Il cardinale Ruini e il debito di riconoscenza della Chiesa italiana

Molte le notizie che hanno dominato la settimana che si va a concludere. Tra le altre, vogliamo parlarvi della scomparsa del cardinale Camillo Ruini, avvenuta martedì 16 giugno all'età di 95 anni.
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June 20, 2026
Il cardinale Ruini e il debito di riconoscenza della Chiesa italiana
Il cardinale Camillo Ruini ospite della trasmissione Rai "Che tempo che fa" condotta da Fabio Fazio, Milano, 01 ottobre 2012. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO
Care lettrici e cari lettori,
molte le notizie che hanno dominato la settimana che si va a concludere. Tra le altre, vogliamo parlarvi della scomparsa del cardinale Camillo Ruini, avvenuta martedì 16 giugno all'età di 95 anni. «Moltissimo gli deve la Chiesa in Italia»: è la sintesi estrema che papa Leone XIV ha consegnato nell’omelia delle sue esequie. Parole che, pur in un dibattito più che vivace, scolpiscono quello che nei giorni del commiato dall’uomo che guidò la Cei dal 1991 al 2007 appare come un lascito di grande spessore religioso e culturale descrivendo, insieme, un debito di riconoscenza. Più nel dettaglio di questa eredità, il Papa ha parlato di «intuizioni e iniziative che hanno lasciato un segno profondo nel cammino della Comunità ecclesiale e anche di quella civile. Pensiamo al “Progetto culturale”; all’impegno profuso nel promuovere l’apporto del mondo cattolico nei più diversi ambiti della vita religiosa, civile e politica italiana; al grande lavoro del Sinodo diocesano e della sua applicazione, qui a Roma; alla sua presenza attiva e dialogante ai vari livelli della vita della Chiesa, come pure del mondo laico e della società». Bastano queste frasi a condensare ciò che è emerso nelle testimonianze di quanti sono stati più prossimi a Ruini, accompagnandone l’impegno per mostrare la piena pertinenza, ragionevolezza e libertà della fede – e l’originalità del pensiero che ne nasce – rispetto alla realtà nella quale viviamo. «Siamo fatti per la verità e per il bene – sono ancora parole del Papa ricordando il motto episcopale di Ruini, “La libertà ci renderà liberi” – e solo in questo troviamo unità, pace e piena realizzazione, nella vita terrena e per l’eternità». La Chiesa di Ruini, è il commento del suo principale collaboratore negli anni alla Cei, il cardinale Giuseppe Betori, «non è una comunità di fedeli chiusi in sé stessi, ma una presenza viva nella società animati dal Vangelo», ed è «protagonista della storia, senza inseguire egemonie, ma rivendicando sempre una significatività o, come egli diceva, evitando l’irrilevanza». Nel ricordo del cardinale Angelo Bagnasco, suo successore alla guida della Cei, Ruini «stava dalla parte dell’uomo nella sua interezza, dalla cura della vita fisica a quella spirituale, morale e culturale, poiché non si può coltivare una dimensione e trascurare le altre». Lo storico Andrea Riccardi sottolinea invece che «Ruini non aveva paura delle battaglie: era pugnace. Io non sempre ho pensato fosse giusto, ma ho sempre stimato il suo carattere e il suo franco parlare e il discutere con l’altro. La sua era una Chiesa dei valori non negoziabili, centrata sui valori antropologici e sulla comunicazione della fede e la purezza della dottrina, su cui non transigeva». (Francesco Ognibene)

