Dov'è la giustizia?

Pronti, via: «Ora Libera» inizia da qui. La nuova newsletter di Avvenire è stata annunciata a Roma pochi giorni fa durante il terzo Meeting degli insegnanti di religione, concluso con l’udienza di papa Leone XIV davanti a oltre 6mila docenti. Quello che leggete è il primo numero: siamo felici ed emozionati per questo viaggio da fare insieme, da oggi, ogni due venerdì.
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May 1, 2026

Numero #1| DOV'È LA GIUSTIZIA?

Pronti, via: «Ora Libera» inizia da qui. La nuova newsletter di Avvenire è stata annunciata a Roma pochi giorni fa durante il terzo Meeting degli insegnanti di religione, concluso con l’udienza di papa Leone XIV davanti a oltre 6mila docenti. Quello che leggete è il primo numero: siamo felici ed emozionati per questo viaggio da fare insieme, da oggi, ogni due venerdì. 
Partiremo sempre da un tema, che sarà il filo rosso di molti contenuti di quel numero. Per l’esordio abbiamo scelto la giustizia. Sarà perché oggi, 1° maggio, è un’occasione per riflettere sulle ingiustizie che feriscono il mondo del lavoro, e perché papa Leone XIV ha particolarmente a cuore questo tema (qui il suo discorso ai partecipanti al Giubileo degli operatori di giustizia di qualche mese fa). Senza dimenticare che il nome scelto da Prevost, Leone, richiama quel Leone XIII che nell’enciclica "Rerum novarum" promosse la giustizia sociale a difesa della dignità dei lavoratori. 
Anche a scuola si parla di giustizia, e spesso. I ragazzi denunciano le ingiustizie per un voto troppo basso, o per i compiti considerati eccessivi. Si può essere d’accordo o no con loro, ma il veder crescere il senso di giustizia in molti giovani è un ottimo segnale, in un mondo che – da parte di noi adulti – tende a scrollare le spalle davanti a ciò che giusto non è.  
Abbiamo molto da imparare dai ragazzi, forse più di quanto loro abbiano da imparare da noi. I famosi "quattro amici al bar" della canzone di Gino Paoli non solo non hanno cambiato il mondo ma sono riusciti a produrre ingiustizie nei confronti di chi è arrivato dopo: per questo ci vuole una certa dose di coraggio, o di incoscienza, per prendersela con i giovani d’oggi. 
Un esempio? Le sabbie mobili del precariato stanno impedendo di progettare un futuro di coppia per la fascia tra i 18 e i 34 anni, stando al recente Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo. Si sono create le condizioni che impediscono, non di rado, ai nostri figli di fare quello che hanno fatto molti di noi: potersi costruire una famiglia.   
Voltando pagina, tanti educatori e genitori stanno lasciando bambini e ragazzi in balia degli smartphone, che hanno generato in loro problemi di aggressività e ansia, disturbi del sonno e della concentrazione. La scarsa capacità di attenzione di tanti ragazzi è il risultato della decisione di quegli adulti che hanno preferito lasciare che la generazione più giovane si ubriacasse di video e videogiochi, per non fare la fatica di dire dei no, di proporre alternative e crescere insieme, a schermo anche un po’ spento. Anche questa è un’ingiustizia, e il conto più salato, come al solito, lo pagano sempre gli adulti di domani.  
Cari insegnanti, cosa trovano di ingiusto i vostri alunni nel mondo nel quale vivono? Vi lasciamo qui sotto alcuni spunti di riflessione, sia sul tema della giustizia sia su altri argomenti che abbiamo trovato interessanti: se vi saranno utili, anche per la preparazione di un dialogo o di un confronto con gli studenti, ne saremo felici. Fateci sentire, se vi va, anche la voce dei vostri alunni: quali sono le ingiustizie che vedono attorno a loro? Come combatterle? Scrivetelo alla nostra email: oralibera@avvenire.it

🧮 Se non basta...

