La pace sotto sorveglianza: come Trump ha riscritto l’intesa sul nucleare con l’Iran
Nel trattato voluto da Obama si puntava sulla regolamentazione per impedire a Teheran la bomba. L’accordo del 2026 punta allo smantellamento totale con la “massima pressione”

Nel salone dell’Hotel Royal di Évian-les-Bains, tra le pieghe di un bilaterale con il presidente francese Emmanuel Macron, l’inquilino della Casa Bianca Donald Trump ha annunciato quello che definisce il «punto fondamentale» della sua politica estera: l’Iran non avrà mai l'arma nucleare. Tuttavia, dietro l’ottimismo del “deal all signed”, si apre un confronto tecnico che obbliga a guardare al 2015 per capire se siamo di fronte a una pace duratura o a una tregua dettata dalla necessità. Il confronto tra l'intesa di Trump e il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) dell’allora presidente Usa Barack Obama non è solo una questione di cifre, ma lo scontro tra due visioni della non-proliferazione. Se l'accordo del 2015 puntava a “chiudere le strade” verso la bomba attraverso una regolamentazione meticolosa al fine di integrare Teheran nella comunità internazionale, il Memorandum del 2026 sembra mirare a uno smantellamento radicale come il risultato di una “pressione massima” che ha sfiorato il conflitto totale.
Il punto di rottura riguarda la gestione del combustibile. Il JCPOA del 2015 era un capolavoro di ingegneria diplomatica: limitava l'arricchimento dell'uranio al 3,67% per quindici anni e imponeva un tetto di 300 chilogrammi alla scorta. Un sistema di “binari” per impedire la deviazione militare pur riconoscendo a Teheran un diritto all’energia atomica civile. All'epoca, l'Iran accettò di disattivare due terzi delle sue centrifughe, limitandosi ai modelli IR-1, tecnologicamente obsoleti. Oggi il paradigma è cambiato. Trump esige lo “zero enrichment“ e la consegna della “nuclear dust”, la scorta al 60% accumulata da Teheran. L‘intesa prevede la “diluizione” del materiale in territorio iraniano per riportarlo a livelli civili. È un punto critico: per Washington è una resa, per Teheran è la prova che l'uranio non lascerà il suolo sovrano. Mentre Obama accettava centrifughe monitorate a Natanz, Trump punta allo smantellamento fisico dei siti colpiti nel giugno 2025, mirando a neutralizzare anche le avanzate centrifughe IR-6 e IR-9, sviluppate in risposta alle sanzioni.
L’Aiea emerge come l’unico ponte tra Washington e Teheran. Se nel 2015 l’Agenzia monitorava un trattato codificato, oggi opera in un vuoto normativo come garante di un memorandum in divenire. «La verifica è l’antidoto al sospetto», ha ribadito il direttore generale. Rispetto al passato, l’Aiea dovrà gestire protocolli più intrusivi: sorveglianza in tempo reale sulla diluizione dell’uranio al 60% e certificazione dello smantellamento delle infrastrutture colpite nel 2025. Senza il “bollino” di Vienna, nessuna revoca delle sanzioni sarà digeribile per il Congresso Usa. «Ampi poteri di controllo», ha ribadito Trump. Questa frase nasconde il nervo scoperto della sovranità iraniana. L’accordo del 2015 si poggiava su un sistema di ispezioni rigoroso ma regolato da procedure concordate. L’intesa attuale sembra invece aprire la strada a un accesso “pieno e incondizionato”, un modello “anytime, anywhere“ (“sempre e ovunque”) che l'Iran aveva storicamente respinto come spionaggio legalizzato. Da Teheran, il presidente Masoud Pezeshkian ha descritto l’intesa come una «vittoria contro le richieste eccessive», linguaggio necessario per giustificare il compromesso a un’opinione pubblica stremata. Se il focus attuale è sulla verifica, per il futuro conta la tenuta dell'equilibrio: può una pace basata sulla sottomissione tecnica reggere?
Nel 2015 l'Iran era un partner negoziale; nel 2026 appare come un attore sotto minaccia diretta, rendendo la verifica un protocollo di vigilanza post-bellica più che un atto di fiducia. Un altro elemento di divergenza riguarda la durata delle restrizioni. Il JCPOA era celebre per le sue “sunset clauses“, clausole di scadenza che avrebbero permesso all’Iran di riprendere gradualmente alcune attività dopo 10 o 15 anni. La filosofia di Obama era che, nel tempo, l'Iran sarebbe cambiato politicamente, rendendo inutili le restrizioni più severe. L’intesa Trump del 2026 punta invece a impegni «permanenti». Il presidente Usa non accetterà un accordo che «calcia il barattolo più avanti». Questa pretesa di definitività si scontra con la dottrina iraniana della “tecnologia inalienabile”. Fonti vicine al negoziatore Araghchi suggeriscono che Teheran abbia accettato limitazioni severe oggi in cambio di una road-map di 60 giorni per la revoca delle sanzioni, ma senza rinunciare formalmente alla conoscenza tecnica. Il confronto tra la flessibilità temporale del 2015 e la rigidità del 2026 rappresenta il rischio più grande: senza una valvola di sfogo politica, la pressione tecnica potrebbe portare a una nuova rottura.
La vera novità dell'approccio attuale è l'integrazione del dossier nucleare con la stabilità regionale. Il JCPOA era stato criticato per essere troppo settoriale, ignorando il ruolo dell'Iran nei conflitti in Libano e Yemen. L'intesa odierna nasce invece dalle ceneri di un conflitto recente e include esplicitamente la fine delle ostilità su tutti i fronti. L'impatto umanitario è il cuore della trattativa. La rimozione del blocco navale e la riapertura di Hormuz sono boccate d’ossigeno per una popolazione stremata da asset congelati e carenze mediche. Trump ha promesso che “l’olio tornerà a scorrere”, ma la sfida sarà trasformare lo sblocco economico in una stabilità reale che non dipenda solo dal prezzo del greggio o dalle mosse militari di Israele. La differenza con il 2015 è che allora la speranza era la prosperità; oggi la speranza è la sopravvivenza. In definitiva, se l'accordo di Obama era un trattato di fiducia vigilata, quello di Trump è un memorandum di necessità. Le fonti iraniane insistono sulla “sovranità nucleare” intatta, mentre la Casa Bianca proclama la fine della minaccia atomica. La verità giace nel mezzo: un accordo quadro che ha evitato una guerra totale ma che lascia aperti i dettagli più spinosi. Per il mondo, e per chi crede nella diplomazia come unico strumento di pace, la firma prevista per venerdì in Svizzera non è il traguardo, ma l'inizio di una trattativa ancora più difficile, dove ogni parola peserà sulla sicurezza del pianeta.
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