La sfida del reale. La sfida della speranza
Viviamo in un mondo che diventa sempre più piccolo, perché sempre meno persone sono in grado di influenzare la vita di tutti. E dentro questo mondo, la vita di quasi tutti conta sempre meno. La sensazione di impotenza è forte. Va ritrovato il desiderio che ci costituisce

Si è appena chiuso un anno intenso, e questi primi giorni del 2026 sembrano andare nella stessa direzione. Mesi e settimane di fatti inattesi, di sofferenze reali, di trasformazioni che solo fino a poco tempo fa non avremmo nemmeno saputo immaginare. Un anno che ha reso concrete prospettive che prima sembravano lontane o impossibili, e che oggi chiedono di essere abitate, non solo raccontate ai posteri. Per la prima volta nella storia recente, oltre la metà della ricchezza mondiale viene prodotta in Paesi che non sono pienamente liberali né democratici, con effetti profondi sulle catene del valore, sulla tecnologia e sulle libertà individuali.
L’Intelligenza artificiale generativa è entrata stabilmente nei processi decisionali di grandi istituzioni pubbliche e private, non più come sperimentazione ma come infrastruttura ordinaria, modificando tempi, poteri e responsabilità. Allo stesso tempo, la concentrazione della ricchezza ha raggiunto livelli tali per cui pochissimi individui detengono risorse equivalenti a quelle di miliardi di persone, rendendo sempre più asimmetrico il peso delle vite nelle decisioni che contano. Viviamo così in un mondo che diventa sempre più piccolo, perché sempre meno persone sono in grado di influenzare la vita di tutti. E dentro questo mondo, la vita di quasi tutti conta sempre meno. La sensazione di impotenza del singolo è diventata vertiginosa. Non è più un’astrazione: è un’esperienza quotidiana. Non stupisce allora che la frattura emerga anche sul piano più profondo. In molti Paesi cresce il numero di solitudini: le “morti per disperazione” raccontate da Angus Deaton non sono un’anomalia statistica, ma il segno di una crisi di senso che attraversa società formalmente sviluppate. La sfida del reale, oggi, è inseparabile dalla sfida della speranza.
Di fronte a tutto questo, la tentazione è forte. Metabolizzare. Ridurre. Ritagliarsi uno spazio protetto. Dire a se stessi che in fondo si può vivere lo stesso, che basta adattarsi, che “così fan tutti”. È una scelta comprensibile. Ma non è una scelta neutra. Perché c’è anche un’altra possibilità: vivere lo spazio che abbiamo, provando a contrastare quella deriva antropologica che Pier Paolo Pasolini aveva già intravisto e che oggi appare manifesta, diffusa, forse irreversibile. Non con gesti eroici, ma con un lavoro quotidiano: dire e dirsi la verità, smettere di fingere, accettare la complessità senza anestetizzarla.
Siamo perfettamente dentro la trama di Matrix. E, volenti o nolenti, siamo chiamati a scegliere. Prendere la "pillola blu" e restare nella realtà costruita da pochi — che per alcuni assomiglia a un Truman Show confortevole, per altri a un inferno terrestre, e per molti a una forma gentile di conformismo ben educato — oppure rompere il muro della banalità del “si è sempre fatto così” e riprendere contatto con la realtà. Anche quando è dura. Anche quando è scomoda. Anche quando non offre risposte immediate.
Il vero, però, non ci è del tutto estraneo. Nelle nostre giornate, nelle nostre vite, lo abbiamo già incontrato. A volte solo per un attimo, magari senza nemmeno dargli un nome. Altre volte lo abbiamo riconosciuto con chiarezza improvvisa. È quella sensazione di corrispondenza profonda tra ciò che facciamo e ciò che siamo. Non è continua, non è perfetta, ma quando accade sappiamo che è vera. E non inganna. Forse, in fondo, la "pillola rossa" è proprio questo: non tradire quella corrispondenza. Restarle fedeli, anche sapendo che ci condurrà in territori meno comodi, meno protetti, meno prevedibili. Vivere con la consapevolezza che dovremo comunque abitare contesti, regole e strutture spesso pensate per ridurre libertà e autonomia, ma farlo con uno sguardo diverso, più vigile, meno addomesticato.
La scelta è complessa, ma possibile. Dipende dai luoghi che abitiamo, dai significati che siamo capaci di condividere, dal coraggio di prenderci rischi rispetto a ciò che vediamo essere vero. Perché la rinuncia più grande non è cambiare, ma cedere lentamente a un conformismo impotente che, prima o poi, quasi tutti riconoscono come una grande allucinazione della propria vita. In fondo, tutto si gioca qui. Nel non ridurre l’esistenza a una somma di bisogni da soddisfare o di paure da gestire. Prima ancora del bisogno, c’è un desiderio che ci costituisce. Un desiderio che precede il calcolo, l’adattamento, la rinuncia. Seguirlo non significa inseguire illusioni, ma restare fedeli a ciò che ci rende vivi, responsabili, non intercambiabili. È forse questa la forma più concreta di speranza oggi possibile: non tradire il desiderio che ci ha messi al mondo, anche quando il mondo sembra andare da tutt’altra parte. E continuare a camminare, non perché è facile, ma perché è vero.
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