Riccardi: laico
e concreto, a Roma
ha lasciato il segno

«Intransigente nella dottrina,
ha aperto spazi
al dialogo
con il mondo laico. Ha anche cercato
di incidere
nella politica,
ma non solo questo. Ha vissuto una carità nascosta» Lo storico e fondatore della comunità
di Sant’Egidio ricorda soprattutto
la frequentazione con il porporato in un ruolo che è meno conosciuto, ma «è una della pagine più belle della sua esistenza e per la città»
Sempre in dialogo con la gente e gli intellettuali
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June 18, 2026
Riccardi: laico
e concreto, a Roma
ha lasciato il segno
ROMA 28-3-2009 CEI - IX FORUM DEL PROGETTO CULTURALE L' EMERGENZA EDUCATIVA DA SX: BONINI - RUINI - RICCARDI - SOZZI PH: CRISTIAN GENNARI
Il cardinale Camillo Ruini è stato una «personalità originale nella Chiesa del XX e del XXI secolo, un periodo in cui brillavano figure di grandi vescovi in Italia, come il cardinal Martini, molto differente da lui. Ruini è stato un discepolo e un grande ammiratore di Wojtyla, non solo per l’azione, ma anche per la sua fede e preghiera. Quando parlava di lui gli si illuminavano gli occhi. È stato un “wojtyliano italiano” anche se la sua personalità era razionale rispetto alla figura messianica di Papa Wojtyla». Ruini «è stato un «grande italiano che ha inciso nella storia del Novecento». Così il porporato scomparso viene ricordato da Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio.
Ruini emerge a Loreto nel 1985 in piena era Wojtyla. Quale l’importanza di quel convegno?
«Va premesso che Ruini veniva dall’Emilia, terra di forte presenza del Pci. La sua era una visione occidentale. Ha considerato la sinistra una realtà non positiva per la Chiesa e il Paese. Anche quando la sinistra comunista non c’era più ed esisteva quella dei diritti. A Loreto emerge come vescovo marcato da un’esperienza di studio molto personale, dall’animazione dei giovani. Lo storico Pietro Scoppola, che lo conobbe a Reggio, tutt’altro che consentaneo con le sue visioni, ne parlava come si un uomo di grande intelligenza. Wojtyla credeva in una Chiesa di popolo e forza sociale e Ruini si qualificò come suo interlocutore. Questa è rimasta la sua visione della Chiesa, magari criticata, ma non irrilevante. Giovanni Paolo II aveva la sensazione che Ruini avesse fatto l’unità dell’episcopato italiano con il Papa e lo diceva. Interpretò la guida delle Cei con una presidenza forte».
Disgregatosi il partito dei cattolici, lanciò il Progetto culturale. Quale visione lo sosteneva?
«Ricordo l’intervento del giovane don Camillo - meno giovane di quanto fossi io allora - al convegno “Evangelizzazione e promozione umana” del 1976. Era nel gruppo su “Chiesa e politica” guidato da Scoppola. Parlò del recupero della Dc degasperiana. Ruini ha creduto nella Dc, ma poi quando è crollata non ha condiviso l’itinerario dei cattolici democratici verso sinistra, mentre pensava che si potesse dare anima al blocco di Berlusconi. Ruini è stato anche un politico, ha cercato d’incidere nella politica, ma non è stato solo questo. C’è una storia segreta della carità di Ruini per la povera gente e i cristiani del mondo in difficoltà che non si conosce. Aveva un’umanità profonda, anche se riservata».
Torniamo al progetto culturale.
«Era un discorso di grande interesse. Alla fine era riuscito a radunare molti intellettuali di diverse estrazioni. L’idea partiva dal discorso wojtyliano che se la fede non diventa cultura è vissuta a metà. Il Progetto culturale è entrato nel mondo laico, ha pubblicato un volume sulla crisi demografica con Laterza . Però non è andato oltre Ruini, che ne era l’anima intellettuale. Più in generale era in primo piano come interlocutore in un momento in cui la geografia del cattolicesimo cambiava: i vescovi erano rimasti l’unica classe dirigente, c’era la crisi dell’AC e c’erano i movimenti con cui Ruini aveva un rapporto intenso. Fu in un certo senso “primate” della Chiesa italiana, come non lo sono stati i suoi predecessori e successori, anche se la presenza di Wojtyla si sentiva assai».
Dopo Roma 1976, quando lo ha conosciuto?
«Come segretario e poi presidente della Cei, ma bene soprattutto come vicario di Roma, parlando regolarmente con lui per anni: è una parte poco conosciuta della sua figura. E una delle pagine più belle della sua esistenza e per la città. Dopo il cardinale Poletti, che ha gettato le fondamenta per il profilo della diocesi, Ruini è stato un grande vicario di Roma, di cui i preti e i parroci romani, anche se non la pensavano come lui, erano orgogliosi. Per i romani era diventato una presenza. Il suo governo è stato attento e sistematico. L’azione pastorale di spessore: la conclusione del Sinodo romano, il dialogo nell’ascolto della città, i colloqui con gli intellettuali in cattedrale, la missione che ha portato la Chiesa romana fuori dai suoi circuiti. Poi, aveva la capacità di scegliere bene i collaboratori, come Nosiglia. Ha costruito circa sessanta chiese in periferia, tramite concorsi per architetti in modo da realizzarne di belle. È stata una figura di grande livello nell’episcopato italiano della seconda metà del Novecento. Non un sentimentale o un barocco nel parlare, ma concreto, laico, schivo, abile, acuto, senza pompa ecclesiastica. Molti volevano parlare con lui».
La sinistra dei diritti non lo ha amato e il momento più emblematico sono stati il referendum sulla legge 40 e il caso Welby.
«Ruini non aveva paura delle battaglie: era pugnace. Io non sempre ho pensato fosse giusto, ma ho sempre stimato il suo carattere e il suo franco parlare e il discutere con l’altro. La sua era una Chiesa dei valori non negoziabili, centrata sui valori antropologici e sulla comunicazione della fede e la purezza della dottrina, su cui non transigeva. Ma ho notato una differenza tra l’impostazione di Ruini e il grande teologo Ratzinger, che conosceva da anni. Mi pare Ruini sentisse in lui come un pessimismo: che la Chiesa si dovesse ridurre, avere la dimensione di minoranza creativa. Ebbi la percezione che Ruini non fosse coinvolto nella preparazione della candidatura di Ratzinger, ma lui non fu candidato alla successione di Wojtyla, com’è stato detto. Mi colpì però come, eletto il nuovo Papa, iniziò a fare un serie di incontri sul pensiero di Benedetto, per sintonizzarsi con lui. Il Papa era il riferimento assoluto per Ruini. Poi negli ultimi anni il ribaltamento dei valori non negoziabili attuato da Francesco ha generato in lui preoccupazione. Emergeva garbatamente, insieme però alla fedeltà al Papa vivente, che era centrale nella sua spiritualità».

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