martedì 16 maggio 2017
Case e centri commerciali per i nuovi «signori del denaro». Le «aperture» al mercato della dittatura di Pyongyang
Donne in abiti tradizionali nei pressi di piazza Kim II Sung nel centro di Pyongyang (LaPresse)

Donne in abiti tradizionali nei pressi di piazza Kim II Sung nel centro di Pyongyang (LaPresse) - LaPresse

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La stazione ferroviaria di Pyongyang è affollata e una voce femminile all’altoparlante annuncia che il treno da Pechino è giunto a destinazione. Il viaggio dalla capitale cinese si è prolungato oltre il previsto, ma mi ha permesso di visitare brevemente Sinuiju, la città posta sul confine cinese, e di osservare le squadre di contadini delle cooperative che trapiantano il riso. Come mi aspettavo, il divario tra città e campagna in Corea del Nord si sta ampliando. La crescita economica che da ormai una decina d’anni sta interessando il Paese ha favorito i centri urbani, che si stanno sviluppando in modo frenetico, ma non convulso. I piani regolatori sono ben strutturati, gli edifici in costruzione (tanti) si innalzano all’orizzonte con siluette moderne e, nonostante il cemento, anche gradevoli all’occhio. Le campagne, invece, rimangono pressoché immutate: villaggi puliti fatti di case a volte anche decrepite sono circondati da giardinetti in cui le singole famiglie coltivano il proprio orticello per vendere i prodotti ai golmikjang, i mercati privati che vengono tenuti settimanalmente in ciascun kun, o contea. «La DPRK (Corea del Nord, nda) è un Paese che si sta sviluppando, ma l’isolamento a cui siamo relegati dalla politica imperialista americana non ci permette di diluire il benessere in modo uniforme e veloce così come vorremmo» mi dice So Mi-yeon, la guida che mi è stata assegnata e che mi seguirà per tutto il periodo in cui soggiornerò in Corea del Nord.

Il pretesto dell’ostilità statunitense nel giustificare le difficoltà della Corea del Nord è un’attenuante spesso usata (e a volte abusata) da quasi tutti i burocrati del Paese per mascherare altri problemi interni. So Mi-yean, come molti altri connazionali, sa benissimo che Sud Corea, Stati Uniti e Giappone, assieme alla Cina, sono i principali donatori di aiuti alimentari alla Corea del Nord, ma l’ideologia e la linea del Partito devono pur essere rispettati. D’altro canto i media nostrani sono infarciti di notizie fuorvianti che dipingono il Paese asiatico in modo stereotipato e poco attinente alla realtà, a cominciare dal suo leader, Kim Jong Un. Rousseau, ne Il contratto sociale affermava che «è più facile conquistare che reggere uno Stato». Kim Jong Un non ha conquistato lo Stato; l’ha ereditato 'a cascata' dal padre che, a sua volta, se l’era visto consegnare da Kim Il Sung, nonno dell’attuale Grande Leader nordcoreano. Ma Kim Jong Un, contrariamente a quanto si continua a ripetere sin dal 18 dicembre 2011, quando salì al vertice del potere in Corea del Nord, non solo è riuscito a reggere lo Stato, ma ha addirittura rafforzato il suo potere. La tenuta del nipote di Kim Il Sung dimostra quanto poco si conosca la Corea del Nord e gli attori, interni ed esterni, che ne determinano la vita politica e sociale. Gli annuali ed infondati allarmi di guerra nucleare ormai ripetuti periodicamente da diversi anni e che per alcuni sarebbero addirittura preludio di una Terza Guerra Mondiale, non fanno altro che confermare l’assoluta mancanza di comprensione e competenza analitica di un Paese che, pur immerso in una dittatura, è tutt’altro che statico e folle.

