahu, in questa guerra infinita. Risposta, sì, alla atrocità indescrivibile del 7 ottobre: ma risposta all’ennesima potenza, imbarbarita. E imbarbarente.
Come torneranno a casa, quei dieci impassibili accanto a un ragazzino morente? O quelli che hanno fatto fuoco su gente in coda per un piatto di riso? Il male subìto, ma anche il male fatto. Un nuovo, cupo peso nella memoria del popolo di Israele.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