Lo stesso tema, altre storie

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🚸 Qui primaria

Lo spazio a misura di bambino

 Tema difficile, la giustizia. Non è qualcosa che riguarda solo i tribunali o le leggi ma anche la nostra quotidianità, quando ognuno la esercita nelle proprie scelte, anche nelle situazioni più semplici, trovandosi di fronte a decisioni che implicano distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato: fare i compiti o giocare con il tablet, dire la verità o mentire, aiutare qualcuno o ignorarlo, rispettare le regole o aggirarle. Per questa forma di giustizia non esistono codici, nasce dalla coscienza personale e dai valori che ciascuno ha interiorizzato.
Accanto a questa c’è la giustizia della legge, cioè quella stabilita dagli Stati attraverso norme e regole. In teoria, le leggi dovrebbero garantire equità e protezione per tutti, ma nella realtà non è sempre così. Le leggi cambiano da Paese a Paese e da epoca a epoca, e non sempre coincidono con ciò che consideriamo giusto. Per esempio, in Afghanistan, le norme imposte dal regime vietano alle bambine di frequentare la scuola: si tratta di una legge dello Stato, ma per molti rappresenta una profonda ingiustizia. Questo mostra che la legalità e la giustizia non sono sempre la stessa cosa: qualcosa può essere legale, ma non per questo giusto.
Leggi qui il pezzo uscito su Popotus
E c’è anche una notizia che all’inizio fa ridere (leggila qui) ma, invece, porta con sé un insegnamento profondo. In questa vicenda, da una parte c’è la giustizia della legge: un sindaco obbligato a prendersi cura delle mucche di un suo concittadino malato. Lui, la voglia di accollarsi questo compito, non l’aveva affatto. Accanto, però, emerge la giustizia quotidiana: le persone che hanno aiutato il sindaco - funzionari e cittadini - non erano obbligate a farlo. Hanno scelto liberamente di intervenire, di dare una mano, di non restare indifferenti. È una giustizia che nasce dalla coscienza e dalla responsabilità personale.
Infine, questa storia si può collegare anche alla giustizia divina, soprattutto in una prospettiva cristiana. Il fatto che un gruppo di persone aiuti spontaneamente chi è in difficoltà richiama valori come la carità, la solidarietà e l’attenzione verso il prossimo. In questo senso, chi ha aiutato ha incarnato un’idea più profonda di giustizia, fondata sull’amore e sul bene gratuito.
È come se i tre livelli di giustizia si incontrassero: la legge che impone, la coscienza che sceglie, e un’idea più alta di bene che dà senso a tutto.  

🌐 Sguardi sul mondo

Pezzi d'attualità che meritano un po' di attenzione

Agli studenti la scuola mette ansia, eppure gli adulti non se ne accorgono.
Stefano Vicari, ordinario di Neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, ha raccolto alcune storie di ordinaria sofferenza nel libro “Domani resto a casa”, edito da Erickson.  
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La Parola in classe

Senza paura

di Rosanna Virgili
«Non abbiate paura» raccomandava Giovanni Paolo II all'alba del suo pontificato. Poi abbiamo avuto Benedetto e Francesco che, davvero, non hanno avuto paura: l’uno di compiere un gesto di altissima umiltà – la rinuncia al ministero petrino – e l’altro di dismettere un linguaggio dogmatico, e - tra le molte altre cose - parlare “a braccio” di disarmo quando il mondo correva al riarmo.A loro si unisce oggi papa Leone che risponde a chi lo giudica debole: «Io non ho paura!». E moltiplica la forza con la mitezza delle sue parole e di gesti che si sciolgono in sorrisi, in abbracci di fraternità e d’amore senza selezione né condizione. 
Questa è la voce, la sapienza, il cuore della nostra casa, della nostra famiglia, della nostra Chiesa che sorge sul Signore: perché dovremmo avere, noi, paura? Talvolta capita di sentire insegnanti di Religione temere di affrontare le difficoltà che si incontrano a inserirsi dignitosamente nell’istituzione scolastica – data l’anomala collocazione della materia – o anche le stesse classi, gli studenti più critici, i ragazzi più indisciplinati. Col fantasma latente che, essendo Religione una materia opzionale, potrebbe sempre essere disertata. Lasciando gli insegnanti senza ore, e magari senza lavoro. 
La paura, del resto, è un sentimento che giunge contemporaneo alla nascita, che fa parte della condizione umana. La Bibbia ce la presenta quasi all’inizio della sua lunga storia: «Adamo, dove sei?» chiede Dio; «Ho avuto paura e mi sono nascosto» risponde l’uomo. Chissà quante paure hanno anche i ragazzi e le ragazze. Condividiamo con loro questa scena – che torna in tante pagine bibliche, peraltro –, apriamo un dialogo ponendo ai nostri studenti la stessa domanda: “Dove sei?”, e magari: “Perché ti sei nascosto?”. Per aiutarli ad acquisire fiducia, e aprir loro porte di libertà.   

🏫 Tutti in aula

Con i miei studenti io ho fatto così...

