Sofia Samatar: «Siamo tutti un po’ stranieri»
di Chiara Zappa
Per l’autrice somalo-americana «siamo chiamati a trovare ciò che ci parla, per costruire un’identità che ci aiuti a sopravvivere e convivere con gli altri»

«Dopo aver letto il mio primo libro, cedetti alle voci irresistibili che mi chiamavano dalle loro alcove di pergamena. Provavo un senso di grande meraviglia nel sentirmi così vicino a quegli spiriti stranieri, nel vedere con gli occhi di chi non avevo mai incontrato, nell’udire voci di morti che parlavano come se sapessero tutto di me. E io, di loro. Era una forma d’intimità più profonda di qualsiasi legame con creature vive». Quando il giovane Jevick di Tyom, cresciuto in un’isola che conosce solo la cultura orale, scopre la potente magia della letteratura, davanti a lui si aprono prospettive destinate a rivoluzionare la sua vita. Deciderà di viaggiare fino alla cosmopolita capitale dell’impero dove metterà piede per la prima volta, con trepidazione mista a esaltazione, in una libreria. Ma lì verrà anche trascinato in un conflitto, pronto a scivolare in una sanguinosa guerra civile, tra due culti contrapposti, quello delle leggi scritte sulla Pietra e quello che ruota attorno alle tradizioni orali e alle esperienze spirituali.
Eppure, l’affascinante Uno straniero in Olondria di Sofia Samatar (in uscita per Ne/oN con l’ottima traduzione di Marinella Magrì, pagine 416, euro 21,00) non è né un fantasy epico tradizionale, sebbene sia ambientato in una terra immaginaria con una sua dettagliata geografia - e si sia aggiudicato il World Fantasy Award -, né un libro a tesi sul valore della letteratura. In parte romanzo di formazione, in parte affresco che evoca temi sociali attuali, a cominciare dalla diaspora e dall’incontro-scontro tra culture, con echi di La stagione della migrazione a Nord di Tayeb Salih, per Samatar il libro è «un ibrido, che ambisce a lanciare spunti molteplici e anche contrastanti sul modello di La biblioteca di Babele di Jorge Luis Borges, in cui ogni volume possibile, compreso quello della Verità, ha anche la sua controargomentazione», spiega.
Di certo la biografia della scrittrice, poetessa e saggista statunitense, docente alla James Madison University in Virginia, ha influenzato profondamente il suo lavoro: con una formazione sulla letteratura africana e araba Samatar, di padre somalo, ha trascorso diversi anni a insegnare tra Sudan, Egitto, Siria. Mentre - racconta - «da ragazza casa mia era sempre piena di persone da poco arrivate negli Usa a cui mia madre dava lezioni di inglese».
Perché ha deciso di mettere al centro del romanzo il rapporto tra cultura orale e scritta?
«Ho iniziato a lavorare al libro mentre mi trovavo in Sudan come volontaria per insegnare inglese in una scuola secondaria, l’unica nel raggio di molti chilometri. Uno degli scopi era permettere alle persone di instaurare rapporti con i vicini anglofoni di Kenya e Uganda: un progetto che sembrava lodevole. Così andai lì e mi ritrovai in un luogo dove in pochissimi sapevano leggere e scrivere ma esisteva una ricca cultura orale. E io dovevo importare l’alfabetizzazione e una lingua che sta conquistando il mondo intero come un virus, così potente che le lingue locali stanno morendo e stiamo perdendo tutta questa meravigliosa varietà e preziose tradizioni narrative e poetiche. Una questione a cui ero già sensibile, visto che mio padre nel suo lavoro accademico si occupava proprio della poesia orale somala. E così mi sono ritrovata a vivere un conflitto interiore. All’inizio non sapevo che avrei scritto di questo, ma la letteratura non è separata dalla vita e così, via via che il testo prendeva forma, il tema è diventato sempre più centrale».
I libri possono rappresentare la razionalità, ma per Jevick sono anche una potente «negromanzia».
«Sì. Il romanzo narra lo scontro tra una nuova setta, ossessionata dalla scrittura come unica forma di razionalità, e un culto antico basato sulla tradizione orale che dà valore ai sogni, ai fantasmi ed è considerata irrazionale. Due forme di fondamentalismo, e infatti assistiamo anche a roghi di volumi. Ma l’esperienza del protagonista complica questa visione. Come può essere definito “razionale” immergersi nella lettura e ritrovarsi in un altro luogo, vivere una vita che non è la nostra?».
I libri possono dare l’immortalità?
«Quando Jevick impara a leggere resta folgorato dalla possibilità di accedere a volumi scritti da persone decedute: ha la sensazione di poter ascoltare la loro voce. E, tuttavia, quando a un certo punto della narrazione si ritrova perseguitato dal fantasma di una giovane donna morta, la domanda che si pone è: che tipo di immortalità è questa? Sì, possiamo preservare le parole di qualcuno, ma i suoi gesti, il suo corpo, i ricci di una ragazza… tutto questo va perduto. Tutto ciò che caratterizza una relazione di presenza, in un testo scritto non si conserva».
Per il protagonista, tuttavia, la letteratura è anche una forma di cittadinanza: «Non sono uno straniero - afferma -, perché sono cresciuto leggendo i poeti del Nord».
«Penso che dovremmo rinnovare la nostra nozione di identità e di cittadinanza. La maggior parte delle persone pensa che sia basata sul Dna, ma in realtà la nostra individualità ha molto più a che fare con le narrazioni con cui interagiamo. È un concetto molto ampio e complesso: comprende i film che guardiamo, la musica che ascoltiamo, le persone che conosciamo. Ho esplorato questo tema nel mio memoir The white mosque: l’idea a cui giungo in quel libro è che sono le storie che ci raccontiamo a renderci ciò che siamo».
Ma c’è anche il rischio che una cultura dominante ne influenzi un’altra in una forma di “neo colonialismo”?
«Certo, ma ciò non significa che questo accada per un disegno maligno volto a distruggere le altre civiltà. Pensiamo alla metafora di Olondria, nel mio libro: per il protagonista è il luogo che riflette l’amore, è la terra della letteratura. E allo stesso tempo, è un impero coloniale. E la scrittura è parte integrante di quell’impresa coloniale».
Forse la soluzione, nel nostro mondo globale e sempre più conflittuale, è saper valorizzare le ricchezze che le diverse culture possono offrire.
«Esatto. In un certo senso, siamo tutti come stranieri arrivati in questo mondo che non abbiamo creato, e dobbiamo cavarcela qui. Perciò siamo chiamati a trovare tutto ciò che ci parla, per costruire un’identità che ci aiuti a sopravvivere e a convivere con gli altri».
I libri possono trasformare la realtà?
«I libri possono essere molto potenti, ma il loro potere è imprevedibile. Puoi scrivere un testo che nessuno leggerà e che semplicemente scomparirà, oppure uno che riuscirà a trasformare le vite delle persone. Non possiamo chiedere alla letteratura di cambiare il mondo, eppure, allo stesso tempo, la letteratura ha questo potenziale. È già successo in passato e succederà di nuovo».
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