Famiglia nel bosco, Brambilla: presentato un ddl per cambiare il sistema
La presidente della Commissione Infanzia incontra Catherine e Nathan a Montecitorio e sottolinea la «violenza di Stato» e la crudeltà che stanno vivendo. Nel testo si introduce il parere di una commissione di esperti che affianchi la relazione degli assistenti sociali su cui il giudice decide i casi di allontanamento dei minori dai genitori

La famiglia Trevaillon sta vivendo una «violenza di Stato», un «calvario» di una «crudeltà inaudita». E «non avrò pace fino a che questa famiglia non sarà riunita». La presidente della Commissione Infanzia Michela Vittoria Brambilla dopo aver incontrato a Montecitorio Catherine e Nathan, i genitori dei tre bimbi che vivevano nel bosco in Abruzzo allontanati dalla famiglia da cinque mesi, spiega di aver presentato un disegno di legge - «firmato da molti dei membri della Commissione infanzia», ci tiene a precisare - in cui, nei casi che riguardano i minori, la relazione dell’assistente sociale su cui si basa la decisione del giudice, «viene affiancata da quella di una commissione interdisciplinare composta da esperti - psciologi, psichiatri e neuropsicologi - che servirà al giudice a decidere con maggiore completezza in queste situazioni delicate». Questa coppia, spiega perciò Brambilla, «rappresenta tante altre famiglie che subiscono allontanamenti di minori sbagliati. Deve essere riformato il modo in cui i minori vengono tolti alle famiglie». Nel suo intervento, la parlamentare ha richiamato anche il principio del superiore interesse del minore, sostenendo che secondo lei «in questo caso non sia stato così». Infine, l'appello alle autorità competenti: «Io vi chiedo di riunire questi bambini alle loro famiglie. E' stato fatto un grande errore, non continuiamo a farlo». E mostrando un disegno realizzato da uno dei piccoli che mostra la famiglia riunita ma nascosta dentro una caverna, conclude: «Oggi loro possono essere felici solo se nascosti, perchè tutta questa situazione ha creato loro un grande trauma».
E questa è una anomalia del sistema. Un sistema, aggiunge la Garante per l’Infanzia Marina Terragni, che «consente di spostare i minori come sacchi di patate senza ascoltarli. Non funziona più questo metodo». La garante quindi chiede venga riformato un meccanismo che ad oggi vede lontano dalle loro famiglie 41mila minori per la cui permanenza fuori casa vengono spesi oltre 1 miliardo e 400mila euro, che «potrebbero invece essere spesi per aiutare queste famiglie».
Dopo l'incontro con la presidente della Commissione Infanzia, Catherine e Nathan hanno voluto raccontare quello che stanno vivendo. «Non avrei mai potuto immaginare il dolore e la sofferenza che abbiamo vissuto come famiglia negli ultimi cinque mesi, soprattutto i bambini», racconta il papà, aggiungendo che «il nostro più grande desiderio è essere riuniti come una famiglia amorevole». Nel raccontare le sue giornate, Catherine spiega che come genitori «siamo affranti perché sappiamo che i nostri bambini soffrono, siamo affranti perché non possiamo riportare in una casa dove sappiamo sarebbero accuditi e amati. L'unica cosa che desidero è di risvegliarmi da quello che mi sembra essere il peggiore degli incubi, senza fine, è terribile». Quindi la denuncia finale: «Se mi è concesso dire la mia verità, mi dispiace molto affermare che questo è stato di gran lunga l'atto più crudele che abbia mai vissuto e visto fare ai bambini in tutta la mia vita».
A sottolineare come l’istituzionalizzazione dei tre minori «non abbia risolto i problemi per cui sono stati allontanati dai genitori, come la socialità, l'istruzione e le vaccinazioni» è Tonino Cantelmi, docente della Pontificia università gregoriana e consulente della famiglia Trevaillon, per cui «non si può ignorare la crudeltà che c'è in questa situazione, nei confronti dei bambini ma anche della madre continuamente screditata». Mentre Rosaria Chieffo, responsabile dell’unità di Psicologia clinica del Gemelli si sofferma sui traumi permanenti che il distacco dai genitori potrebbe provocare sui minori, eppure oggi - dice - «abbiamo tutti gli strumenti per poterli evitare. Non è vero che i bimbi si adattano alle nuove situzioni, depositano e poi anche dopo molti anni questi traumi riemergono». Anche per Massimo Ammaniti, docente dell'università La Sapienza di Roma, sembra «incredibile che nel 2026 possano ancora succedere queste cose, nonostante siano ormai più di 50 anni che nel campo della psicologia e non solo si è capito che l'istituzionalizzazione pesa sullo stato psicologico ed emotivo. Tanto è vero che in molti settori, in primis quello sanitario, si sta andando da tempo nella direzione opposta».
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