Il referendum che di recente ha chiamato a raccolta i cittadini ha fatto irruzione in aula. Attraverso le domande e le curiosità dei ragazzi di seconda media. «Prof, cosa non funziona nella giustizia, se tutti dicono che deve cambiare?». Da qui è scaturito il percorso vissuto insieme, incentrato su questo interrogativo, attorno al quale abbiamo provato a costruire una prospettiva per cercare risposte. Non tanto sul referendum, quanto sulla necessità di imparare a pensare con la propria testa di fronte al mare di informazioni che da ogni dove costantemente arrivano. La scuola non è solo ciò che si deve fare, ma anche ciò che i ragazzi scelgono di vivere e condividere, il desiderio di cercare il proprio modo di guardare la realtà e di leggerla. Anche a dodici anni.Siamo partiti da lì, da un confronto con le parole della Costituzione (articoli 3 e 21), dalla presa di consapevolezza che di fronte a qualsiasi notizia o informazione, ciascuno formula idee diverse, opinioni, punti di vista. Uno stesso fatto può essere raccontato in mille modi, ciascuno dei quali risente della prospettiva di chi narra. Sfogliare quotidiani diversi è stata l’occasione per toccare con mano la molteplicità degli sguardi sugli eventi.I ragazzi divisi in gruppi hanno cercato su testate differenti articoli sugli stessi contenuti, guidati da una griglia di analisi, per rintracciare somiglianze e differenze, scandagliando il linguaggio, riflettendo sulla sua neutralità. Obiettivo: individuare da dove nasce il "così si dice", per lasciare spazio alla realtà. È emersa la necessità di orientarci di fronte ad informazioni diametralmente opposte. Alcune parole del giornalista Sigfrido Ranucci, tratte dal suo libro "La scelta", e del nostro presidente della Repubblica sono state un faro, punto di riferimento per rielaborare l’esperienza sui quotidiani. Accomunati dal desiderio di fare verità sulle cose, i piccoli ricercatori hanno trovato di fronte a loro l’equazione conoscenza uguale democrazia. Da lì, il collegamento con la giustizia si è reso evidente: si origina dalla capacità di chiamare con il proprio nome le cose, con libertà, senza lasciarsi guidare dai pregiudizi o dalle voci altrui sempre più insistenti.Il percorso ci ha condotti a stilare una sorta di decalogo per orientarci, una bussola, composta da dieci regole d’oro enucleate proprio dai ragazzi, che possono diventare patrimonio condiviso con la scuola, criterio di orientamento. Non risposte definitive, ma prospettive in grado di aprire nuove piste di lavoro. Tempo necessario: 6 ore di lezione. Che per l’insegnamento della religione cattolica, con un’ora settimanale in classe, rappresentano un impegno consistente ma necessario, soprattutto perché nasce da ciò che i ragazzi portano in aula. Non è sempre l’insegnante a dover tracciare la strada, presentare il percorso. La scuola è reciprocità, si impara gli uni dalle domande degli altri: gli apprendimenti devono incontrare i bisogni formativi dei ragazzi per essere significativi. Altrimenti il rischio è di insegnare alle mura della scuola come stare in piedi. Un rischio che non possiamo più permetterci.  
Andrea Miceli
scuola secondaria di primo grado, Castelfranco Emilia
(diocesi di Bologna, provincia di Modena)

Parole d'Ufficio

Autorevolezza e responsabilità sono due tratti fondamentali dell’insegnante che il Papa ha consegnato ai partecipanti all’udienza di sabato scorso. Un’indicazione che apre un percorso di vita che non può mai separare il lavoro a scuola con il proprio percorso personale. Per questo, incontrando tanti insegnanti nei giorni scorsi, è emerso il desiderio di poter testimoniare quanto di bello incontrano nel loro servizio, pur nelle fatiche di un impegno che deve rispondere alle sfide del nostro tempo.
don Alberto Gastaldi 
Responsabile del Servizio nazionale per l’Insegnamento della Religione cattolica e direttore dell’Ufficio nazionale per l’Educazione, la Scuola e l’Università della Cei   

💬 La vostra voce

Gli insegnanti si raccontano, scrivici anche tu

Siamo Giulia e Danilo, siciliani di nascita ma docenti di religione accolti con amore dalla diocesi di Prato. Al terzo Meeting Nazionale degli insegnanti di religione non eravamo soli: con noi c’era il piccolo Pietro, nostro figlio di due anni e mezzo. Se le parole del Papa hanno rinvigorito la nostra consapevolezza di educatori — chiamati a risvegliare le domande profonde dei ragazzi senza ideologie — è stato il gesto spontaneo nei confronti di nostro figlio a riassumere tutto. Al termine dell’udienza, Pietro si è lanciato tra le braccia di Papa Leone, che lo ha accolto con tenerezza paterna. In quell'abbraccio abbiamo visto la benedizione di Dio sul nostro cammino e la conferma di un fatto fondamentale: la profondità del Vangelo non si manifesta solo con i discorsi, ma con la forza umanizzante dei gesti puri. Torniamo nelle nostre classi con la gioia di aver condiviso un momento speciale con migliaia di colleghi; le riflessioni di questa giornata hanno confermato quanto cruciale possa essere il nostro mestiere e quanto avvincenti siano le sfide educative che ci attendono.
Giulia Cannata, scuola dell’infanzia
Danilo Napolitano, scuola primaria - Prato
Nel prossimo numero di Ora Libera di venerdì 15 maggio pubblicheremo altre testimonianze dell’incontro con il Papa con gli insegnanti di religione. Tu c'eri? Raccontaci come è andata scrivendo a oralibera@avvenire.it

