I gemellaggi e le città-ponte architetture di pace

Le intuizioni di La Pira, il caso Milano-Tel Aviv e la proposta di un incontro internazionale nel capoluogo lombardo
April 22, 2026
I gemellaggi e le città-ponte architetture  di pace
Giorgio La Pira, sindaco di Firenze (dal 1951 al 1957 e poi dal 1961 al 1965)
L’attuale momento geopolitico evoca la similitudine hegeliana che associa la storia al “banco da macellaio” allorquando le malvagità fanno ripiombare le civiltà nelle barbarie. Ogni giorno le cronache portano nelle nostre case scenari di conflitti feroci accompagnati da parole e comportamenti che stracciano il diritto internazionale. Potenti interessi economici spingono verso un nuovo ordine basato sui rapporti di forza. Il bellicismo politico ignora la storia e le sue lezioni, rappresentando la guerra come via per la pace e con l’appropriazione blasfema della benedizione religiosa che ha raggiunto l’apice con la bizzarra scomunica di Trump verso papa Leone che, in nome del Vangelo, invita i potenti della terra a deporre le armi. E così, in un quadro geopolitico frantumato ove le organizzazioni internazionali e i governi nazionali cercano spiragli di dialogo fra i belligeranti, succede che anche nei nostri municipi si discuta esprimendo dissensi e proteste. Gran parte delle città hanno gemellaggi con Comuni delle terre martoriate da conflitti. È successo recentemente al Comune di Milano ove si è ipotizzata la sospensione del gemellaggio con Tel Aviv causando discussioni anche fra i partiti proponenti oltre che con rappresentanti della comunità ebraica. È una questione delicata perché coinvolge molteplici questioni storiche, culturali, spirituali e politiche. Ma che può indurci a riflettere meglio sulla storia dei gemellaggi e a cercare di riportarne lo spirito originario più genuino entro nuovi orizzonti
Ha un senso, perciò, tornare per un attimo al 2 ottobre 1955. Quel giorno Giorgio La Pira, Sindaco di Firenze, inaugurò il convegno mondiale dei sindaci con lo scopo di dar vita a uno strumento nuovo che esprimesse la volontà di pace delle città del mondo, perché «la pace non consiste più in un atto che viene solennemente siglato dai massimi responsabili della vita politica delle Nazioni», ma sempre di più in un processo che nasce dal basso, dalle comunità. Il 15 settembre 1967, poi, a Parigi, al congresso mondiale delle città, spiegò così il senso dei gemellaggi: unire le città per unire il mondo. «Le città sono […] il patrimonio del mondo, perché in esse si incorporano tutta la storia e tutta la civiltà dei popoli: un patrimonio che le generazioni passate hanno costruito e trasmesso a quelle presenti – di secolo in secolo, di generazione in generazione – affinché fosse accresciuto e ritrasmesso alle generazioni future. Gli Stati non hanno il diritto […] di annientare per nessuna ragione questo patrimonio che costituisce la continuità del genere umano e che appartiene al futuro. Le città presenti vennero chiamate alla scelta della pace. Esse vogliono unirsi per unire le nazioni; per unire il mondo. Vogliono creare un sistema di ponti – scientifici, tecnici, economici, commerciali, urbanistici, politici, sociali, culturali, spirituali – che unisca le une alle altre, in modo organico, le città grandi e piccole del mondo intero. Se l’unità delle nazioni non è ancora possibile – si pensi ai grandi vuoti esistenti nelle Nazioni Unite – noi pensiamo che sia possibile l’unità delle città, il loro collegamento organico attraverso l’intero pianeta». Ecco quali erano il senso e la finalità dei gemellaggi. Se quel messaggio ha ancora un senso, e a nostro avviso lo ha, soprattutto nell’attuale (e sanguinoso) disordine mondiale, allora più che ridiscutere i gemellaggi esistenti – questione delicata e non sempre priva di ragioni – occorrerebbe rilanciarne la funzione riconciliativa di natura universale.
I gemellaggi come costruttori di pace. E, in questo quadro, perché non immaginare di promuovere a Milano il convegno mondiale dei sindaci per la pace? Milano è in fondo la metropoli italiana che in questi tempi più ha visto crescere il proprio ruolo e prestigio nella società globalizzata. E dispone certamente delle risorse organizzative, culturali e relazionali per ospitare un evento di tale portata. Non legato agli affari ma ai grandi valori della comunità mondiale. Utopia? Non lo crediamo. Già negli anni ’70 il Sindaco Aldo Aniasi promosse numerosi incontri tra i rappresentanti delle maggiori metropoli mondiali per confrontarsi sui problemi legati ai grandi processi di urbanizzazione in corso. Oggi occorre di più. La “Grande Milano” può interpretare a fondo la sua nuova veste se al ruolo economico e culturale-professionale associa anche quello di ponte per la riconciliazione fra i popoli. Il ruolo più alto.

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