Vita da giocattolo

di Redazione Agorà
C’è un’espressione che accompagna l’infanzia e spesso continua ad accompagnarci in età adulta: «È solo un gioco».
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June 18, 2026
Vita da giocattolo
Woody e Buzz in Toy Story 5 / cortesia Pixar © 2026 Disney/Pixar

Vita da giocattolo

C’è un’espressione che accompagna l’infanzia e spesso continua ad accompagnarci in età adulta: «È solo un gioco». La pronunciamo per ridimensionare un conflitto, per rassicurare chi ha perso, per ricordare che esistono cose più importanti. Eppure, proprio in quella parola apparentemente innocua – “solo” – si nasconde un equivoco, perché il gioco non è mai stato soltanto un gioco. L’uscita di un nuovo Toy Story allora ci ha riportato al centro di una domanda oseremmo dire esistenziale: cosa raccontano di noi i giocattoli? E cosa rappresentano simbolicamente quando smettiamo di usarli, dimenticati in soffitta ma mai davvero perduti? Lo storico e linguista olandese Johan Huizinga, in Homo ludens ricordava che il gioco accompagna lo sviluppo delle facoltà fisiche e selettive dell’essere umano. Ma forse accompagna anche qualcosa di più profondo: la scoperta del mondo come possibilità, per esempio, o il potere dell’immaginazione sulla realtà, così come quello della fantasia sulla realtà. Prima di essere stati quello che siamo, tutti noi siamo stati giocatori. E non solo noi, perché anche gli animali giocano e ne spiega benissimo il perché David Toomey ne Il regno del gioco, recentemente uscito per Adelphi. A cosa risponde, allora, questa attività così naturale e universale? I giocattoli, in fondo, attraversano l’intera storia umana. Li ritroviamo tra reperti di civiltà scomparse, ad ogni latitudine, persino in storie in cui prendono vita e restituiscono una semplice verità: non sono mai soltanto cose. Sono compagni di immaginazione, custodi di desideri, parti della nostra identità. Ciascuno di noi ha avuto un gioco preferito. Ciascuno di noi, da adulto, ha una storia su un gioco preferito. In questo numero di "Gutenberg", in edicola domani con Avvenire, proviamo perciò ad andare all’origine di quella storia dove reale e fantastico si incontrano, dove le cose parlano e il gioco diventa una faccenda serissima. Perché il modo in cui giochiamo continua a dire chi siamo. E perché, mentre cresciamo, quella domanda resta: che cosa perdiamo quando smettiamo di credere che i giocattoli hanno vita propria?
Woody e Buzz in Toy Story 5 / cortesia Pixar © 2026 Disney/Pixar
Woody e Buzz in Toy Story 5 / cortesia Pixar © 2026 Disney/Pixar

Quelle cose tra le nostre mani che fondano la fiducia nel Creato

di Giovanni Cesare Pagazzi
Niente umani senza mani. Niente mani senza cose. Le mani prendono le cose e queste addestrano le mani, affinandone l’abilità. La maestria delle mani è proporzionata all’ascolto del magistero delle cose. Le cose insegnano l’amicizia, la familiarità, la praticabilità del mondo, a portata di mano. Le cose educano le mani alla loro resistenza. Le cose quindi accendono sia il senso di fiducia, sia quello del lutto, mostrandoli come aspetti ordinari e fisiologici di ogni incontro. La prima stipula dell’alleanza tra mani e cose è avvenuta giocando. Nessuno è più libero di chi gioca; nessuno è più legato alle regole di chi è in gioco. Ai bambini tutte le cose si presentano come giocattoli.

Giocattoli, materia viva per imparare la relazione con l’altro

di Alessandro Deho'
I giocattoli, per i ragazzini, non sono solo cose, hanno vita, ai giocattoli dai un nome, ci parli, sono compagni di avventure, generano storie, coinvolgono. Giocare è una cosa serissima. Il giocattolo non è un semplice oggetto tra gli oggetti se tenendolo tra le mani sappiamo ascoltarlo, se sappiamo metterci in relazione con lui, lasciandoci trascinare in una storia. Tornare a giocare non è quindi solo rimettersi in movimento ma cercare un giocattolo che sappia rimetterci in relazione con noi stessi, con le cose, con il mondo, perfino con Dio.

PERCORSI

Ingeborg Bachmann nel 1960 / WikiCommons
Ingeborg Bachmann nel 1960 / WikiCommons

Il secolo di Ingeborg Bachmann

Cento anni fa nasceva a Klagenfurt la poetessa e scrittrice austriaca, considerata una della maggiori voci del Novecento. Nell’occasione arrivano in libreria biografie, bilanci critici ed edizioni delle opere.

