Allevi in tour ci ricorda (anche) come attraversare il dolore

Il maestro, affetto da mieloma multiplo, entra in scena “corazzato” dal busto che sostiene il suo corpo provato. Si siede da solo al pianoforte. «Nulla ti dona la consapevolezza della sacralità della vita come la sofferenza
January 13, 2026
Allevi in tour ci ricorda (anche) come attraversare il dolore
Giovanni Allevi /Fotogramma
Giovanni Allevi lo dice con un sorriso disarmante, di quelli che arrivano prima delle parole e restano anche dopo l’ultima nota. Quando il maestro, affetto da mieloma multiplo, entra in scena “corazzato” dal busto che sostiene il suo corpo provato, e si siede da solo al pianoforte sul palco del Teatro Dal Verme di Milano, il pubblico trattiene il fiato. Non solo per l’attesa di un concerto per pianoforte solo, destinato a una lunga tournée che toccherà le principali città d’Italia e poi Svizzera, Germania, Austria e Francia. Ma perché intuisce di trovarsi davanti a qualcosa di più: un’esperienza condivisa, un attraversamento profondo dove musica, dolore e rinascita si intrecciano senza retorica.
Allevi non si è mai sottratto al racconto della malattia, della fatica quotidiana, della paura che lo accompagna ogni giorno e della speranza che resiste. Lo ha fatto nel libro I nove doni, nel documentario Giovanni Allevi – Back to life, presentato all’ultima Festa del Cinema di Roma, e ora lo fa dal vivo, affidando alla musica ciò che le parole da sole non riescono a dire. Perché, come aveva confidato ad Avvenire, «nulla ti dona la consapevolezza della sacralità della vita come la sofferenza». Ed è lì, ricorda durante il concerto, «che si gioca il segreto della nostra felicità».
Una felicità possibile, non ingenua, che non nega il dolore ma lo attraversa. Ogni brano in scaletta diventa così una piccola meditazione musicale, una “pillola” di saggezza condivisa. Aria ricorda che il respiro è il primo contatto tra corpo e anima. My Angel è dedicata all’angelo custode, presenza in cui Allevi confessa di credere. Back to life è il ritorno alla vita, fragile e potente insieme. Non è un caso che il bis conclusivo sia una rivisitazione del Te Deum di Marc-Antoine Charpentier, inno all’Europa e alla sua anima spirituale, oggi così smarrita eppure ancora capace di bellezza.
C’è un passaggio del concerto che resta impresso come una confessione. Allevi racconta il letto d’ospedale, all’ottavo piano dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, un luogo che definisce «sacro». «Le statistiche dicono che il mio domani non si può spingere troppo in là. Ma io non credo alle statistiche. Vivo in un presente allargato, in cui ogni alba è una promessa e ogni tramonto un arrivederci». Parole semplici, dirette, come le sue note: una boccata d’aria in un panorama culturale che troppo spesso, di fronte alla fragilità, propone scorciatoie che spingono verso la morte, fino a considerare l’eutanasia come soluzione “desiderabile”.
Guardando le sue dita, abilissime e insieme vulnerabili, scorrere sulla tastiera, mentre l’eco dell’ultima nota sembra sollevarlo verso l’alto e l’abbraccio del pubblico restituisce calore ed energia, il pensiero corre inevitabilmente a un altro grande compositore capace di trasformare la sofferenza in altezza: Ezio Bosso. «C’è un solo modo di fare la musica: insieme», ripeteva. Scomparso nel 2020, anche lui segnato da una grave malattia neurodegenerativa, Bosso è stato testimone di una musica che nasce dall’incontro e dalla condivisione e che lo ha fatto amare dal grande pubblico.
Nelle sue interviste ad Avvenire diceva: «La musica ha il potere di purificare tutti, è trascendenza. Trascende anche il dolore: ne abbiamo bisogno, non è un nostro nemico, ma un amico un po’ antipatico che va consolato». E ancora: «La musica è trasfigurazione, come ci insegna il Cristo: andare oltre se stessi, non diventare altro». Giovanni Allevi ed Ezio Bosso arrivano dritti al cuore delle persone, anche delle più semplici, perché non hanno mai avuto paura di confrontarsi pubblicamente con il dolore, proprio e altrui. Lo hanno accolto, abitato, trasformato in arte. Quella vera, che nasce dalla gratitudine e che, senza fare rumore, continua a donare speranza.

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