Perché i vescovi Usa si sono schierati dalla parte dei figli degli immigrati nati in America
di Elena Molinari, New York
L'episcopato statunitense ha chiesto alla Corte Suprema di bocciare il decreto di Trump che abolisce lo Ius soli. «Immorale la norma contro la cittadinanza, sarebbe una punizione oltraggiosa contro i minori». Negli ultimi mesi si sono intensificate le prese di posizione critiche delle diocesi sul giro di vite anti-migranti: è in gioco l'identità stessa degli States

I vescovi cattolici attaccano il piano di Donald Trump per l’Abolizione dello Ius soli, definendolo «immorale» in un appello alla Corte Suprema americana. Mentre la Casa Bianca prepara la battaglia davanti al massimo tribunale Usa, l’episcopato cattolico statunitense è entrato formalmente nel caso costituzionale, chiedendo ai giudici di bocciare il decreto presidenziale che intende abolire la cittadinanza per nascita.
Depositando un documento amicus curiae contro l’Amministrazione Trump di fronte alla Corte, la Conferenza dei vescovi degli Stati Uniti sollecita i magistrati a «proteggere la dignità umana donata da Dio», bocciando definitivamente il provvedimento firmato dal presidente nel gennaio 2025. L’executive order 14160 escluderebbe dalla cittadinanza americana i figli di persone prive di status legale o titolari di permessi temporanei, come di studio o lavoro, presenti nel Paese. «I bambini non fanno nulla di sbagliato nascendo negli Stati Uniti – scrivono i presuli –. Eppure questo ordine li renderebbe apolidi». Privare un minore della cittadinanza per la condizione dei genitori, aggiungono, sarebbe «una punizione oltraggiosa», in contrasto con la tradizione costituzionale e con l’insegnamento della Chiesa.
Il ricorso arriva a poche settimane dalla prima udienza del caso, fissata per il 1° aprile 2026, mentre la sentenza finale è attesa tra fine giugno e inizio luglio. Fino ad allora resta in vigore lo ius soli sancito dal XIV emendamento, che riconosce cittadini «tutte le persone nate negli Stati Uniti e soggette alla loro giurisdizione». Vari tribunali federali hanno infatti bloccato l’ordine di Trump. La Corte suprema è ora chiamata a pronunciarsi in via definitiva.
Nel loro memoriale i vescovi insistono sul fatto che la questione non è solo giuridica ma morale: «La legge affermerà o negherà l’eguale valore di chi nasce nella nostra comunità?», scrivono, denunciando il rischio di creare una generazione di minori senza protezione legale, costretti a vivere come sottoclasse o a migrare verso Paesi mai conosciuti. E richiamano la parabola del buon samaritano.
La presa di posizione è solo l’ultimo capitolo di un confronto crescente con l’Amministrazione. Poche ore prima del discorso sullo stato dell’Unione, infatti, 18 vescovi delle diocesi di confine avevano chiesto al Congresso una riforma complessiva dell’immigrazione, con «un percorso verso la cittadinanza» per lavoratori senza documenti e famiglie. Pur riconoscendo il diritto dello Stato a regolare i flussi, respingevano la «deportazione di massa indiscriminata», denunciando controlli casuali, arresti senza mandato ed espulsioni accelerate.
Il vescovo Brendan Cahill, presidente del Comitato migrazioni della Conferenza episcopale Usa, ha inoltre criticato a nome dei confratelli il piano che punta ad ampliare i centri di detenzione federali fino a 92.600 posti, evocando il precedente storico dell’internamento dei cittadini nippo-americani durante la Seconda guerra mondiale. Secondo dati citati dall’episcopato, sei detenuti su dieci sono cattolici e tre quarti non hanno condanne penali.
Gli appelli alla più alta autorità giudiziaria americana non fanno però indietreggiare Trump. Ieri stesso il presidente si è scagliato contro la Corte Suprema, accusata sui social di essere «incompetente» e pronta a «sbagliare» ancora, dopo il recente pronunciamento che ha dichiarato illegali i dazi della Casa Bianca, se non abolirà lo ius soli. Sei dei nove giudici sono cattolici. Ma, ricordano i vescovi, la posta in gioco non riguarda solo un’appartenenza confessionale ma la tenuta di un principio costituzionale nato dopo la Guerra civile per superare l’eredità della schiavitù. «Porre fine alla cittadinanza per nascita manca di fondamento storico, legale e morale – conclude il documento – e causerebbe un danno non solo individuale ma all’intera nazione». Il confronto tra Casa Bianca e Chiesa cattolica sull’immigrazione si chiarisce e intensifica dunque ogni giorno di più e da ieri investe il cuore dell’idea americana di cittadinanza.
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