🎧 Leggere, vedere, ascoltare

Per distrarsi, o concentrarsi

  • C'è un podcast che racconta papa Leone, in modo pop
    “Per fortuna non sarò mai vescovo” è l'ultima puntata di LeoPop, il podcast di Avvenire che racconta ogni settimana le parole, i gesti e gli incontri più significativi di papa Leone XIV, per capire chi è davvero il primo Pontefice statunitense della storia. A un anno dalla morte di papa Francesco, questo episodio racconta il legame profondo con Leone XIV e l’eredità che oggi continua nel segno del Vangelo, della pace e della dignità umana.
  • "The Chosen": Gesù dai Vangeli allo schermo 
    "The Chosen" è una delle serie tv più viste al mondo. Avvenire se n’è occupato in diverse occasioni (per esempio qui: «In sala arriva l’Ultima Cena» , e qui: «Gesù riletto ai giorni nostri»). L’Istituto superiore di Scienze religiose di Milano ha dedicato al tema un webinar curato da Matteo Mazza, docente di religione cattolica nella scuola secondaria di secondo grado, già collaboratore di alcuni progetti di cultura cinematografica. Sul canale youtube dell’Issr di Milano è stato pubblicato il video dell’incontro. 

Fuori registro

Numero zero

di Lorenzo Galliani
Arriva, puntuale, la maratona dei ricevimenti genitori. Quaranta colloqui in 4 ore, quarantuno se si intrufola qualche mamma che non aveva prenotato. «Professore, posso lo stesso?» è una domanda che ammette una sola risposta: «Prego, si accomodi». «Senta, sono la mamma di Giulia». Certo, tra i miei 361 studenti ho 12 alunne con quel nome, e se sapessi identificare un genitore dai lineamenti mi sarei iscritto a suo tempo al quiz del parente misterioso. «Vengo subito al punto, professore: i nostri ragazzi sono già pieni di verifiche di tutte le materie, e capisco che mia figlia non abbia studiato un granché religione ma, mi permetta, metterle zero la trovo davvero una cattiveria eccessiva! Non riuscirà mai a recuperare quel voto!». «Scusi, signora, ma volevo dire che…». «Gli altri professori non scendono mai sotto il 4. Mai!». «Sì, ma in religione…». «Per me religione è una materia come tutte le altre, non è meno importante, anzi andiamo sempre a messa». «Signora, la messa non sostituisce la verifica: non è che do un’insufficienza ai miei alunni non credenti o di altre religioni. Comunque, tornando alla verifica…». «Che poi anche mio marito, che come sa è un avvocato e ha lo studio qui dietro in via Marabelli, mi ha detto che mettere zero è davvero una cosa assurda». «Signora, capisco che il registro elettronico non sia il massimo della chiarezza, ma lei non ha visto uno zero, ma la “o” di “ottimo”, cioè la valutazione più alta. Il compito era perfetto, nonostante lei mi abbia detto che sua figlia non ha studiato un granché». «Ah, va bene, la ringrazio. Scusi, ma ora devo proprio andare da quella di matematica», e scompare in due decimi di secondo. La giornata è ancora lunga, ma almeno un problema è stato risolto. Ottimo. Anzi, zero.

🗣️ Restiamo in contatto  

Si chiude qui il primo numero di Ora Libera, la newsletter di Avvenire in collaborazione con il Servizio nazionale per l’Insegnamento della Religione Cattolica e l’Ufficio scuola della Cei che desidera informare, ispirare, connettere gli insegnanti di religione, ma non solo.
Siamo appena partiti: se ti piace o ti interessa, falla conoscere. Se ancora non sei iscritto, procedi con il login, poi vai sul sito di Avvenire nella sezione “newsletter” e clicca su Ora Libera.
Hai una storia da raccontare o un tema da suggerire? Una domanda da farci o da porre a colleghi e colleghe di tutta Italia?
📩 Scrivici a oralibera@avvenire.it Torneremo da te venerdì 15 maggio.  

👋 Alla prossima!

— A questa newsletter hanno lavorato, in particolare, Andrea Ceredani, Massimo Dezzani, Marco Ferrando, Paolo Ferrario, Lorenzo Galliani, Enrico Lenzi, Matteo Liut, Nicoletta Martinelli, Francesco Ognibene, Francesco Riccardi, Alessandro Saccomandi 

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