Mine, ingorghi e ricatti: perché la navigazione a Hormuz non tornerà subito alla normalità
di Luca Miele
Nonostante i proclami, ci vorrà almeno un anno per ripristinare le rotte nello Stretto, divenuta la vera trappola per gli Usa nello scontro con l'Iran. Sono 600 le navi ancora bloccate

E ora? Cosa succederà nello Stretto di Hormuz, il “punto di strozzatura energetico” più critico al mondo che ha, di fatto, preso in ostaggio il commercio internazionale? Si tornerà alla normalità? E in quanto tempo? Il rischio è che i principi contenuti nel Memorandum d’intesa firmato da Usa e Iran rimangano lettera morta, enunciazioni di principio non realizzate. E che sui negoziati scenda ancora un nebbia impenetrabile: i colloqui previsti per oggi in Svizzera tra Iran e Stati Uniti, “volti a raggiungere un accordo per porre fine al conflitto”, sono stati rinviati a tempo indeterminato. Ad annunciarlo il governo elvetico, poche ore dopo la cancellazione del viaggio in Europa del vicepresidente statunitense JD Vance. "I colloqui previsti tra Stati Uniti, Iran, Qatar e Pakistan sono stati rinviati. La Svizzera resta pronta a facilitare tali discussioni. Il relativo lavoro preparatorio prosegue", ha annunciato il Ministero degli Esteri di Berna, senza specificare una nuova data per i colloqui.
Su Hormuz piovono i primi annunci. Dopo che il presidente Usa Donald Trump ha revocato il blocco navale dei porti iraniani imposto durante la guerra, e dopo le parole di Vance secondo il quale lo Stretto "è completamente riaperto", Teheran ha fissato i primi paletti. La Televisione di stato, citando una dichiarazione del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, ha annunciato che le navi che desiderano attraversare lo stretto devono presentare le loro richieste a un nuovo organismo governativo. In conformità con i termini del protocollo, "non saranno addebitate tariffe per un periodo di 60 giorni".
Non solo, il Consiglio di Sicurezza Nazionale iraniano ha fatto sapere che "a causa delle condizioni particolari e della presenza di rischi per la sicurezza lungo la rotta, nonché della necessità di garantire una navigazione sicura e prevenire incidenti marittimi, è necessario che le navi transitino attraverso la rotta in orari prestabiliti, in modo che la capacità di traffico possa aumentare gradualmente". Una cosa è certa. Al netto delle oscillazioni e dei possibili cambi di marcia dei due attori in campo, il ritorno alla normalità nelle tormentate acque del Golfo Persico sarà lento. E irto di difficoltà. Il colosso tedesco delle spedizioni Hapag-Lloyd ha stimato che ci vorranno almeno sei settimane per ripristinare la normalità. Come scrive il sito di analisi The Conversation, “lo Stretto di Hormuz è stato di fatto chiuso dalle compagnie assicurative prima ancora che venisse dichiarato chiuso dalla marina iraniana. I premi assicurativi contro i rischi di guerra sono aumentati dallo 0,25% del valore della nave prima del conflitto a una percentuale compresa tra il 3 e l'8%, il che potrebbe tradursi in un massimo di 8 milioni di dollari per il solo transito di una petroliera, solo in termini di costi assicurativi. Le mine non possono essere sminate dall'oggi al domani, e lo sminamento stesso è un prerequisito affinché le compagnie assicurative riducano nuovamente i premi”.
Prima della guerra, i dati di Lloyd’s List Intelligence mostravano transiti settimanali di navi mercantili nello Stretto di Hormuz pari a circa 650-770 unità, equivalenti a circa 90-110 transiti al giorno in entrambe le direzioni. Attraverso le sue acque transitava un quinto delle riserve mondiali di petrolio, il 20% del commercio globale di gas naturale liquefatto (GNL). Si stima che quasi 600 navi siano ancora nel Golfo, dove sono ancorate da febbraio, il che significa che ci vorrà del tempo per smaltire l'ingorgo.
“Non esiste un precedente per la riapertura dello Stretto di Hormuz dopo un'interruzione di questa natura. Un'ipotesi prudente sarebbe una ripresa graduale piuttosto che un ritorno immediato a oltre 100 transiti giornalieri", ha spiegato alla CNBC, Adam Sharpe, vicepresidente editoriale di Lloyd's List Intelligence. I nodi da sciogliere sono molti: “se le navi necessitino di un'autorizzazione preventiva, se l'Iran imporrà tariffe di servizio, se saranno accettate scorte navali straniere e se mine o altri rischi residui richiedano una procedura di autorizzazione."
Secondo Phil Belcher, direttore marittimo di Intertanko, l'associazione degli armatori indipendenti di petroliere, “la rotta principale attraverso il centro dello stretto di Hormuz, che è chiusa, è pericolosa. L'ultimo dato in nostro possesso parla di 80 mine nello stretto di Hormuz. È una quantità enorme e ci vorrà del tempo per bonificarla”.
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