Omri Boehm: «Per salvare l'Occidente serve un nuovo universalismo»

Per il filosofo israelo-americano i particolarismi etnico-identitari minano la sovranità democratica «I fallimenti dell’Occidente non invalidano l’esattezza dello spirito, critico, originale»
April 20, 2026
Omri Boehm: «Per salvare l'Occidente serve un nuovo universalismo»
Il filosofo israelo-americano Omri Boehm / WikiCommons
Cosa significa, oggi, difendere l’idea di un’umanità condivisa in un mondo sempre più frammentato? L’universalismo è ancora un ideale praticabile, o è destinato a soccombere sotto il peso delle identità e delle appartenenze? E infine, come si fa a restare umani in un’epoca dominata dai conflitti identitari e dalla polarizzazione politica? Sono le domande da cui prende avvio il filosofo israelo-americano Omri Boehm, nipote di sopravvissuti alla Shoah, in Universalismo Radicale. Oltre l’identità (traduzione di Claudia Tatasciore, Marietti1820, pagine 160, euro 16,00), un saggio che propone una difesa rigorosa dell’idea illuminista di umanità contro quella che l’autore considera una deriva teorica e politica diffusa tanto a destra quanto a sinistra.
Bohem insegna alla New School di New York e da anni lavora su un tema più che mai attuale: come immaginare una convivenza tra israeliani e palestinesi oltre l’identità, oltre le appartenenze che diventano muri, oltre le narrazioni che paralizzano ogni possibilità politica. Il punto di partenza del suo libro è la constatazione che la democrazia liberale occidentale attraversa una crisi profonda. Boehm osserva come negli ultimi decenni il progetto universalista dell’Illuminismo sia stato progressivamente messo in discussione sia dalle critiche postmoderne sia dalle politiche identitarie. Propone quindi di recuperare ciò che definisce un “universalismo radicale”, capace di opporsi sia al nazionalismo identitario sia al relativismo culturale.
Nel suo libro lei sostiene un quadro etico universalista che va oltre i confini nazionali o religiosi. Come vede questa prospettiva applicata alle attuali tensioni politiche e sociali in Israele, in particolare riguardo ai dibattiti sulla democrazia, i diritti delle minoranze e il ruolo dello stato nella definizione dell’identità ebraica?
«Bisogna partire da una premessa semplice ma impegnativa: uno Stato che rivendica legittimità democratica non può arrogarsi il diritto di esprimere la sovranità di un unico gruppo etnico. La tensione in Israele oggi non è solo politica; è concettuale, o costituzionale. Riguarda il modo in cui la sovranità democratica viene intesa come espressione dell’identità di un gruppo etnico o come incarnazione di principi universali. Pensiamo a Lincoln: la democrazia è il governo del popolo, dal popolo, per il popolo – la domanda è, chi sono i popoli? I cittadini? O gli ebrei? Una prospettiva universalista insiste sul fatto che, costituzionalmente, lo stato deve appartenere ai cittadini in quanto tali. La dignità umana condiziona l’identità di gruppo, piuttosto che essere l’identità di gruppo a condizionare la dignità umana. A volte si sente dire che Israele è uno stato ebraico così come l’Italia è uno stato italiano. Questo è falso: l’Italia esprime la sovranità del popolo italiano, e gli ebrei italiani sono italiani – solo i razzisti lo negano. I palestinesi in Israele, anche se sono cittadini, non fanno parte del popolo ebraico. La crisi che vediamo oggi – la riforma giuridica e le guerre etniche che vediamo a Gaza e in Cisgiordania – riflettono tale questione etnica demografica».
Nel dibattito pubblico contemporaneo, la politica dell’identità è spesso al centro di grandi controversie. Lei sostiene che rischi di sostituire l’idea di umanità universale: qual è il pericolo principale di questo cambiamento? E quale potrebbe essere il modo più efficace per contrastarlo?
