Il referendum sulla giustizia ha la sua data ufficiale: si terrà il 22 e il 23 marzo
Confermata l’anticipazione di Meloni alla conferenza di inizio anno. Negli stessi giorni si terranno le elezioni suppletive per eleggere i successori dei leghisti Stefani e Bitonci, divenuti presidente e assessore in Veneto

La notizia è arrivata a Consiglio dei ministri ancora in corso, confermando l’ipotesi anticipata da Giorgia Meloni nella conferenza stampa di inizio anno: il referendum sulla giustizia si terrà il 22 e il 23 marzo, assieme alle elezioni suppletive per i seggi alla Camera lasciati vacanti da Alberto Stefani e Massimo Bitonci, il primo eletto presidente del Veneto, il secondo nominato nella Giunta. Una decisione anticipata (e seguita) dal dibattito furente sulla riforma Nordio, che ovviamente divide maggioranza e opposizione, ma lacera anche il fronte interno al campo largo. Basta il titolo dell’evento organizzato ieri a Firenze da LibertàEguale, “La sinistra che vota Sì” a dare la misura della frattura. E non si tratta di comparse, ma di nomi di peso nel panorama dell’opposizione, che rivendicano la posizione come pienamente congruente con le istanze del centrosinistra e non vedono neanche il valore politico del referendum. Tra questi c’è Augusto Barbera, ex deputato del Pci, già ministro nel Governo Ciampi e presidente emerito della Corte costituzionale. Per come la vede lui, per esempio, quello di marzo non è un voto pro o contro Giorgia Meloni, perché «sono le elezioni politiche» lo strumento più adatto a giudicare il Governo. E poi questa riforma «non tende a delegittimare la magistratura», ma introduce temi «che appartengono al patrimonio della sinistra. È una riforma liberale - ha incalzato - che per la sorte della storia è stata portata avanti, nell’ultimo tratto, da forze politiche che si richiamano a legge e ordine. Non è la rivincita di Berlusconi, e non attua il disegno di Licio Gelli. Che prevedeva anche la riduzione del numero dei parlamentari ma nessuno ha detto ai 5 stelle che hanno portato avanti il disegno di Gelli».
Ci sono poi progressisti doc come Paola Concia, che ha chiesto di «entrare nel merito della questione» e di «deideologizzare il voto». E, anche se Matteo Renzi non ha ancora voluto svelare come voterà («lo dirò sette giorni prima»), per Italia viva c’era Raffaella Paita, capogruppo in Senato, segno che l’indirizzo del partito è ormai segnato. Più scontata la presenza del deputato di Più Europa Benedetto Della Vedova («Una riforma giusta da una maggioranza sbagliata»), come pure di Stefano Ceccanti (che di LibertàEguale è vicepresidente), da sempre favorevole alla separazione delle carriere: «La riforma della corte disciplinare era nel programma del 2022 del Pd – ha fatto notare –. Confesso il mio stupore per questi cambi repentini», ma in ogni caso «non c'è la disciplina di partito sui referendum» e «per tutta la nostra storia è sempre stato pacifico che si era di centrosinistra e a favore della separazione delle carriere».
I leader portatori della posizione “ufficiale” del campo largo, forse anche per depotenziare l’evento di Firenze, non hanno mancato di ribadire anche ieri le loro convinzioni, Elly Schlein e Giuseppe Conte in testa. Ma è chiaro che la spaccatura, almeno nel Pd, avrà certamente ripercussioni sul già precario equilibrio che tiene insieme riformisti e progressisti. Intanto, mentre il presidente del comitato Società civile per il No, Giovanni Bachelet, vede nella decisione del Governo «un segnale di paura», Carlo Guglielmi, portavoce dell’altro comitato, quello promotore della raccolta di firme, ha annunciato come che farà ricorso contro la data scelta, come promesso, e oggi ne informerà il Quirinale. L’esecutivo «ha deciso di ignorare la Costituzione che concede tre mesi per la proposizione del referendum e la prassi applicativa che ne è conseguita da decenni – ha tuonato –, giungendo a sfottere con un suo ministro gli oltre 350 mila cittadini che in pochi giorni hanno firmato. Per il Governo il bene da imporre è un giudice che dia loro ragione, per noi il bene da tutelare è un giudice imparziale che decida autonomamente».
In realtà, allo stato, la decisione del Governo è perfettamente coerente con la legge 352 del 1970. Attendere la fine della raccolta firme è solo una prassi e benché sia stata rispettata dal 2001 in poi per ben quattro referendum, e non è giuridicamente vincolante. Tutt’al più le cose potrebbero cambiare (e non è detto), qualora il comitato raggiungesse le 500mila sottoscrizioni entro il termine del 30 gennaio. In quel caso si aprirebbe una pratica per una richiesta aggiuntiva, che la Corte di Cassazione dovrebbe poi giudicare come valida o meno. Ma potrebbe anche essere considerata come un “doppione” di quella già scattata automaticamente con il mancato raggiungimento di una maggioranza di due terzi nel voto in Parlamento. È pur vero, comunque, come ha fatto notare sarcasticamente il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti, che in Italia un ricorso non si nega a nessuno, anche se il problema vero, ha aggiunto, «è farselo accogliere...».
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