La svolta di Adam Clayton degli U2: «Così ho riportato Dio nella mia vita»

Il bassista della band racconta caduta e rinascita: dalla dipendenza alla fede, fino all’impegno per la salute mentale dei giovani. Un cammino spirituale che attraversa il nuovo EP "Easter Lily"
April 22, 2026
La svolta di Adam Clayton degli U2: «Così ho riportato Dio nella mia vita»
Da sinistra il bassista degli U2, Adam Clayton, e Bono Vox in concerto / Foto Epa, Tonino Di Marco
Ritrovare Dio nel momento più buio della caduta. È quello che racconta il bassista degli U2 Adam Clayton, rilanciato oggi dai social della band irlandese, in occasione dell'uscita del nuovo EP, Easter Lily, pubblicato lo scorso Venerdì Santo, come un gesto liturgico più che discografico. Dopo Days of Ash, uscito nel Mercoledì delle Ceneri, questo lavoro si offre come un contrappunto intimo: meno reazione al caos del mondo, più ascolto interiore, tra amicizia, perdita e rinnovamento.
Ad accompagnare l’uscita, una speciale edizione digitale della fanzine U2 - Propaganda - Easter Lily, presente sul loro sito ufficiale, con riflessioni dei quattro membri. Tra queste, colpisce per intensità il racconto del bassista Adam Clayton, che intreccia memoria personale, fede e rinascita e che è stato rilanciato oggi sui social degli U2.
«Una ricerca spirituale e una posizione spirituale sono sempre state al centro degli U2», scrive Clayton, «e le canzoni di Easter Lily nascono proprio da quel luogo». Un ritorno, spiega, «ad alcuni temi presenti nei primi dischi», ma con «un approccio basato sul rispetto per le grandi tradizioni». E chiarisce: «Siamo sempre stati sostenitori della pace, ma la pace non significa nascondere le differenze sotto il tappeto. Significa incontrarsi e essere disposti a scendere a compromessi».
Il suo racconto parte da lontano, da un’adolescenza condivisa con Bono, The Edge e Larry Mullen Jr.: «Eravamo un gruppo di ragazzi della stessa età, con origini simili», ricorda, «cresciuti in famiglie religiose», ma già attraversati da domande. Se per gli altri la strada passava anche attraverso esperienze come il gruppo Shalom, per lui era diverso: «Non provai la stessa libertà… il mio percorso era rivolto verso l’esterno. Pensavo: “Lasciatemi andare nel mondo”».
Eppure, dietro l’immagine del ribelle, affiora una radice più profonda: «Avevo accettato i principi della vita cristiana… il modo di trattare gli altri, l’esame di coscienza». Ma la tensione tra ideali e vita vissuta si fa presto frattura: «Ero poco istruito e indisciplinato… mentre cercavo di conciliare le mie convinzioni con le sfide dell’essere in una band».
Il salto agli anni Novanta segna la crisi: «La mia vita stava iniziando a scivolare verso il basso, nell’alcolismo… ero perso». Parole nude, senza retorica: «La dipendenza ti porta via molte di queste cose». E tuttavia resta un filo: «Ero ancora capace di pregare e chiedere aiuto». Fino alla decisione decisiva: «Devo entrare in riabilitazione». Il 1998 è l’anno della svolta, non senza resistenze: «La prima settimana… lottai e mi opposi al processo». Poi, lentamente, l’apertura: «Devo accettare che il mio modo di fare ha fallito». È qui che la fede torna come esperienza concreta: «Questo mi permise… di riportare Dio nella mia vita, sia come Dio sia come una Forza Superiore».
Nel cammino di recupero, Clayton scopre una sapienza umile: «Ho trovato utile non assumermi la responsabilità di tutto… e concentrarmi su sé stessi invece che sugli altri». Un percorso che dialoga sorprendentemente con la tradizione cristiana e con i Dodici Passi degli Alcolisti Anonimi: «È un buon modo per affrontare le cose, allontanandosi da sé stessi». Non a caso cita il frate francescano Richard Rohr, che nella fanzine dialoga con Bono sui temi della fede, dei limiti e delle risorse della Chiesa, dell’esperienza religiosa: «Parla dei Dodici Passi come uno strumento sacramentale per l’umiltà». E aggiunge: «Ho visto i Dodici Passi come qualcosa di molto vicino a Dio… prove di persone che avevano una relazione con Dio attraverso di essi».
Ma la rinascita, nel suo racconto, non resta mai un fatto privato. Diventa responsabilità verso gli altri, soprattutto verso i più giovani. «Mi sono reso conto presto che la dipendenza è principalmente un problema mentale - osserva, allargando lo sguardo oltre la propria storia -. Che si tratti di uso di sostanze, gioco d’azzardo o altre pratiche, ciò che accade è che gradualmente perdi il controllo». E proprio da questa consapevolezza nasce l’impegno con A Lust for Life, realtà attiva nelle scuole e tra le nuove generazioni.
«Negli ultimi anni ho lavorato con un’organizzazione chiamata A Lust for Life», racconta, «che incoraggia gli studenti nelle scuole a parlare di come si sentono e ad essere aperti riguardo alla salute mentale». Un lavoro educativo e culturale che intercetta le fragilità contemporanee: «Le dipendenze sono cambiate significativamente negli ultimi 30 anni… ci sono molti modi per aiutare le persone a recuperare più rapidamente e ridurre i danni». In questa prospettiva, la sua esperienza personale diventa quasi un linguaggio condiviso, una possibilità di incontro: «Quando incontriamo alcolisti in recupero per la prima volta… hanno un linguaggio molto crudo e diretto, ma anche rassicurante». È lo stesso registro che Clayton sembra adottare: niente moralismi, ma una verità capace di accompagnare.
Oggi la sua spiritualità ha il passo quotidiano della fedeltà: «Ogni giorno cerco di dedicare un periodo alla meditazione… nel programma degli AA ci sono molte preghiere a cui faccio riferimento». E soprattutto la comunità: «Mi piace sentirmi parte di una comunità… quando qualcuno parla la tua stessa “lingua”, puoi cambiare esperienza molto rapidamente». Resta, infine, una consapevolezza vigile: «Possiamo dimenticare quanto sia difficile… e minimizzare». Per questo è essenziale «connettersi con persone che hanno problemi di dipendenza», restare dentro una relazione che custodisce. 
Così Easter Lily si rivela più di un EP: è una testimonianza corale, in cui la musica diventa spazio di verità. E la voce del bassista, con la sua storia di caduta e risalita, restituisce al cuore del progetto il sapore dell'esperienza vissuta: attraversare il buio, senza smettere di cercare la luce, e scoprire che la rinascita passa anche attraverso la cura degli altri.
 

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