Addio a Ruini, il cardinale che voleva una Chiesa non irrilevante

Aveva 95 anni. Con lui scompare dalla scena terrena uno dei grandi protagonisti del pontificato di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI
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June 16, 2026
Addio a Ruini, il cardinale che voleva una Chiesa non irrilevante
Il cardinale Camillo Ruini (Diocesi di Roma/Gennari)
È morto all’età di 95 anni il cardinale Camillo Ruini, dopo un progressivo decadimento fisico che si era accentuato agli inizi di maggio. A darne notizia il cardinale vicario Baldassare Reina, che con il Consiglio episcopale e la diocesi di Roma, «grati per la lunga e proficua vita cristiana e per il suo servizio alla Chiesa», l'hanno affidato «alla misericordia del Signore». «La sua guida pastorale dal 1991 al 2008 – si legge ancora nella nota – ha lasciato un segno profondo della sua intelligenza nell’interpretare la presenza dei cristiani nella città, unendovi la responsabilità di Presidente della Conferenza episcopale della Chiesa italiana. Acuto nel discernere le svolte politiche e sociali del Paese, ha considerato fondamentale guidare le transizioni culturali con la fierezza cattolica di essere depositari di un patrimonio di valori da non nascondere, ma da custodire e difendere, adempiendo il suo motto episcopale Veritas liberabit nos».

Gli anni della formazione emiliana

Con Ruini scompare dalla scena terrena uno dei grandi protagonisti della Chiesa italiana e non solo durante il pontificato di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Da molto tempo ovviamente non aveva più incarichi, però aveva continuato a far sentire la sua presenza attraverso libri, interviste e colloqui nel suo appartamento a pochi passi dal Vaticano, dove si è spento. Nato il 19 febbraio 1931 a Sassuolo – provincia di Modena ma diocesi di Reggio Emilia-Guastalla – Ruini intraprese la strada per il sacerdozio appena terminato il liceo. Il padre, un medico affermato, prese molto male la sua decisione. La accettò a patto che il figlio potesse avere una preparazione di prim’ordine. Fu quello il motivo per cui Ruini compì gli studi da seminarista non a Reggio Emilia ma a Roma, alla Pontificia Università Gregoriana, risiedendo nell’Almo Collegio Capranica. Nella capitale respirò un clima internazionale – strinse amicizia tra gli altri con Ivan Illich, l’eclettico pensatore austriaco suo compagno di collegio – apprese alcune delle novità teologiche che di lì a poco sarebbero confluite nel Concilio Vaticano II – in particolare l’opera del gesuita canadese Bernard Lonergan, che lo segnò – e fu ordinato sacerdote l’8 dicembre 1954. Tornato nella sua diocesi di appartenenza si dedicò quindi all’insegnamento in Seminario.
La Chiesa reggiana visse il post-Concilio sotto la guida del vescovo Gilberto Baroni, un pastore dal tratto paterno e austero insieme, già vescovo ausiliare a Bologna del cardinale Lercaro, che individuò in quello smilzo sacerdote che leggeva Ratzinger in tedesco, ma era anche molto pratico, un aiutante prezioso e a cui affidò presto varie incombenze. Come assistente dell’Azione Cattolica e poi vicario episcopale per l’apostolato dei laici, Ruini fu animatore di iniziative formative e sollecitò i giovani di Ac a un impegno pubblico, soprattutto nelle scuole. Si fece largo in una realtà, quella reggiana, che negli anni ’60 e ’70 per quanto relativamente piccola e priva di un ateneo era però culturalmente e politicamente caldissima. Questo sia sul versante laico, dominato dal Pci ma con robusti elementi extraparlamentari – fondamentale nella nascita delle Brigate Rosse fu il gruppo proveniente da Reggio Emilia – sia su quello cattolico: era la diocesi da cui proveniva don Giuseppe Dossetti, dove don Dino Torreggiani, oggi servo di Dio, si era fatto pioniere dell’opzione preferenziale per diseredati e marginali, dove Comunione e Liberazione si radicava sotto l’influenza di figure come Giovanni Riva e Enzo Piccinini, anche lui oggi servo di Dio, e molto altro. Per capire quel contesto basti un’immagine, anche se di diversi anni dopo: tra il maggio 2006 e il marzo 2007 l’Italia si ritrovò come presidente del Consiglio dei ministri Romano Prodi, come presidente della Cei Ruini (che aveva celebrato il matrimonio dello stesso Prodi) e come segretario generale della Fiom, la federazione più pugnace del principale sindacato nazionale, Gianni Rinaldini: tre figure provenienti da quella singolare palestra cultural-politica che fu appunto Reggio Emilia.
In diocesi il Sinodo sull’evangelizzazione indetto nel 1979 vide scontrarsi nella lunga fase preparatoria le diverse anime ecclesiali, in una clima di crescente tensione soprattutto per le spinte dell’ala progressista radicale. Baroni, che sentiva la fatica accumularsi sulle spalle, pensò che per affrontare quella situazione servisse il suo Mr. Wolf, il suo risolvi-problemi di fiducia, ma con maggiore autorità. Da lì nacque la nomina di Ruini a vescovo ausiliare di Reggio Emilia, con la consacrazione avvenuta il 29 giugno 1983. Poco dopo Ruini, in ascesa grazie anche all’appoggio della corrente “wojtyliana” dell’Azione Cattolica, entrò nella segreteria del comitato preparatorio del secondo Convegno ecclesiale nazionale, che si svolse a Loreto nell’aprile del 1985: lui uno dei tre vice-presidenti del comitato e l’arcivescovo di Milano, il cardinale Carlo Maria Martini, il presidente. Loreto fu un trampolino di lancio. Giovanni Paolo II vide in Ruini una figura in grado di guidare la Chiesa italiana secondo le direttive del suo pontificato. Così Il 28 giugno 1986 lo nominò segretario generale della Conferenza episcopale italiana e il 7 marzo 1991 presidente. La particolare stima di Wojtyla nei suoi confronti si manifestò, oltre che con la creazione a cardinale nel concistoro del 28 giugno 1991, anche con la nomina a vicario generale per la diocesi di Roma il 1º luglio 1991.