«Il rischio principale è che l’identità sostituisca l’universalità come l’orizzonte morale finale. Quando ciò accade, perdiamo l’idea che ci sia qualcosa che dobbiamo agli altri in quanto esseri umani, indipendentemente dalla loro appartenenza. E troppo spesso, questa o quella identità di vittime viene presentata come giustificazione per annientare l’umanità di un altro gruppo. Per contrastare tutto questo, dobbiamo ritornare ai principi che possono essere condivisi tra le identità. Non cancellando le differenze, ma insistendo sul fatto che la differenza non determina l’obbligo morale. Riconoscerlo è rivelato tutt’altro che ovvio, e farebbe la differenza».
Molti studiosi post-coloniali affermano che l’universalismo occidentale è stato storicamente uno strumento di dominio. È possibile difendere l’universalismo senza ignorare questa critica?
«No, è impossibile, poiché è una critica in molti casi giustificata. L’universalismo è stato spesso invocato in modo ipocrita per giustificare il dominio anziché l’uguaglianza e la dignità. Ma ciò non invalida l’universalismo; rivela piuttosto il mancato raggiungimento di ciò che ci si aspettava. La distinzione cruciale è tra il falso universalismo – che maschera gli interessi di coloro che pretendono di parlare in modo universale – e l’universalismo genuino, che è invece autocritico e aperto alla revisione».
Nel libro, lei usa la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti come esempio di universalismo politico. Ritiene che questo tipo di linguaggio morale abbia ancora forza nel dibattito pubblico odierno?
«Sì. Il potere duraturo della Dichiarazione non risiede nella sua accuratezza storica, ma nella contraddizione tra le sue aspirazioni e la realtà. Essa proclama che “tutti gli uomini sono stati creati uguali” in una società che manifestamente lo negava, e che una legge che non protegge questo diritto può essere abolita. Le pratiche associate a questo modo di pensare – dal movimento abolizionista prima della Guerra Civile a Martin Luther King – devono essere ricordate nel fase di crisi che stiamo attraversando. Oggi, semmai, il pericolo è il cinismo – ovvero la convinzione che tale linguaggio sia semplicemente retorico e vuoto. Ma se lo abbandoniamo, e ignoriamo le risorse concettuali e storiche che fornisce, perdiamo una delle poche risorse capaci di dare fondamento a una critica che vada al di là del potere».
Il suo libro parte da Kant per difendere l’idea della dignità umana universale. In che modo il pensiero kantiano può ancora parlare alle democrazie contemporanee?
«Kant rimane essenziale perché articola una concezione della dignità che non dipende dall’identità, dallo status o dal riconoscimento. Per Kant, ogni persona ha un valore intrinseco che esige rispetto – questo non è concesso dalla società, ma la precede. Ciò dovrebbe porsi all’origine della legge. La dignità, del resto, è attribuita all’umanità perché è libera e capace di stabilire autonomamente le proprie leggi morali. Quello che Hannah Arendt ha una volta caratterizzato così: gli esseri umani non hanno il diritto di obbedire».
Perché studiosi come lei, o storici come Norman Finkelstein, Amos Goldberg, e molti altri, vengano continuamente zittiti o attaccati?
«La crescente polarizzazione del discorso pubblico impone che qualsiasi sfumatura venga percepita come un tradimento. Un altro aspetto è la difficoltà di sostenere posizioni universaliste in ambienti strutturati da identità e trauma storico. C’è l’idea che stare dalla parte dell’umanità sia una forma di comodo “equilibrismo”. Inoltre l’universalismo è destabilizzante. Esige che mettiamo in discussione le nostre stesse supposizioni e riconosciamo obblighi che potrebbero entrare in conflitto con le nostre lealtà. Non dovremmo quindi reagire ritirandoci, bensì difendendo lo spazio del pensiero critico. La filosofia, quando è al suo meglio, non dà conforto né certezze: le mette in discussione. Spesso, senza alcun motivo, ciò viene percepito come una minaccia».

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