La diplomazia "in contumacia" e chi ha vinto nella guerra Usa-Iran

Esteri. Il G7 di Evian in Francia, durante il quale si sono trattate questioni serissime come le guerre che dilaniano il mondo, ha avuto una brutta coda ieri con le parole offensive rivolte dal presidente Trump alla nostra premier. Se è sicuro che Giorgia Meloni, come lei ha ribadito con fermezza, non abbia "implorato" nessuno a farsi fotografare insieme a lei, è altrettanto evidente che la Casa Bianca ha un inquilino non all'altezza del suo ruolo, che non lesina insulti sguaiati e gratuiti ai leader dei Paesi che dovrebbero essere alleati. Ma poiché la diplomazia ha ben altro a cui pensare che alle intemperanze verbali dell'uomo più potente del mondo, vogliamo fare qualche osservazione sul memorandum d’intesa faticosamente raggiunto tra Iran e Stati Uniti e sottoscritto giovedì a Versailles con la firma digitale dei presidenti americano e iraniano. È forse la prima volta – scrive il nostro commentatore Pasquale Ferrara - che un atto internazionale di tale portata viene concluso, per così dire, “in contumacia”. L'incontro fisico tra avversari implica un mutuo riconoscimento, l’assunzione di un impegno in una dimensione di prossimità, il “metterci la faccia”; tutto questo non c'è stato. Anche per questa "distanza", viene da chiedersi se questo memorandum in 14 punti, firmato a distanza, possa reggere, e come. Intanto, servirà almeno un anno perché il traffico sullo Stretto di Hormuz, tra mine, ingorghi e ricatti possa ritornare alla normalità. Restano poi i dubbi su chi è il vero vincitore di una guerra insensata: forse l'Iran, che ha scoperto di possedere un'arma potente, cioè quella economica, come spiega Elena Molinari da New York?
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Come Trump ha riscritto l'intesa sul nucleare (Piergiorgio Pescali)

Le "guerre dimenticate" fanno tappa in Mozambico, tra gli scampati all'inferno degli Shabaab

Esteri. La nostra inchiesta sulle guerre dimenticate, che proseguirà per l'intero 2026, ha fatto tappa in Mozambico, dove Luca Foschi ha visitato i campi per sfollati nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, la più arretrata del secondo Paese più povero al mondo. Nel distretto di Ancuabe, come in tutto il Cabo, dal 2017 imperversa Ansar al-Sunna, lo Stato islamico del Mozambico. I feroci attacchi degli Shabaab (i “ragazzi”) hanno causato nel solo mese di maggio lo sfollamento di almeno 12.000 persone. Centinaia sono ospitate a Nannona, in un’area strappata alle sterpaglie con il fuoco, dove gli uomini riproducono le abitazioni tradizionali, fatte di pali di legno, canne, fango e foglie di palma, per dar riparo alle donne e i bambini. «Non torneremo mai al villaggio», è l’opinione unanime. «Come sopravviviamo? Chiediamo un po’ di farina e di manioca agli abitanti di Nannona – dicono i profughi –. Fino a oggi nessuno del governo si è presentato per aiutarci. Abbiamo perso i documenti, non abbiamo cibo, né acqua, né energia per lavorare». E loro, gli sfollati, davanti al registratore riascoltano la loro tragedia e invocano disperatamente aiuto. Qui potete leggere il reportage di Luca Foschi.

Manuel aveva 9 anni quando è morto di tumore. Ora a Trapani si apre la causa di beatificazione

 Chiesa. Ci sono vite capaci di lasciare tracce di eternità pur nello spazio di un tempo brevissimo. Così è stata l’esistenza di Manuel Foderà, stroncato a soli 9 anni da un tumore il 20 luglio 2010. Per questo “piccolo guerriero della luce” la diocesi di Trapani venerdì prossimo, 26 giugno, apre la fase diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione. Come racconta Lilli Genco, Manuel, nato nel 2001 e cresciuto a Calatafimi Segesta, ha vissuto una lunga battaglia contro un neuroblastoma aggressivo. Una sofferenza logorante, trasformata però in una «missione di luce» per «sciogliere i cuori più induriti». La sua vicenda, segnata da continui ricoveri e terapie devastanti iniziate ad appena quattro anni, più che la cronaca di un’esistenza dolorosa è il diario di un’amicizia profonda: quella con Gesù, che chiamava il “mio amico speciale”, affrontando ogni prova come occasione per vivere la sua “missione di luce”, ricevendo una vita che descrive “strana” ma “speciale”. Pur consapevole della fine imminente, nel giorno del suo ultimo compleanno, invitò gli amici a non mollare mai «perché un guerriero della luce anche se sta morendo ha Gesù nel cuore». «Per noi Manuel è un cuore vivo che solleva il nostro sguardo al cielo e ci chiama a rendere più bella ogni vita su questa terra», spiega il vescovo di Trapani, Pietro Maria Fragnelli, promotore della causa. Una "lezione" racchiusa in una preghiera scritta dal piccolo Manuel dopo una notte in ospedale: «I miei occhi vedono cose che gli altri non vedono perché nel buio della mia vita, per alcuni vuota e insignificante, io vivo cose bellissime».  