La Cei e il progetto culturale

Ruini rimase presidente della Cei per 16 anni, fino al 7 marzo 2007, quando terminò il suo mandato per raggiunti limiti di età e il Papa nominò al suo posto Angelo Bagnasco, allora arcivescovo di Genova. Il 27 giugno 2008 Benedetto XVI accettò poi le sua rinuncia a vicario generale della diocesi di Roma e a succedergli fu l’allora prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, l’arcivescovo Agostino Vallini. Il suo ultimo incarico istituzionale fu la presidenza della Commissione internazionale di inchiesta su Medjugorje, istituita nel 2010 e che terminò i lavori nel 2014, fornendo il materiale che portò al pronunciamento del Dicastero della Dottrina della fede nel 2024, con il nulla osta al culto. Ruini fu uomo di pensiero e di governo. Considerava l’insegnamento la sua prima vocazione, interrotta a malincuore per le responsabilità che via via gli furono assegnate. Lasciò un segno nella diocesi di Roma e soprattutto nella Conferenza episcopale italiana, che sotto la sua presidenza vide crescere le proprie strutture, insieme a una certa compattezza nel modo di operare.
La sua visione pastorale si espresse soprattutto in quel “Progetto culturale cristianamente orientato” che la Cei promosse a partire dal 1997 e il cui senso era semplice, anche se il linguaggio della burocrazia ecclesiale non lo rendeva immediato. «Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» aveva detto Giovanni Paolo II in un celebre discorso del 1982. Ruini condivideva quell’istanza, che in lui si associava a una constatazione amara: vedeva la Chiesa italiana ancora come un’enorme riserva di fede, una fede di popolo, e da questo punto di vista un’eccezione in Europa; e tuttavia troppo poco presente nel mondo accademico, della grande editoria, dei media, della scienza, cioè degli ambienti che facevano e fanno cultura e opinione. Il riduzionismo scientifico nel mondo della ricerca e della divulgazione lo provocava particolarmente, per le sue ricadute sulla concezione dell’uomo – la “questione antropologica” – e sulla credibilità dell’esistenza di Dio. Da lì l’invito alle diocesi e alle realtà strutturate del cattolicesimo italiano a mobilitare le proprie risorse culturali per provare a recuperare un po’ del terreno perduto, per cercare di incidere di più ai fini dell’evangelizzazione. «Meglio contestati che irrilevanti» fu uno dei suoi commenti che divennero famosi.
Teologicamente Ruini fu sempre un apologeta del Concilio Vaticano II, delle sue deliberazioni, dei suoi documenti letti con l’ermeneutica della riforma nella continuità per usare la formula ratzingeriana. Negli ultimi anni tuttavia era cresciuta in lui la consapevolezza che certi risultati dati per acquisiti con il Concilio e il magistero dei Papi successivi, acquisiti in realtà non lo erano affatto. «Non abbiamo risolto il problema del modernismo» diceva in privato. Ruini, che veniva da una famiglia borghese, con medici e docenti di rango nel parentado – era suo cugino Carlo Rizzoli, professore di istologia ed embriologia all’Università di Bologna, ateneo di cui fu rettore per tre mandati, dal 1975 al 1986 – conservava però un’indole quasi paesana, racchiusa in quel nome, Camillo, che gli era stato assegnato alla nascita come un presagio guareschiano (e da leader della Cei Ruini trovò nei vari leader della sinistra i suoi Giuseppe Bottazzi). Chi lo conosceva solo per la sua immagine mediatica rimaneva sorpreso, trovandosi a tu per tu, per il suo fare da parroco emiliano d’antan più che da senatore della Chiesa.

