Cardini e la Terra Santa contesa: uno scavo tra gli strati del passato
Tra storia e attualità, un saggio attraverso tremila anni di vicende per mostrare come identità, religioni e sovranità si siano sovrapposte fino alla crisi attuale

Ci sono libri che, pur nascendo dall’urgenza del presente, cercano di sottrarlo alla sua tirannia. Il nuovo lavoro di Franco Cardini appartiene decisamente a questa categoria. Fin dalle prime pagine di Terra santa e dannata (Utet, pagine 644, euro 22,80)– e già dalla poderosa introduzione, dedicata alle categorie di “Medio Oriente”, “Levante”, “Terrasanta”, “Eretz Israel” –, il lettore comprende come l’obiettivo non sia tanto quello di commentare l’attualità, bensì di smontarne le illusioni prospettiche. La Palestina non può essere capita attraverso il linguaggio corto dell’emergenza mediatica; essa coincide da millenni con uno dei grandi nodi simbolici, religiosi e geopolitici del mondo eurasiatico. Siamo di fronte a un viaggio lunghissimo attraverso la storia d’un modesto ma significativo lembo di terra che, da almeno tre millenni, continua a funzionare come lente d’ingrandimento delle passioni umane: fede e potere, memoria e conquista, diritto e violenza, identità e sterminio. Il sottotitolo – Dalla promessa di Abramo alla guerra di Gaza: storia e preistoria della Palestina – chiarisce subito le ambizioni. Cardini parte dalla tarda età del Bronzo, attraversa l’universo romano, bizantino, islamico, crociato, ottomano e coloniale, fino a giungere all’Israele contemporaneo, al 7 ottobre e al massacro di Gaza. Ne risulta un volume monumentale – quasi seicento pagine, accompagnate da cartine e apparati – che possiede una qualità rara: la capacità di restituire profondità storica a un territorio costantemente ridotto, nel dibattito pubblico, a slogan morali o geopolitici. Ed è, forse, questo il suo pregio maggiore: l’autore non tenta di “spiegare” Gaza isolandola dal passato; reinserisce il presente dentro una continuità storica lunga, vertiginosa, nella quale ogni guerra appare come sedimentazione di memorie, teologie politiche e geografie del sacro.
Naturalmente, non si tratta d’un testo neutrale. Nessun testo lo è mai. La sua forza, tuttavia, sta nel non trasformarsi in un pamphlet. Terra santa e dannata appartiene a un genere più raro e ambizioso: quello – se mi è consentito – delle “grandi sintesi civili”, che tutti dovremmo conoscere, leggere e rileggere. A colpire è la capacità, rara, di muoversi con naturalezza attraverso tempi, lingue, religioni e spazi differenti. Ma anche di non separare mai la storia delle idee, delle fedi e delle identità da quella delle rotte, dei commerci, degli imperi e delle connessioni materiali che hanno strutturato il Levante nel lungo periodo. Il vicino Oriente è narrato come spazio condiviso delle civiltà mediterranee. Non come proprietà esclusiva di qualcuno. Non come simbolo identitario assoluto. Semmai, come luogo d’intersezione storica, religiosa e culturale. In questo senso, la Palestina è quasi metafora del Mediterraneo stesso: un’area in cui la convivenza non è mai stata pacifica, ma in cui nessuna identità è mai esistita davvero in forma pura. Attraverso l’accumulazione dei contesti, la stratificazione delle temporalità, la ricostruzione delle genealogie politiche e religiose, il lettore è costretto a misurarsi con una verità, spesso, rimossa: non siamo di fronte soltanto a una “questione contemporanea”. Il territorio siro-libano-israelo-palestinese – quello, insomma, della Canaan biblica, dei Filistei, di Eretz Israel, della Terra Sancta cristiana, del Bilad al-Sham, e così via – è uno dei grandi laboratori del rapporto tra universalismo e possesso, tra sacralizzazione della terra e costruzione della sovranità.
È proprio in questa capacità di tenere insieme lunga durata e conflitto presente che il libro mostra tutta la sua forza interpretativa. Particolarmente significative risultano, al riguardo, le pagine dedicate al rapporto tra racconto biblico, archeologia e costruzione della memoria: Cardini respinge tanto il fondamentalismo letterale quanto il riduzionismo polemico, mostrando come il testo sacro agisca insieme come deposito religioso, archivio culturale e dispositivo politico capace, ancora oggi, d’orientare identità, rivendicazioni e immaginari collettivi. È su questo terreno – quello del rapporto fra memoria, identità storica e diritto alla terra – ch’egli affronta, inoltre, il sionismo, senza rimuovere la centralità della Shoah, né la questione storica dell’esistenza d’Israele. Insiste, tuttavia, sui caratteri nazionalistici e coloniali assunti nel corso del Novecento, dialogando apertamente con la storiografia critica israeliana e palestinese. Rifiuta sistematicamente la trasformazione della memoria in religione civile intoccabile. Non accetta, cioè, che il trauma storico diventi automaticamente legittimazione permanente della forza, ponendo domande scomode: può uno Stato nato anche dall’esperienza della persecuzione fondarsi stabilmente sulla negazione dell’altro? L’ascesa della destra religiosa israeliana, la progressiva radicalizzazione del conflitto, l’espansione coloniale in Cisgiordania, la logica della “separazione” – la hafrada –, la tragedia di Gaza: ciò che colpisce è la capacità di sottrarre tutto questo tanto alla retorica dell’“eterno conflitto” quanto alle semplificazioni morali del presente.
In un’epoca dominata da memorie concorrenti, appartenenze assolute e linguaggi polarizzati, Terra santa e dannata ricorda continuamente che le identità storiche sono sempre il prodotto di sovrapposizioni, contaminazioni, conquiste, traduzioni reciproche. Qui sta l’importanza del libro: nella capacità di mostrare come la Palestina non rappresenti un’eccezione della storia mondiale, bensì uno dei luoghi nei quali le grandi dinamiche della storia mondiale si manifestano nella forma più concentrata e radicale. Voltata l’ultima pagina resta la sensazione d’aver attraversato non un libro “su Gaza” o “sulla Palestina”, ma una lunga meditazione storica sulla violenza delle appartenenze assolute. Ed è, forse, qui che Cardini trova la sua dimensione più alta: non nell’offrire risposte definitive, bensì nel costringere il lettore a sostare dentro la complessità, quando tutto, attorno a noi, spinge verso la semplificazione, il tifo morale e l’immediatezza del giudizio.
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