La firma digitale e la diplomazia analogica
Il memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti è "storico" almeno in un senso: è forse la prima volta che un atto internazionale di tale portata viene concluso, per così dire, “in contumacia"

Chissà se Trump e Pezeshkian hanno lo Spid. È quello a cui molti italiani avranno istintivamente e ironicamente pensato quando hanno sentito che il memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti sarebbe stato sottoscritto con la firma digitale. Non è un accordo internazionale vero e proprio, e non è nemmeno definitivo questo documento, che è in gran parte programmatico. Ma entrambe le parti non hanno esitato a definirlo “storico”. Per almeno un verso, lo è davvero. È forse la prima volta – salvo errore – che un atto internazionale di tale portata viene concluso, per così dire, “in contumacia”. Le ragioni di una simile scelta possono essere molteplici e le interpretazioni di diversa natura. Le motivazioni sulle difficoltà logistiche convincono poco. In realtà, quelle più plausibili sono tutte politiche. Viene meno, ad esempio, l’elemento fortemente simbolico che caratterizza la cessazione o sospensione delle ostilità tra le parti belligeranti, con una cerimonia pubblica, tutt’altro che solo protocollare, tesa a rendere visibile una nuova partenza nelle relazioni tra i contendenti. Forse perché non è esattamente questo lo scenario, o almeno non lo è ancora. Il protocollo, un ogni caso, è, come ci dice un’esperta, l’ex responsabile del cerimoniale americano Capricia Penavic Marshall, un “superpotere nascosto”. Questa volta non avremo la stretta di mano calorosa tra i leader sotto i flash dei fotografi né la ripresa televisiva in diretta. Sono dettagli mediatici, si potrebbe pensare. E invece, mai come in questo caso, la forma è sostanza, perché l’incontro fisico tra la parti implica, in primo luogo, un implicito mutuo riconoscimento, l’assunzione di un impegno in una dimensione di prossimità, il “metterci la faccia” in senso letterale. Insomma, tutte le implicazioni della pistis, della fiducia. A differenza della politica, che può anche svolgersi, come vediamo tutti i giorni sulle piattaforme social, in modo virtuale, la diplomazia ha un’irrinunciabile competente di materialità e di fisicità. Basti pensare che alle origini della diplomazia moderna vi è la trasformazione fondamentale da relazioni tra unità politiche mantenute attraverso occasionali inviati speciali all’istituzione degli ambasciatori residenti, con tutto il contorno infrastrutturale che ciò comporta (sedi prestigiose, dimore di rappresentanza, contatti interpersonali con le autorità del paese di accreditamento).
Nonostante le innovazioni tecnologiche e i cambiamenti che saranno prodotti dall’avvento dell’Intelligenza artificiale anche nelle relazioni internazionali, la diplomazia rimane ancora oggi, essenzialmente e prevalentemente, un’attività analogica. Intensi negoziati protratti nel cuore della notte su un aggettivo o su un inciso da inserire o elidere da un testo creano, anche nel caso di una profonda inimicizia tra le parti, forme di condivisione o quanto meno di complicità. Sono atti diplomatici concreti, ad esempio, lo scambi di doni, le conferenze stampa congiunte, persino i pranzi ufficiali.
C’è perciò una differenza cruciale tra un testo firmato separatamente ed esibito in un’immagine e un testo cui viene apposta una firma contestuale. Se per l’archeologia è vero il detto che “tre pietre fanno un muro”, è altrettanto vero, per la diplomazia, e in senso opposto, che due segni di penna sotto lo stesso foglio non formano necessariamente un accordo. In politica internazionale, non è solo la firma in sé ad acquisire valore, ma è il gesto fisico che essa comporta, che mette in scena l’inizio di una riconciliazione, di una ricomposizione dopo la frattura del legame.
Potrebbero suonare considerazioni astratte, dinanzi alla ruvidezza dei due contendenti, ma in realtà sono aspetti sostanziali, che in qualche misura rimandano agli elementi costitutivi della diplomazia, che è sempre un’attività “situata”, e che ha bisogno di luoghi, di spazi, di contesti, e non solo di testi. Certo, non ci si sarebbe potuti attendere atteggiamenti cordiali tra due Paesi che dal 1979, con la Rivoluzione iraniana, l’assalto all’Ambasciata americana e la presa di ostaggi, non intrattengono relazioni diplomatiche (pur avendo pragmaticamente negoziato molto spesso) e sono stati in guerra guerreggiata – oltre a quella politico-ideologica – negli ultimi due anni. Tuttavia, come sostiene un ex-diplomatico, Iver R.Neumann (nel bel saggio Diplomatic Sites), la diplomazia continua ad essere strutturata in siti e in eventi, ed in quanto tale riesce ancora a mantere una connessione stretta con la società, in questo tempo, in questo mondo. A restare umana.
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