I funerali di don Mazzi e la sua "preghiera del ciao"

Una folla commossa per l'addio nella Basilica di Sant'Ambrogio. L'arcivescovo Delpini: «Grazie alla sua fede in Dio è vissuto libero». Don Ciotti: «Abbiamo imparato che Dio non abita nei tabernacoli d'oro, dobbiamo cercarlo nelle strade dove la gente lotta per sopravvivere»
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August 3, 2026
I funerali di don Mazzi e la sua "preghiera del ciao"
I funerali di don Mazzi nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano / Fotogramma
Il respiro di Dio è l’aria che gira nella basilica milanese di Sant’Ambrogio gremita per i funerali di don Antonio Mazzi. Un prete che per tutta una vita lunga quasi un secolo il respiro di Dio lo ha portato profeticamente tra gli scarti. E quel popolo, riconoscente e incurante del termometro da bollino rosso della metropoli, ha creato una lunga fila davanti all’antichissima basilica ambrosiana per porgere l'ultimo saluto al fondatore della comunità Exodus, morto venerdì scorso a Milano nella cascina al parco Lambro a 96 anni.
Nella chiesa gremita, seduti o in giro tra le navate con i lucciconi agli occhi scambiandosi abbracci ci sono almeno tre generazioni, di volontari, operatori, assistiti e persone che grazie a lui sono ripartite dopo il carcere. Molti indossano le magliette scure di Exodus con le frasi del sacerdote degli ultimi. «C'è un tempo per nascere e un tempo per rinascere» è la più diffusa. In 40 anni di attività, Exodus secondo una stima approssimativa ha accolto almeno cinquemila persone nelle 10 comunità terapeutiche dove si è sempre curato il disagio guardando alla persona. Disagio che porta alla dipendenza da sostanze o da azzardo e alla violenza contro se stessi e gli altri.
In prima fila le autorità cittadine, dal sindaco Sala al prefetto Sgaraglia. L’arcivescovo Mario Delpini, in Brasile a visitare i missionari ambrosiani, è rappresentato dal vicario generale monsignor Franco Agnesi. In un messaggio inviato domenica Delpini ha riconosciuto che «grazie alla sua fede in Dio don Mazzi è vissuto libero», animato da una «inestirpabile fiducia nelle persone». L’arcivescovo ha invitato la città e le istituzioni, a «custodire come un patrimonio la testimonianza che ci lascia».
E nella toccante omelia il celebrante, padre Massimiliano Parrella, superiore generale della Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza, l’Opera Don Calabria cui apparteneva don Antonio, ricorda non tanto l’uomo pubblico, ma il padre che «portava il respiro di Dio», il sacerdote i che non amava le sacrestie, ma aveva una fede limpida e apriva strade.
«Don Mazzi – ha detto don Parrella – ha attraversato periferie che tanti attraversavano con il finestrino chiuso. Ha dato vita a Exodus quando sembrava una follia credere ancora in certi ragazzi. Ha raccolto giovani che tutti definivano casi disperati e li ha restituiti alle famiglie. Ma il suo miracolo più grande non è stato questo. Il suo miracolo è stato un altro. Ha guardato persone che non si volevano più bene e ha detto loro, con la vita prima ancora che con le parole: “Tu vali ancora”». Al termine della celebrazione, le ragazze e i ragazzi di Exodus gli promettono che continueranno su frontiere impossibili.
L’inno della comunità “Aquila reale” composto dall’ex chitarrista della Pfm Franco Mussida, accompagna fuori il feretro con un girasole appoggiato sul coperchio. Quasi contemporaneamente al Senato lo ricorda il presidente Ignazio La Russa definendolo «prete coraggioso, capace di comunicare e di fare per i più deboli. Diceva che le case non si costruiscono con i mattoni ma con gli amici, era il suo modo di interpretare la sua missione».
Franco Taverna, vicepresidente di Exodus, sul sagrato ammette di essere rimasto colpito dall’ondata di solidarietà e amicizia sollevata in tutta Italia dalla morte di don Antonio. «A settembre – confida – vorremmo dare vita a una rete di amici e sostenitori della fondazione Exodus». Il fondatore di Libera, don Lugi Ciotti, ricorda la «testimonianza cristiana di don Mazzi, evangelica, ma anche civile. Tre parole sono fondamentali nel Vangelo: speranza, giustizia, accoglienza. Lui ha testimoniato questo con Exodus». E pensando al loro rapporto di amicizia aggiunge: «Abbiamo imparato che Dio non abita nei tabernacoli d'oro, dobbiamo cercarlo nelle strade dove la gente lotta per sopravvivere». Gente che nel pomeriggio torrido davanti all’austera basilica gli porge l’ultimo saluto intonando la sua canzone preferita, “Io vagabondo” dei Nomadi. Poi via verso Maguzzano, sulla sponda bresciana del Garda, dove è stato tumulato nel cimitero dell'Opera Don Calabria, all'interno dell'abbazia in cui aveva studiato da giovane.
Fuori da Sant’Ambrogio viene distribuito il suo testamento spirituale, la “preghiera del ciao”. Parole semplici e dirette: «Il ciao è leggero come un bacio. Il ciao è dolce come un cioccolatino. Il ciao è fraterno come un abbraccio. Il ciao è travolgente come un sorriso», recita il testo, che si conclude così: «Il ciao lo voglio scritto sulla mia tomba perché dice, con quattro lettere, chi sono, cosa ho fatto e cosa farò. Signore, ciao!».

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