Dialogo, lo spazio che ci separa e ci unisce
Parola chiave del 2026 per Treccani, il confronto richiede distanza, fiducia, capacità di ascolto. Dal cinema alla psicoterapia, emerge il valore della relazione come luogo del senso condiviso. Senza reciprocità, anche nei conflitti globali, ogni comunicazione perde efficacia e lascia ferite

La Fondazione Treccani Cultura ha scelto “dialogo” come parola del Festival della lingua italiana 2026, per riflettere sulla necessità di favorirne la pratica e la diffusione nella società e nei rapporti internazionali. Ottima iniziativa. Ma prima ancora che nel vocabolario, è nel nostro immaginario che dovremmo forse riappropriarci del dialogo. L’etimologia greca della parola dialogo – dià, “attraverso”, e logos, “parola” – ci suggerisce che gran parte del valore di quel termine sta proprio nel vocabolo “attraverso”. E qui viene il difficile per una società come la nostra, sempre più individualista. Una società che quando parla di dialogo si dimentica (almeno) di due fattori: il primo è lo spazio che intercorre tra noi e l’altro. E qui ci viene incontro l’approccio della psicoterapia sistemico-familiare che, a differenza di approcci terapeutici centrati esclusivamente sull’individuo (quindi intrapsichici), ritiene invece che il disagio non risieda nel singolo soggetto, ma nel contesto relazionale in cui vive, quindi in quello spazio che si crea, di volta in volta, tra noi e l’altro. Il secondo fattore è l’importanza dell’ascolto. Nell’etimologia della parola dialogo viene infatti valorizzato il termine logos, ma la parola ha davvero valore se sappiamo ascoltarla, non solo se sappiamo pronunciarla. Oggi è questo che manca al dialogo: uno spazio d’ascolto.
In questi giorni, in occasione del suo trentesimo compleanno, è stato riproposto nei cinema Prima dell’alba, un film cult diretto da Richard Linklater, con Ethan Hawke e Julie Delpy. Lui americano, lei francese, si incontrano su un treno che proviene da Budapest, iniziano a parlare e decidono di scendere a Vienna. Camminano, si confidano, si innamorano e soprattutto dialogano. Leggevo qualche giorno fa un commento al film – e riguardandolo ho provato a farci caso – che quando lui parla, lei ascolta, quando lei parla, lui ascolta. Le voci non si sovrappongono mai, non si sovrastano mai, si rispettano sempre, nei tempi, nei modi, nello spazio. Così ho pensato che la parola dialogo è strettamente correlata alla parola dell’anno 2025 di Treccani: fiducia, ovvero l’atteggiamento di «tranquilla sicurezza che nasce da una valutazione positiva di una persona o di un gruppo di persone, verso altri o verso sé stessi».
Non ci può essere dialogo senza fiducia, non ci può essere dialogo senza ascolto, non ci può essere dialogo senza spazio tra noi e l’altro. Se spesso siamo in difficoltà a dialogare con il nostro vicino di scrivania o di casa, a scuola o nello sport, come possiamo pensare di favorire la pratica e la diffusione del dialogo nella società e nei rapporti internazionali, dove i conflitti scaturiscono molto spesso dalla mancanza di un confronto aperto e costruttivo? Alla parola dialogo, in questo nostro tempo, sono stati spesso affiancati altri termini con l’intento di rafforzarne il valore più trasversale di confronto: abbiamo perciò coniato il dialogo interculturale, quello interreligioso, quello politico e sociale, ma anche quello intergenerazionale, per descrivere quanta distanza ci possa essere tra chi ha distrutto e chi si ritrova tra le macerie del passato, del presente. Anche il “dialogo” oggi spesso sottostà a questioni economiche e le guerre attuali – manovrate da potenze che hanno svuotato di significato il lavoro diplomatico – ce lo mostrano quotidianamente, perché le parole vanno e vengono, le ferite invece restano. D’altra parte, la prima regola (o assioma) della comunicazione del celebre psicologo Paul Watzlawick è: «Non si può non comunicare».
Ce lo ha ricordato su queste pagine qualche tempo fa, quando l’abbiamo intervistata, anche Shrouq Aila, giornalista palestinese, direttrice dell’agenzia Ain Media, che ci ha detto: «Quando condividi la paura con gli altri, ti senti come se non fossi solo e capisci che anche loro provano paura. Il senso di solidarietà è importante per tutti noi, per ricordarci che insieme possiamo farcela». Recentemente, ripensando a un lutto che mi ha colpito personalmente e al lutto che migliaia di persone stanno vivendo in questo periodo di guerre, ho spesso ragionato sulla possibilità di un dialogo tra vivi e morti, perché lì viene a mancare lo spazio, viene a mancare l’ascolto. E allora mi sono chiesto: può esistere un dialogo che non si sostanzia nella reciprocità? La risposta può essere che c’è una differenza sostanziale tra chi muore in guerra e chi in altre circostanze. Nel primo caso, quello spazio viene sottratto proprio dall’assenza di “dialogo”, dalla mancanza di una reciprocità che non si è voluta trovare, e anzi ha creato distanze sempre più incolmabili.
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