La malattia, la disperazione, la rinascita:
Giacomo Gaglione, «crocifisso sorridente»

Giovane di belle speranze e di famiglia agiata, venne
colpito da un male invalidante che
lo portò alla paralisi, a eccezione delle mani e degli occhi. Cercò
il suicidio. Fino all’incontro con figure come padre Pio e Giuseppe Moscati
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August 5, 2026
www.giacomogaglione.it
Giacomo Gaglione (1896-1962) riceve la comunione da Padre Pio
«Gesù per salvarmi volle essere crocifisso e, per farmi partecipe del prezzo della salvezza, mi ha reso infermo, sì che alla mia felicità non manchi la consolazione di potergli offrire la mia oblazione che è suo dono. Naturalmente questo è impossibile, ma per la grazia, anche nella più misera vita umana, è possibile amare oltre se stessi». Scriveva così, in un piccolo libro intitolato “50 anni per saper sorridere”, Giacomo Gaglione, arrivato quasi al termine della sua vita, trascorsa appunto per cinquant’anni con una malattia invalidante. Solo col passare del tempo, e con tanti aiuti spirituali, Giacomo si trasforma in un testimone della sofferenza santificata, tanto che è stata aperta la sua causa di beatificazione e canonizzazione; dal 3 aprile 2009 è venerabile.
Nato a Marcianise, in provincia e diocesi di Caserta, il 20 luglio 1896, cresce in un contesto agiato. È un giovane energico, sportivo e intelligente, ma mentre sta per andare a sostenere l’esame di licenza ginnasiale, quindi nel pieno delle sue forze e delle sue aspirazioni giovanili, accusa i primi sintomi di una poliartrite acuta reumatica deformante, ossia il morbo di Bechterew-Pierre Marie-Strumpell. Dal 20 ottobre 1912, sei giorni dopo aver ricevuto la Cresima, si mette a letto e, da allora, non cammina più; gli rimangono non paralizzati solo le mani e gli occhi. «Non accetta quella condizione per quasi otto anni, nei quali cerca di porre fine alla sua vita», racconta don Antonio Di Nardo, il suo postulatore, «però incontra una luce che lo porta a dialogare con la malattia». Si tratta dell’incontro con padre Pio da Pietrelcina, avvenuto nel 1919, un anno dopo che sul futuro santo cappuccino si erano manifestate le stimmate: Giacomo legge un articolo su di lui sul quotidiano “Il Mattino” e viene portato a visitarlo da una piccola delegazione di parenti e amici. Torna a casa non guarito, ma cambiato, tanto da definire San Giovanni Rotondo «la mia Damasco».
Come prima conseguenza, Giacomo inizia ad andare oltre le basilari nozioni di catechismo che aveva appreso e, a suo dire, trascurato: studia i Vangeli e le lettere di san Paolo, si affida alla direzione spirituale del suo parroco e, il 15 agosto 1919, aderisce al Terz’ordine francescano, col nome di frate Francesco. Seguendo poi il suggerimento del parroco di Santa Maria Assunta a Marcianise, inizia a dipingere, per la maggior parte soggetti sacri, e diventa noto nei circoli artistici casertani. Resta in contatto con padre Pio, che lo incoraggia: «Tu sei un crocifisso vivente, ma sorridente».
Nel frattempo, i familiari ricorrono a un consulto da parte di un altro futuro santo, il medico Giuseppe Moscati. Quest’ultimo visita sia lui sia il padre e dichiara che, se il secondo è prossimo a morire, il primo vivrà, seppur non guarito, ma morirà in concetto di santità. Di fatto, alla morte del capofamiglia, Giacomo ne prende il posto, anche se è bisognoso di assistenza.
Nell’agosto 1929, compie il suo primo pellegrinaggio a Lourdes, che segna una nuova svolta: si rende conto che tanti ammalati desiderano riacquistare la salute, ma solo per tornare a una vita dissoluta. Decide quindi di aiutarli a capire che la loro sofferenza ha un senso: scrive allora il primo di numerosi piccoli libri, come “Pellegrinaggio di un’anima”, che ha un buon successo e, soprattutto, lo conduce a istituire un’associazione inizialmente agganciata all’Unitalsi, che si trasforma nell’Apostolato della Sofferenza, approvato ufficialmente dal vescovo di Caserta Bartolomeo Mangino il 21 marzo 1948. «Oggi questo movimento spirituale, dopo qualche anno di stallo, è in ripresa, soprattutto in Sicilia», riferisce il postulatore. «Inoltre, a breve ricominceranno, solo online, le pubblicazioni di “Ostie sul mondo”, il periodico voluto da Giacomo stesso, il quale, per statuto, non è mai stato il presidente, ma solo il segretario dell’associazione».
Col passare del tempo, Giacomo arriva non solo a non chiedere più la guarigione, ma, paradossalmente, ad avere paura di guarire: in tal modo, confida, sentirebbe di perdere un’occasione per obbedire alla volontà di Dio e per parlare ad altri fratelli infermi con una consapevolezza maggiore rispetto a quella di tanti che discutono della sofferenza fisica, ma solo in teoria. Muore il 28 maggio 1962 a Capodrise, dove si è trasferito con la madre e le sorelle. La società d’oggi tende a rimuovere la sofferenza, fino al punto di legittimare la “soppressione” del sofferente. Dichiarando venerabile Giacomo, sottolinea infine il postulatore, don Di Nardo, la Chiesa lancia un messaggio: «Esiste un modo diverso di rispondere alla malattia».

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