All'Iran andranno 300 miliardi di dollari: ecco il prezzo dell'accordo per Trump
di Elena Molinari, New York
Washington ha accettato di lavorare con i partner regionali a un piano di ricostruzione costoso, ottenendo la riapertura dello Stretto di Hormuz. Serviranno ancora sessanta giorni per un'intesa definitiva. Dubbi anche sul nodo nucleare

Quindici settimane fa Donald Trump parlava di neutralizzare le ambizioni nucleari e la capacità missilistica dell’Iran e di rendere il regime di Teheran inoffensivo in Medio Oriente. Ora gli Usa hanno accettato un accordo che mette fine alla guerra, riapre lo Stretto di Hormuz e prevede nuovi negoziati sul nucleare. Ma il prezzo della pace è alto per Washington.
Il Memorandum d’intesa diffuso ieri dalla Casa Bianca sancisce infatti la cessazione delle ostilità tra i due Paesi – e anche in Libano, come chiesto da Teheran – e impegna le parti a negoziare entro sessanta giorni un accordo definitivo. Dopo bombardamenti, morti e il blocco del traffico delle petroliere dalla regione, Stati Uniti e Iran tornano dunque al tavolo delle trattative. Ma le richieste americane che avevano motivato l'inizio della guerra sono rimaste fuori dall’accordo.
Non c'è alcun riferimento ad esempio allo smantellamento del programma missilistico iraniano. Non ci sono limitazioni alle attività regionali di Teheran. E a firmare l’intesa domani a Lucerna, in Svizzera, sarà lo stesso regime il cui crollo il presidente Usa aveva evocato all’inizio del conflitto. Sul nucleare, l’Iran «ribadisce che non si procurerà né svilupperà armi» atomiche e s’impegna a diluire «in loco» l’uranio arricchito «sotto la supervisione dell’Aiea». Ma non gli viene imposto lo smantellamento delle infrastrutture esistenti.
Sul piano economico, Teheran porta a casa concessioni significative, soprattutto riguardo al petrolio. Gli Stati Uniti si impegnano a consentire immediatamente l’esportazione di greggio iraniano, autorizzando anche le transazioni bancarie e la logistica connesse. Di fatto l’Iran torna sul mercato energetico internazionale in condizioni molto più favorevoli rispetto a prima della guerra, quando le sanzioni americane limitavano pesantemente la capacità della Repubblica islamica di esportare petrolio e di utilizzare i ricavi che riceveva da vendite illecite alla Cina attraverso circuiti opachi.
Non solo. Washington accetta anche di lavorare con i partner regionali a un piano di ricostruzione e sviluppo economico per l’Iran del valore di almeno 300 miliardi di dollari e si impegna a negoziare la graduale eliminazione di tutte le sanzioni americane e internazionali, oltre allo sblocco dei fondi iraniani congelati all’estero.
Militarmente, gli Stati Uniti revocano il blocco navale e accettano di ritirare le proprie forze dalle vicinanze dell’Iran una volta raggiunto l’accordo definitivo. In cambio Teheran garantirà la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, una delle rotte energetiche più importanti del mondo, il cui blocco ha fatto impennare il prezzo del greggio. Ma concorderà con l’Oman «la futura amministrazione e i servizi marittimi». Se Trump dunque sostiene di aver evitato una guerra lunga e costosa e di aver ottenuto la riapertura di Hormuz, il testo non descrive certo una vittoria, soprattutto se paragonato all’accordo nucleare negoziato dall’Amministrazione Obama nel 2015. Quell’intesa imponeva infatti limiti precisi alle attività nucleari iraniane in cambio della graduale rimozione delle sanzioni e aveva portato l’Iran a ridurre del 98% le sue scorte di uranio arricchito. Trump l’ha annullata nel 2018, definendola «incapace di fermare le ambizioni iraniane».
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