Ai Mondiali c'è un'altra classifica: 14 squadre arrivano da Paesi dove la libertà religiosa è a rischio

Un terzo degli Stati partecipanti al torneo iridato presenta restrizioni o pesanti discriminazioni per cristiani e altre minoranze religiose.
Tra i casi più gravi Iran e Arabia Saudita
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June 17, 2026
Ai Mondiali c'è un'altra classifica: 14 squadre arrivano da Paesi dove la libertà religiosa è a rischio
La cerimonia inaugurale dei Mondiali di calcio 2026 allo stadio Azteca di Città del Messico /Fotogramma Pedro Paulo Diaz/TheNEWS2 via ZUMA Press Wire
C’è un altro Mondiale in questi giorni che non si vede. Non si gioca su un campo da calcio, è lontano dai riflettori, eppure riguarda milioni di persone. Sono tutti quelli a cui è negata o limitata la possibilità di vivere liberamente la propria fede. È il Mondiale invisibile della libertà religiosa: secondo l’ultimo Rapporto della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acn), 14 Paesi partecipanti al torneo iridato in corso in Usa, Canada e Messico sono segnati da restrizioni o discriminazioni del loro credo: di fatto il 30% delle nazioni in campo. Tre Paesi sono classificati come luoghi di persecuzione religiosa mentre altri undici rientrano tra quelli in cui vi è una discriminazione significativa che compromette la libertà di religione o di credo.
In alcuni casi la limitazione della libertà religiosa si intreccia direttamente con l’impianto giuridico dello Stato. È il caso, ad esempio, di Iran e Arabia Saudita, dove interpretazioni rigorose dell’Islam si riflettono nelle leggi e nella vita quotidiana, con pesanti restrizioni soprattutto per i convertiti e per le comunità religiose non riconosciute. Chi sfida questi limiti rischia arresti, reclusione e persino, in alcuni casi, la pena di morte. In altri contesti, invece, il problema non nasce tanto da un sistema normativo restrittivo quanto da instabilità e violenza diffusa. La Repubblica Democratica del Congo ne è un esempio: l’est del Paese continua a essere segnato da una violenza persistente e dall’aumento dell’attività jihadista di gruppi come le Forze Democratiche Alleate (Adf), che hanno ulteriormente aggravato la sicurezza delle comunità religiose.
Diversa ancora è la situazione del Messico, uno dei Paesi ospitanti. Qui le minacce alla libertà religiosa non derivano principalmente da leggi restrittive, ma dalla criminalità organizzata e dal traffico di droga. Sebbene il paese abbia una lunga tradizione di anticlericalismo istituzionale, sacerdoti, leader religiosi e operatori pastorali vengono spesso presi di mira da gruppi criminali che cercano di esercitare controllo sulle comunità locali in diverse regioni del Paese. Ad Haiti, invece, la crisi assume una dimensione ancora più allarmante. La nazionale ha ottenuto la qualificazione ai Mondiali ma solo uno dei 26 giocatori vive attualmente nel Paese. Vaste aree del territorio sono sotto il controllo di bande armate che negli ultimi anni hanno rapito e ucciso numerosi leader religiosi, ostacolando anche il lavoro delle chiese e delle organizzazioni di ispirazione religiosa.
Tutt’altro che trascurabile è poi la situazione di una serie di Paesi in cui la libertà religiosa è formalmente garantita ma di fatto limitata. Marocco, Tunisia, Algeria, Giordania, Qatar, Egitto e Turchia ospitano milioni di persone che non godono pienamente di questo diritto. Le minoranze religiose, tra cui cristiani, baha’i e alcune comunità musulmane, continuano a subire diversi livelli di discriminazione e restrizioni nella pratica e nell’espressione della propria fede, spesso anche a causa di forti pressioni sociali. In Uzbekistan, infine, i rigidi controlli sull’attività religiosa colpiscono credenti di diverse fedi, inclusa la stessa maggioranza musulmana, con limiti stringenti alla libertà di culto e di espressione religiosa. Secondo Marta Petrosillo, direttrice del Centro di Studi sulla Libertà Religiosa dell’Acn e direttrice del Religious Freedom Report, la Coppa del Mondo rappresenta un’opportunità per rendere visibile la situazione nei paesi in cui questo diritto è minacciato. «La Coppa del Mondo riunisce persone di tutte le culture, religioni e nazioni,- afferma Petrosillo - È anche un’opportunità per mettere in luce le sfide che milioni di persone continuano ad affrontare nell’esercitare il loro diritto fondamentale alla libertà religiosa». Petrosillo invita dunque «i governi di tutto il mondo a rispettare e proteggere questo diritto, assicurando che tutti possano praticare, cambiare o condividere liberamente la propria fede, senza timore di discriminazione o persecuzione». Anche se i tifosi supportano squadre diverse - ha aggiunto - la Coppa del Mondo ricorda anche i valori che ci uniscono: rispetto per la dignità umana e libertà di religione».
In questo scenario l’Iraq offre almeno segnali di speranza. Negli ultimi anni, cristiani e altre minoranze religiose hanno subito gravi episodi di persecuzione e continuano a denunciare forme di discriminazione istituzionale. Eppure, proprio la nazionale di calcio è diventata un simbolo di coesione, capace di riunire in campo gruppi etnici e religiosi diversi, dagli arabi ai curdi, dagli sciiti ai sunniti. Quattro dei suoi giocatori sono cristiani, il 15% della squadra, un dato notevole in un Paese in cui la loro presenza è oggi ridotta a meno dell’1% della popolazione. È il potere del calcio e dello sport: riuscire a unire ciò che le società spesso dividono. Ma la libertà religiosa continua a restare il campo più fragile del mondo contemporaneo. Il Mondiale celebra l’incontro tra i popoli, ma fuori dagli stadi c’è una partita ancora tutta da vincere.

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