Ermanno e Giovanni, padre e figlio insieme alla Maturità: una storia d'amore e d'impegno

Attualità. Per i maturandi ieri si è conclusa la parte scritta dell'esame. No, non vogliamo qui parlarvi dei titoli sui quali si sono concentrate le preferenze degli studenti, né dell'incredibile assenza di riferimenti a scrittrici (donne) tra i riferimenti scelti dal ministero, né, ancora, del fatto che anche il cantante Pupo fosse seduto da privatista tra i banchi, cosa che è stata ampiamente sottolineata dai mass media. Vogliamo invece raccontarvi che tra quei 527.747 aspiranti diplomati, in crescita dello 0,6 rispetto al 2025, c'erano anche Ermanno e Giovanni, padre e figlio, 62 anni il primo, 20 il secondo. Non si tratta del desiderio del genitore di rincorrere un tempo perduto ma di una storia del tutto diversa. Il padre, infatti, un diploma ce l'ha già, ma condividere il percorso scolastico con il suo Giovanni è stato il modo che ha escogitato per convincere il ragazzo a riprendere gli studi che aveva abbandonato. Più delle parole possono i fatti: così per due anni Ermanno e Giovanni hanno condiviso lezioni in classe e compiti a casa. Il padre si è rimesso in gioco per amore del figlio, che ha una disabilità cognitiva e per il quale ora desidera un futuro fatto di un lavoro che lo occupi durante le giornate e gli dia dignità. A raccontare la storia al nostro Antonio Averaimo è stato il professore Vincenzo Mattei, che insegna Economia ed estimo e coordina i corsi serali della scuola salernitana Galilei-Di Palo, dove padre e figlio ora attendono di sostenere gli orali della maturità per diventare geometri. Un diploma da far fruttare, per entrambi: perché se per Giovanni significa una chance di un futuro autonomo, per Ermanno è la possibilità di rimettersi in pista dopo che ha perso il suo lavoro durante la pandemia.  

Ai Mondiali c'è un'altra classifica: 14 squadre arrivano da Paesi dove la libertà religiosa è a rischio

Sport. C’è un altro Mondiale in questi giorni che non si vede ma riguarda milioni di persone. Sono tutti quelli a cui è negata o limitata la possibilità di vivere liberamente la propria fede. È il Mondiale invisibile della libertà religiosa: secondo l’ultimo Rapporto della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs), 14 Paesi partecipanti al torneo iridato in corso in Usa, Canada e Messico sono caratterizzati da restrizioni o discriminazioni del credo dei loro cittadini: di fatto il 30% delle nazioni in campo. Tre Paesi sono classificati come luoghi di persecuzione religiosa mentre altri undici rientrano tra quelli in cui vi è una discriminazione significativa che compromette la libertà di religione o di credo. In alcuni casi la limitazione della libertà religiosa si intreccia direttamente con l’impianto giuridico dello Stato. È il caso, ad esempio, di Iran e Arabia Saudita. In altri contesti, invece, il problema nasce da instabilità e violenza diffusa, come accade nella Repubblica Democratica del Congo, dove l’est del Paese è segnato dall’aumento dell’attività jihadista. Diversa ancora è la situazione del Messico, uno dei Paesi ospitanti. Qui le minacce alla libertà religiosa arrivano dalla criminalità organizzata e dal traffico di droga. Tutt’altro che trascurabile è poi la situazione di una serie di Paesi in cui la libertà religiosa è formalmente garantita ma di fatto limitata. Marocco, Tunisia, Algeria, Giordania, Qatar, Egitto e Turchia ospitano milioni di persone che non godono pienamente di questo diritto. In Uzbekistan, infine, i rigidi controlli sull’attività religiosa colpiscono credenti di diverse fedi, inclusa la stessa maggioranza musulmana. Dunque, la Coppa del Mondo, come racconta Antonio Giuliano, rappresenta un’opportunità per rendere visibile la situazione nei Paesi in cui questo diritto è minacciato. Qui altri articoli sui Mondiali di calcio.

Il Vangelo di domani commentato da don Luigi Verdi

Il «non aver paura» di Dio è una carezza sulle paure.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: "Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto".  Ascolta il podcast

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