La fede dei semplici, metro di misura costante della sua vita

L’impatto della fede nella sua semplicità sull’intenzionalità dell’uomo era uno dei temi cari al cardinale emiliano, mutuato dalla riflessione del gesuita spagnolo Juan Alfaro, relatore della sua tesi di dottorato in teologia alla Gregoriana (tema all’origine del titolo del convegno internazionale promosso dalla Cei nel 2009 sotto la regia di Ruini, “Con Dio o senza di lui tutto cambia”). E la fede dei semplici fu per lui un metro di misura costante. Dei tanti aneddoti che poteva raccontare, avendo avuto una vita così lunga e ricca di incontri, anche con una moltitudine di famosi e potenti, ce n’era uno che gli stava particolarmente a cuore e che riportò anche in un intervento pubblicato alcuni anni fa su questo giornale. Risaliva ai primi anni ’70.
«Nel pomeriggio di una domenica», scrisse Ruini, «stavo percorrendo con la mia auto una strada collinare a sud di Reggio Emilia e davanti a me procedeva una moto di grossa cilindrata. Improvvisamente e in maniera che non so spiegarmi – la velocità non era certo elevata – il pilota ha perduto il controllo, è caduto e la moto gli è finita addosso. L’ho raggiunto subito e con me varie altre persone che si trovavano a passare di lì. Purtroppo era già morto, avrà avuto una trentina d’anni. Gli ho dato comunque l’assoluzione e anche l’unzione degli infermi, poi i presenti, alcuni dei quali, a differenza di me, lo conoscevano personalmente, hanno posto il problema di avvertire i parenti, cioè la madre, vedova, e il fratello. Come sacerdote, è toccato a me. Mi hanno accompagnato a una piccola casa di campagna ed è venuta ad aprirmi la madre di quel giovane. Ho preso il discorso un po’ alla larga ma la donna ha capito subito e mi ha posto una domanda diretta, alla quale ho dovuto rispondere affermativamente. La donna ha taciuto per qualche istante, mentre il suo viso era stravolto dalla sofferenza. Poi ha detto semplicemente: “La Madonna ha sofferto di più”. Le parole sono state esattamente queste, le sento ancora dentro di me». Alla Madonna il porporato si è affidato con sempre maggior intensità negli ultimi mesi, confidando nella sua intercessione.

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