Gutenberg 76

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📰 Leggere, rileggere

Agorà

Cardini e la Terra Santa contesa: uno scavo tra gli strati del passato

 di Antonio Musarra
Tra storia e attualità, un saggio attraverso tremila anni di vicende per mostrare come identità, religioni e sovranità si siano sovrapposte fino alla crisi attuale. Leggi l'articolo
Luoghi dell'Infinito

Storia culturale della pagnotta

di Alberto Grandi
Molto più che un alimento, nel pane si sovrappongono diversi piani: da quello economico a quello religioso. La sua centralità oggi forse è cambiata, non invece la capacità di raccontare chi siamo. Leggi l'articolo

📰 In esclusiva per Gut!

Jules Rimet nel 1920 / WikiCommons
Jules Rimet nel 1920 / WikiCommons

Rimet, l'inventore dei Mondiali di calcio

di Antonio Giuliano
È l’uomo che ogni quattro anni manda il mondo nel pallone. I Mondiali di calcio portano la firma di Jules Rimet (1873-1956), dirigente francese che, pochi lo ricordano, è stato ispirato proprio dalla sua fede cattolica. Un avvocato vulcanico di origini umili, Jules nacque il 14 ottobre del 1873 nel piccolo comune di Theuley in Borgogna. Figlio di un droghiere, primo di quattro fratelli, Jules crebbe col nonno, un contadino. Studente rigoroso e diligente si laureò presto in giurisprudenza. Nel 1904 firmò l’atto costitutivo della Federazione internazionale del calcio (Fifa) di cui divenne presidente nel 1921. Dedicò tutti i suoi sforzi per risolvere l’annosa questione del superamento del dilettantismo e della professionalizzazione dei giocatori. Aveva capito che solo la retribuzione poteva consentire a tutti, non solo ai benestanti, la pratica di questo sport: le classi popolari infatti ne erano escluse. E gli operai calciatori rischiavano lo stipendio per le assenze dettate da partite e trasferte. Credeva fermamente che il calcio e lo sport in generale potessero unire le persone, al di là delle condizioni economiche, fisiche o razziali. Da qui l’idea geniale durante la sua presidenza della Fifa di una competizione mondiale calcistica che dal 1930 in poi si sarebbe tenuta ogni quattro anni. Un progetto frutto anche del suo percorso di fede. Già chierichetto della chiesa del suo villaggio, Jules a 10 anni seguì i suoi genitori in cerca di miglior fortuna a Parigi e lì nella parrocchia del quartiere Gros-Caillou scoprì il calcio. Non tanto per praticarlo quanto per il suo valore educativo e inclusivo. A 24 anni fondò la polisportiva Red Star: ciclismo, atletica e calcio per tutti i giovani, anche i più svantaggiati. Quando papa Leone XIII pubblicò la sua enciclica Rerum novarum nel 1891, il giovane Rimet e i suoi amici condivisero la preoccupazione del pontefice per la miseria delle classi lavoratrici. Ispirati dal testo, fondarono un’organizzazione per fornire assistenza sociale e medica ai poveri. Anche dopo essere diventato un avvocato di successo, Rimet continuò a dedicarsi ad attività caritatevoli. Da fervente cattolico e convinto repubblicano e socialista aveva fondato anche La Revue, un giornale cristiano. L’idea di dar vita a un torneo internazionale di calcio gli frullava in testa ben prima di diventare presidente. Ma lo scoppio della Prima guerra mondiale ritardò i suoi piani. Rimet prestò servizio anche in prima linea per quattro anni e gli fu conferita la Croix de Guerre, una decorazione militare francese conferita a coloro che si erano distinti per eroismo. Dopo il conflitto poté finalmente dedicarsi anima e corpo al pallone marchiandolo per sempre. A lungo il Mondiale prese il suo nome, come pure il pregevole trofeo alato dello scultore Lafleur che venne assegnato sin dalla prima edizione in Uruguay nel 1930. Fu Rimet in persona a portarlo con sé sulla nave che accompagnò le squadre europee in Sud America. Poi dal 1974 fu sostituito dall’attuale trofeo progettato dall’artista italiano Silvio Gazzaniga. Jules Rimet rimase in carica per 33 anni, il mandato più lungo nella storia dell’istituzione. Morì il 15 ottobre 1956 a Suresnes, poco dopo essere stato candidato al Premio Nobel per la Pace, poiché il suo lavoro contribuì ad avvicinare le nazioni in un periodo sconvolto da due guerre mondiali e dall’inizio della Guerra Fredda. A 70 anni dalla sua morte sarebbe auspicabile che la Fifa stessa non dimentichi l’uomo che ha cambiato per sempre la storia del pallone: Jules Rimet.

👋 Alla prossima settimana!

— La redazione culturale di Avvenire con Edoardo Castagna, Alessandro Beltrami, Davide Re, Massimo Iondini, Gianni Santamaria, Antonio Giuliano ed Eugenio Giannetta

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