In Mozambico, tra gli scampati all'inferno degli Shabaab che vivono senz'acqua nella savana
di Luca Foschi, Nannona (Cabo Delgado)
A Cabo Delgado, centinaia di profughi nel nulla dopo che i miliziani islamisti hanno bruciato il loro villaggio e la chiesa. «Mendichiamo un po' di farina». Il colera incombe

«La notte dell’8 maggio hanno fatto irruzione. I primi erano disarmati, si fingevano smarriti. Poi sono arrivati gli altri. Hanno ucciso cinque uomini, decapitandoli. Hanno bruciato le case e la chiesa. Non rimane più nulla». Zacaria Alfredi Bilali è il capovillaggio di Namaguil, una manciata di case di fango a venti chilometri da Nannona, nella provincia mozambicana settentrionale di Cabo Delgado, la più arretrata del secondo Paese più povero al mondo. Nel distretto di Ancuabe, come in tutto il Cabo, dal 2017 imperversa Ansar al-Sunna, lo Stato islamico del Mozambico. I feroci attacchi degli Shabaab (i “ragazzi”) hanno causato nel solo mese di maggio lo sfollamento di almeno 12.000 persone. Alcune fra queste sono ospitate a Nannona, in un’area concessa dal capovillaggio Mussa e strappata alle sterpaglie con il fuoco, dove gli uomini riproducono le abitazioni tradizionali per dar riparo alle donne e i bambini. Un perimetro di pali di legno innestati nella terra e accompagnati orizzontalmente da più file di canne, griglia riempita di pasta di fango e sormontata dal “makuti”, le foglie di palma di cocco essiccate e cucite in pannelli. «Non torneremo mai al villaggio», è l’opinione unanime.
«Prendono tutto ciò che ha valore, il cibo, soprattutto le bestie – racconta Pedro –. Per fortuna siamo riusciti tutti a fuggire, attraversando la foresta. Solo quattro donne anziane sono rimaste. Quando siamo tornati, pochi giorni dopo, le abbiamo trovate affamate, terrorizzate, ma vive». «Come sopravviviamo? Chiediamo un po’ di farina e di manioca agli abitanti di Nannona – aggiunge Arturo –. Fino a oggi nessuno del governo si è presentato per aiutarci. Abbiamo perso i documenti, non abbiamo cibo, né acqua, né energia per lavorare. Arriverà il momento in cui saremo costretti a rubare?», si chiede. Quasi cento anime si raccolgono intorno al registratore. Riascoltano la loro tragedia, ringraziano chi li ha accolti, invocano disperatamente aiuto. È tutto Cabo Delgado ad averne bisogno.
Schiacciati fra la terra rossa d’argilla e un soffocante cielo d’autunno australe, ai bordi della strada uomini e donne incedono lenti nella solitudine allucinata del mattino, per distanze interminabili, da un villaggio a un altro, da una casa a un pozzo, dai campi coltivati ai crocevia dove si assiepano le bancarelle del povero commercio.
Portano sul capo taniche d’acqua o sacchi di riso, infanti fasciati sui petti e le schiene, trascinano nella polvere biciclette su cui oscillano fastelli di legna. Sobbalzano fra le buche rare automobili, i pulmini popolari stracarichi, le esili motociclette cinesi cancellate dai grappoli delle sporte. Tutti si scansano quando sopraggiunge il convoglio dell’esercito, l’autorità dei volti severi e dei fucili diminuita dalla comune catastrofe della strada, ostile a qualsiasi intervento d’emergenza. Basta allontanarsi pochi metri dall’asfalto perché il presente si diradi.
Oltre il ciglio della carreggiata dove posano in vendita i cumuli di pietre sminuzzate e fumano i forni di terra nei cui grembi si prepara il carbone vegetale, alla larga ombra di un baobab il ragazzino attende da giorni che qualcuno acquisti i suoi due sacchi di legna annerita. La vendita lo proietta con un balzo dalla sonnolenza della canicola alla sella della bicicletta. Nel suo villaggio, come in tutti gli altri nel distretto di Ancuabe, troverà padri e fratelli che costruiscono letti tendendo la trama e l’ordito di corda intorno allo scheletro dei tronchi, o intenti a rimestare le marmitte sospese su una piccola brace. Tornerà da una madre che solleva in volo la farina nei setacci, impasta tocchi di pane, da una sorella che spigola dai rami le piccole foglie di muringa necessarie per la matapa, il piatto tradizionale, e spella tuberi di manioca appena recisi. Fra le mani di molti il machete, atavico strumento nella relazione organica con la natura. La presenza effimera dello Stato si declina nei corpi logori, usi alla malaria, nel ventre rigonfio dei bambini denutriti che hanno per giocattolo un flacone vuoto di detersivo legato a un filo. A Nannona le sei classi elementari devono spartirsi due aule nella vecchia scuola, costruita dai padroni portoghesi nel 1964.
