La Nobel Suu Kyi riappare dopo anni: le foto che rassicurano il mondo
di Luca Miele
La leader democratica birmana , attualmente detenuta, ha incontrato il rappresentante della Croce Rossa nel Paese. Si tratta del primo incontro pubblico tra Suu Kyi e un funzionario straniero da quando è stata deposta con un colpo di stato militare del 2021

Abito tradizionale, consueto portamento elegante, sorriso appena accennato. Aung San Suu Kyi è viva. E sta (apparentemente) bene. L'ex leader democratica del Myanmar e premio Nobel per la Pace nel 1991, 81 anni, agli arresti domiciliari, ha incontrato ieri Arnaud de Baecque, rappresentante del Comitato Internazionale della Croce Rossa (Cicr), in quella che è stata la sua prima apparizione pubblica dopo oltre cinque anni di isolamento.
È stato lo stesso governo birmano a diffondere le immagini – quattro, compresa una di una torta di compleanno della leader, che “cade” il 29 giugno –, fugando in questo modo definitivamente i dubbi e le preoccupazioni sulla salute di Suu Kyi, sollevati, con forza, anche dal figlio Kim Aris, che ha accolto la notizia definendo l’incontro «un primo passo importante». Per il secondogenito della leader non bisogna però fermarsi qui, chiedendo contatti diretti con la famiglia, un maggiore accesso per gli aiuti umanitari e, infine, «la immediata e incondizionata liberazione» della madre e di tutti i detenuti politici birmana.
La decisione del governo di documentare lo stato di salute della premio Nobel non nasce da una volontà umanitaria. Ma da un calcolo politico. Perché dietro la tormentata vicenda della leader – arrestata nel 2021 dopo il colpo di stato dei militari che rovesciò il suo governo, condannata a 33 anni di carcere con accuse pretestuose e oggi custodita in una località segreta – si sta giocando una partita che vede protagonisti il Myanamr da una parte, l’Asean, l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico, dall’altra. In ballo c’è il “bando” a cui è stato sottoposto il regime birmano, escluso dai lavori dell’Asean, dal 2021, vale a dire dal colpo di stato e dall’inizio della repressione.
Si tenta una ricucitura? I segnali ci sono. La giunta militare ha tentato di guadagnare una certa legittimità internazionale, giocando la carta delle elezioni generali che gli osservatori esterni hanno liquidato come né libere né eque. Come scrive Asia Times, «attraverso elezioni artificiali e strettamente controllate, tenutesi all'inizio dell'anno, la giunta ha messo da parte l'opposizione, sciolto il governo militare diretto e proclamato un governo civile nominale, insediando Min Aung Hlaing come presidente». Lo scorso 12 luglio i ministri degli Esteri dell'Asean hanno compiuto un passo controverso (e contestato), incontrando il loro omologo birmano, Tin Maung Swe, a Bangkok: il loro primo incontro con il massimo diplomatico del Myanmar dal colpo di stato del 2021. Come scrive il sito di analisi The Conversation, «l’incontro è importante perché segnala un cambio di rotta. Un analista lo ha descritto come una “coreografia diplomatica” che potrebbe consentire al leader della giunta, Min Aung Hlaing, di affiancare i leader dell’Asean al prossimo vertice di novembre». Ma non basta: Min Aung Hlaing effettuerà una visita ufficiale in Thailandia il mese prossimo.
Si tenta dunque di superare lo stallo che ha visto il cosiddetto “Consenso in cinque punti” dell’aprile 2021, voluto proprio dall’Asean, rimanere lettera morta. Per gli analisti, «le richieste di cessazione delle violenze, di un dialogo inclusivo, della nomina di un inviato speciale e della fornitura di aiuti umanitari sono fallite completamente». Finora il potere birmano si è limitato a tatticismi e concessioni solo formali, grazie scrive ancora Asia Times, «all’appoggio e ai calcoli geopolitici di importanti attori esterni. Cina, India e Russia hanno rappresentato i principali pilastri che hanno permesso al regime di sopravvivere all'isolamento globale». Non a caso Pechino ha, recentemente, chiesto una «partecipazione piena, paritaria e costruttiva» del Myanmar al blocco dei Paesi dell’Asean.
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