A Mamoiada il cuore antico della Barbagia

Il paese adagiato tra gli ordinatissimi vigneti del cannonau custodisce il segreto dei Mamuthones, di un modo unico di produrre il vino, e di una fede comunitaria radicata e identitaria che in agosto vive una delle sue feste più sentite
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August 3, 2026
A Mamoiada il cuore antico della Barbagia
Una riproduzione lignea della maschera dei Mamuthones esposta nella loro sede a Mamoiada
Si dice che i Romani, avidi di nuove province e di risorse agricole, avessero preferito girare al largo dalla Barbagia: gente spigolosa, non assoggettabile, e un territorio tutt’altro che appetibile per i conquistatori. Da qui l’assimilazione sprezzante ai “barbari”, i non civilizzati, che è meglio lasciare in pace tra i loro monti.
I barbaricini – difficilmente si incontra un etimo dall’origine più trasparente – oggi ne sorridono. Perché di questa storia certo non gli dispiace la parte che racconta di una fierezza indomita, ma se la si traduce come forma di ostile diffidenza al resto del mondo inarcano il sopracciglio, sobri nei gesti e nelle emozioni ma fermi nella consapevolezza di sé. Perché è raro entrare in una comunità – con rispetto, s’intende – e sentirsene presto avvolti, non ospiti ma in breve già parte di un villaggio e delle sue relazioni, come accade in Barbagia. In questa terra primigenia e magnifica si incontra in ogni paese il cuore fiero di una regione che vive dell’orgoglio per la sua anima profonda come del sangue che quel cuore pompa incessantemente, dai misteriosi abitatori nuragici a oggi. Occorre, però, sapersi mettere in ascolto. È vero ovunque: qui di più, diventa decisivo. Perché solo disponendosi a vedere e ascoltare si ricevono in dono sorprese imprevedibili.
Il paese adagiato in una conca visto da una delle colline che lo circondano
Il paese adagiato in una conca visto da una delle colline che lo circondano
Come quando si arriva a Mamoiada, e dalle colline si scende verso il paese con la riconoscibile cupola tondeggiante della chiesa di Nostra Signora di Loreto, di origini medioevali, appena restaurata. Uno sguardo ai fianchi delle alture, e per un momento pare di essere in Toscana: ovunque ordinatissimi vigneti, i bassi filari del cannonau come file di un esercito di vita che promette convivialità. E allora la Barbagia ostile, persino cupa? La memoria delle nefandezze di faide e malavita locali non si è perduta, anzi. Ma oggi quel che è stato solo pochi decenni fa è come un monito coltivato dai mamoiadini, con cura e determinazione: mai più quelle ferite, che ripiegavano ogni futuro su un passato senza fine, la nostra vita ora dipende dal saper custodire questa terra generosa con chi sa parlare la sua lingua.
La natura, attorno a Mamoiada, oggi pare un giardino dell’eden coltivato da viticoltori che hanno sviluppato una vera scuola locale per ottenere il vino secondo rigorosi canoni naturali. E ora il cannonau di qui si sta ritagliando un posto da protagonista non solo in Italia per la sua riconoscibilità. «Tutte le cantine sono curate da famiglie del paese – spiega Francesco Sedilesu, ispiratore riconosciuto di questa “rivoluzione” –. La nostra è una rieducazione del gusto. Ci sono cose che vanno fatte in un modo e non in un altro: e il vino si fa così».
Francesco Sedilesu nella sua cantina, tra le botti del cannonau ottenuto da ogni viticultore di Mamoiada secondo un metodo rigorosamente naturale
Francesco Sedilesu nella sua cantina, tra le botti del cannonau ottenuto da ogni viticultore di Mamoiada secondo un metodo rigorosamente naturale
Granitica e serena certezza che si ritrova nella fede della gente raccolta con le sue tradizioni attorno alla parrocchia guidata da don Salvatore Orunesu, parroco da manuale, che domenica 9 agosto guida la comunità – e chi vuole condividere un gesto religioso particolarmente sentito – nella processione dalla parrocchiale dedicata all’Assunta, in paese, sino alla chiesa campestre nota come “Loret’attesu”, tra vigne e alberi, una ordinatissima cappella dalle forme accoglienti dove si celebra la memoria della Madonna della Neve, cui è dedicata la cattedrale di Nuoro (siamo nel territorio della diocesi della Barbagia, guidata dal vescovo Antonello Mura, cui è affidata anche la confinante Chiesa ogliastrina di Lanusei).
La chiesa campestre di Loret'attesu, sulle alture attorno a Mamoiada
La chiesa campestre di Loret'attesu, sulle alture attorno a Mamoiada
Alle 17.30 appuntamento in parrocchia, alle 18.30 la Messa davanti alla Madonna, nel profumo dei fiori e tra le promesse del cannonau che verrà. A completare una giornata barbaricina si può “sconfinare” a Orgosolo, a un passo da Mamoiada, per rendere visita alla beata Antonia Mesina, che riposa nella cripta della parrocchiale nel centro del paese, per sempre bambina, vestita del colorato abito orgolese. Un’emozione profonda.
Mentre tutto cambia, nel cuore della Barbagia si coltiva l’immutabilità di ciò che conta. Come l’espressione senza tempo dei Mamuthones, simbolo della Sardegna, mamoiadini di origine e appartenenza, ispiratori del piccolo e prezioso Museo delle Maschere, con esemplari dalla Sardegna e da tutta Europa, rivoli di tradizioni anche molto diverse. Al segreto impenetrabile della maschera severa dei Mamuthones si viene introdotti da un suggestivo video con il testo dello scrittore e giornalista Bachisio Bandinu, appena scomparso, che penetra la coltre di enigmi attorno a questa figura non del tutto umana, cogliendone il legame sacrale con l’anima di Mamoiada e, in fondo, di tutti i sardi. Si può avere la fortuna di sbirciare nella sede dell’associazione che ne coltiva scrupolosamente l’eredità offrendola in occasioni speciali nell’Isola, in altre regioni e in tutto il mondo (ha molto impressionato la loro esibizione al recente Expo di Osaka): i costumi custoditi come abiti sacerdotali, i pesanti campanacci che ogni figurante sa far suonare in un modo inconfondibile, insieme al gruppo, all’unisono, i vestiti delle loro guide, gli Issohadores, anche loro calati in una maschera senza espressione, le corde per “afferrare” l’uno o l’altra tra il pubblico che si accalca per vederli passare... I Mamuthones parlano la lingua più antica della natura umana (chi siamo, veramente?), quasi uscissero da uno degli insediamenti della civiltà nuragica che si incontrano salendo verso il Supramonte, attorno a Mamoiada.
I campanacci indossati dai Mamuthones sulla schiena a fatti suonare con un caratteristico movimento del corpo
I campanacci indossati dai Mamuthones sulla schiena a fatti suonare con un caratteristico movimento del corpo
I Mamuthones sembrano anime mute: ma anche loro, a saperle ascoltare, ci raccontano una storia che parla di noi.

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