Se Kim Jong Il ha favorito lo sviluppo prima di mercatini privati, Kim Jong Un (che, non dimentichiamolo, conosce la realtà del mercato libero in quanto ha studiato a Berna) è stato l’artefice della nascita di una nuova classe emergente: i donju, o i signori del denaro. Sono loro la classe media del Paese, i ricchi che affiorano sin dalla prima decade degli anni Duemila, presenti in numerose città nordcoreane I donju, lavorando per diversi anni fuori dai confini nazionali, hanno saputo moltiplicare le loro entrate, oppure hanno famigliari all’estero i quali hanno inviato piccoli capitali investiti nelle nuove attività. O ancora, sono i primi commercianti che, sin dalla fine degli anni Novanta, hanno cominciato ad importare in semiclandestinità i primi prodotti sudcoreani e giapponesi vendendoli poi nei golmikjang. Soldi, riforme economiche che hanno rilassato il controllo statale sull’economia e legami con l’apparato del Partito hanno scatenato una reazione incontrollata che ha generato un vero e proprio stravolgimento nel mercato e nella società. In cambio di 'tasse supplementari', i funzionari di partito e gli amministratori locali concedono ai donju il permesso di dirigere fabbriche, aprire negozi e, in ultima analisi, di sostituirsi come imprenditori allo stato nel mercato immobiliare.

Negli ultimi due anni le città della Corea del Nord hanno visto intensificarsi le attività edilizie sia in quantità, ma soprattutto in qualità. Proprio nel pieno della crisi nucleare, a Pyongyang è stato terminato un nuovo quartiere residenziale alla cui inaugurazione sono state invitate troupe giornalistiche e televisive, tra cui anche quelle statunitensi. Il progetto Ryomyong Street si aggiunge ad un più ampio restyling della capitale nordcoreana e di altre città del Paese iniziato con la Mirae Scientist’s Street, una risposta del governo nordcoreano alle critiche internazionali, tanto da essere visto dallo stesso Kim Jong Un come simbolo della rinascita economica della Corea del Nord. Non solo a Pyongyang, ma anche a Chongijn, Wonsan, Nampo, Sinuiju, Hamhung, i cantieri si sono moltiplicati. Mun Won-il, uno di questi nuovi imprenditori, afferma che i nuovi appartamenti sono costruiti con materiali innovativi per lo standard nordcoreano, quasi tutti importati dalla Cina. «Il governo ha imposto dei criteri costruttivi rigidi per limitare l’inquinamento ambientale e lo spreco energetico». Così, visto che la fornitura di corrente elettrica è ancora altalenante, i palazzi sono stati dotati di pannelli fotovoltaici; le abitazioni, almeno quelle più prestigiose, hanno elettrodomestici, frigoriferi e TV di marca cinese e giapponese, veri e propri status symbol sociali in Nord Corea e nel quartiere sono stati aperti centri commerciali in cui gli scaffali sono riempiti di merci importate.

Accanto a queste nuove attività sono sorte anche agenzie immobiliari che si occupano di scambiare appartamenti nelle varie città. Pur essendo la proprietà privata inesistente nel Paese, è pur sempre possibile che una famiglia si sposti in un quartiere diverso all’interno della stessa città con le necessarie autorizzazioni. È dunque nata una classe di mediatori che cercano famiglie disposte a lasciare le proprie abitazioni per trasferirsi in zone meno prestigiose in cambio di ingenti somme di denaro. I prezzi di un appartamento di circa 100 mq nel centralissimo quartiere di Chung-guyok a Pyongyang si aggirano attorno ai 150.000 euro, ma i costi variano a seconda delle richieste e del piano in cui è posizionato l’alloggio nel condominio (i piani elevati sono quelli che costano meno in quanto non c’è garanzia che l’ascensore funzioni). In altre città i prezzi sono tra il 20 e il 40% inferiori, ma i nuovi piani di sviluppo e il boom edilizio stanno facendo lievitare i costi in modo repentino. «Sicuramente Pyongyang e Sinuiju sono due delle città dove il denaro investito sarà destinato a moltiplicarsi» confida Sun Ma, un imprenditore cinese che gestisce una ditta che rifornisce isolanti termici mentre beviamo una birra alla Taedonggang Beer Brewery. Per ora Sun Ma, come tutti gli altri potenziali imprenditori stranieri dovrà accontentarsi di essere solo uno spettatore esterno della nuova capitalizzazione in atto in Corea del Nord. «Anche se non per molto», profetizza.

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