Non esiste corrente elettrica, né sistema idrico. È una fortuna per la puerpera la visita di un parente cittadino, potrà per un giorno placare la sete senza ricorrere all’acqua del pozzo, dove si annidano le infezioni, il colera. In questo sofferente teatro d’abbandono sono nati e operano gli Shabaab. Poche centinaia, forse un migliaio di miliziani ben addestrati che dal fitto della foresta muovono verso la “machamba”, il coltivato, e raggiungono i villaggi per distruggere, uccidere, stuprare, rapire con la prospettiva del riscatto e della schiavitù, sermoneggiare il delirio fondamentalista ai contadini raccolti sotto la minaccia del kalashnikov e del machete. I cristiani, e soprattutto i musulmani. Colpiscono e si rintanano nella foresta ad Ancuabe, Macomia, Montepuez per controllare o estorcere dazi alle miniere di oro, rubini e grafite, si spingono fino alle frange settentrionali di Nampula, premono dal mare e dalla terra, grazie alle retrovie tanzaniane, su Mocimboa da Praia, dove tutto è cominciato nei primi anni duemila.
Oggetti sfuggenti anche per l’accademia, le poche pubblicazioni compongono frammenti, si appellano al convergere di più fattori: «Ansar al-Sunna nasce nelle etnie dei Makhwa e Kimwani, emarginate dai processi economici e politici sin dal 1975 da parte della minoranza Makonde, che ha espresso buona parte dei guerriglieri della lotta anti-colonialista. L’islamismo radicale è una soluzione che collide anche con l’islam tradizionale, da sempre alleata all’élite politica del partito egemonico, Frelimo», spiega Luca Bussotti, professore in Studi africani all’Università tecnica del Mozambico, nella capitale Maputo. Stati inventati dall’Europa imperiale, emarginazione, fallimento dei sogni di giustizia internazionalisti, fondamentalismo. Oggi i governi sorvolano, troppi interessi, troppe colpe per immergere con coraggio la politica nel cuore di tenebra. L’offensiva dilagante del 2021 è stata respinta dall’esercito mozambicano grazie al supporto degli eserciti della Comunità di sviluppo del Sud Africa e soprattutto del Ruanda. Lo Stato islamico è regredito nel numero dei combattimenti, tornando alla carsica e feroce guerriglia. La presenza dei 4.500 uomini di Kigali, pagati dall'Unione Europea, si concentra nell'area di Palma dove sono sorti o sorgeranno i siti di estrazione offshore di gas naturale di Eni e Total.
«Per arrivare nella penisola di Arfungi, dove opera Total, bisogna superare quattro check-point. Gli imprenditori locali e la popolazione non beneficiano in nessun modo del processo di estrazione. Tutti i tecnici e gli operai vengono da fuori. I soldi derivanti dai diritti finiscono alle oligarchie di Maputo. Ai contadini espropriati vengono concessi risarcimenti ridicoli. Il turismo è morto. Molte persone nel nord di Cabo Delgado non hanno mai visto una carta di identità, si identificano più con la Tanzania che con il Mozambico. Lo Stato islamico controlla diverse località costiere, distribuisce pesci, riso, denaro, compra la popolazione», racconta Abudo Gafuro, presidente di Kuendeleya, associazione che lavora in tutta la provincia per favorire lo sviluppo economico e sociale, e indaga sulle violazioni dei diritti umani.
Accompagnato dal silenzio dei giornali e dell’opinione pubblica, terrorizzata dalle conseguenze del giudizio, nulla può l’esercito contro i fantasmi esaltati della foresta. Le ronde delle “Forze locali” si traducono in dazi imposti ai mezzi che si avventurano lontano dalle strade principali. La paura ha rievocato dai tempi della guerra civile i “Naparama”, bande contadine armate di arco e freccia, “resi immuni” dalle pallottole grazie a rituali magici tradizionali. «Siamo passati dalla schiavitù dei portoghesi alla schiavitù del mercato libero», afferma con amarezza Andrè, la nostra guida, mentre sulla via del ritorno la palla del sole si scioglie nell’orizzonte, immensa effusione di giallo e di rosa oltre la cresta dei palmizi. È necessario spingersi fino a qui per cogliere nella poesia di Mia Couto, il più grande romanziere mozambicano, il doloroso equilibrio fra incubo e meraviglia. Esiste tuttavia una risposta all’inferno. La troviamo sulla costa, a Pemba.
Ayuba compie tre anni, in collo alla madre è vestito per il giorno di festa. La notizia di una torta si è diffusa per tutto il circondario, nell’oratorio delle suore pastorelle si sono raccolti 470 bambini. Sono cristiani e musulmani, tutti vivono fra le strade di polvere e fame del capoluogo, dove la chiusura dei pozzi comunali ha costretto la popolazione ad abbeverarsi alle sorgenti malsane. Gli ospedali, dove bisogna corrompere per ricevere le cure, sono pieni di persone malate di colera. Accorrono tutti al compleanno, i locali e gli sfollati, i profughi della guerra e chi li ha accolti dividendo la miseria. Il corposo parallelepipedo di panna giace sul tavolo, la massa di bimbi scalzi e laceri riempiono, assaltano e circondano la grande capanna comunitaria. Sarebbe il caos, la prevaricazione, ma le suore e gli educatori dividono la folla subito dopo i canti celebrativi. Prima i piccoli indifesi, poi la prima scolare, infine gli adolescenti.
Sono loro a ricevere per ultimi l’agognato boccone. Una cucchiaiata a testa. Alla rara degustazione quasi si estingue, sul loro volto, il trasognato stupore degli infanti. È fatto di secoli, quel velo di tristezza.
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